Ci sono figure fondamentali nella nostra società che, proprio perché sempre presenti, finiscono per diventare invisibili. Sono i caregiver: figli, mogli, mariti, fratelli, amici che ogni giorno assistono una persona malata, anziana o fragile, spesso gratuitamente, mettendo a disposizione tempo, energie e risorse personali, fino ad arrivare talvolta a trascurare sé stessi.
Secondo i dati presentati durante il progetto, in Italia si stimano circa 9 milioni di caregiver familiari: persone che sostengono silenziosamente una parte fondamentale del nostro sistema di welfare, spesso senza un adeguato riconoscimento economico o psicologico. Un ruolo essenziale che troppo spesso viene dato per scontato.
È proprio a loro che è dedicata “CAREGIVER”, la mostra d’arte contemporanea ospitata ai Magazzini dell’Arte Contemporanea di Trapani, promossa dalla Videoinsight Foundation – ETS e curata da Rebecca Russo, psicoterapeuta, collezionista d’arte contemporanea, mecenate e presidente della Fondazione.
L’esposizione, visitabile fino al 29 agosto, riunisce 28 opere di 21 artisti nazionali e internazionali che affrontano il tema della cura attraverso linguaggi, tecniche e sensibilità differenti.
Quando la cura diventa un’opera d’arte
Entrando nella mostra emerge subito un aspetto centrale: il concetto di caregiver viene raccontato andando oltre la sola dimensione dell’assistenza.
Le opere parlano di presenza, ascolto, empatia, sacrificio e relazione, ma soprattutto pongono una domanda chiave: chi si prende cura di chi cura?
«L’idea di trasformare il tema del caregiving in un progetto artistico nasce dalla missione fondamentale di Videoinsight Foundation – ETS: utilizzare l’arte contemporanea come dispositivo di cura, di risonanza psicologica e di trasformazione interiore», spiega Rebecca Russo.
Per la curatrice, il caregiver è una figura universale, spesso invisibile, che rappresenta l’atto primordiale dell’accudimento, della dedizione e della responsabilità verso l’altro.
Portare questo tema nell’arte significa sottrarlo alla sola dimensione clinica o assistenziale per trasformarlo in una riflessione più ampia, che coinvolge etica, dimensione spirituale e condizione umana.
L’arte, in questa prospettiva, non si limita a raccontare la cura, ma diventa essa stessa uno strumento di comprensione e consapevolezza, capace di coinvolgere sia chi assiste sia chi viene assistito.
La selezione delle opere nasce dalla volontà di superare una visione unidirezionale del caregiving: chi cura e chi riceve cura non sono due realtà separate, ma parti di una relazione complessa, nella quale entrambe le persone possono incontrare fragilità e forza.
L’arte come strumento di benessere
Il progetto nasce dalla visione della Videoinsight Foundation – ETS, realtà italiana del Terzo Settore che dal 2016 promuove il rapporto tra arte contemporanea e benessere psicologico.
Negli anni la Fondazione ha portato opere d’arte all’interno di ospedali, RSA, day hospital e scuole, anche in contesti lontani dai tradizionali circuiti espositivi, con l’obiettivo di rendere l’arte accessibile e trasformarla in uno strumento di riflessione e cura.
Rebecca Russo è stata tra le prime a intuire il potenziale terapeutico dell’arte contemporanea, sostenendo una visione in cui l’opera non è soltanto un oggetto da osservare, ma un elemento capace di attivare un dialogo interiore.
Lo stesso nome Videoinsight richiama il concetto di insight: quella presa di coscienza, quella “illuminazione” interiore che può nascere dall’incontro con un’opera capace di parlare alla nostra sensibilità.
«L’arte è uno specchio empatico», racconta Russo. «Le opere selezionate agiscono come uno stimolo psicodinamico: aiutano l’osservatore a immedesimarsi, elaborare il proprio vissuto interiore, riconciliarsi con le proprie fragilità e riconoscere la bellezza nell’atto del donare».
La mostra richiama così l’importanza della presenza e dell’ascolto: in una società segnata dalla velocità e dalla frammentazione, il percorso espositivo invita a riscoprire il valore del tempo dedicato all’altro, della pazienza e della capacità di restare.
Un dialogo tra artisti e storie diverse
Uno degli aspetti più interessanti dell’esposizione è la varietà dei linguaggi artistici presenti.
Ogni artista affronta il tema della cura da una prospettiva personale: c’è chi racconta il sostegno familiare, chi il rapporto con il corpo e la malattia, chi la rinascita dopo la sofferenza, chi riflette sulla vulnerabilità emotiva e chi esplora il rapporto tra essere umano e tecnologia, come nell’opera dedicata al robot infermiere Grace, simbolo delle nuove frontiere dell’assistenza.
Nonostante le differenze stilistiche e tecniche, le opere costruiscono un dialogo comune attraverso un filo conduttore fatto di relazione, fragilità e trasformazione.
«Costruire un dialogo tra opere che utilizzano linguaggi diversi significa trovare un filo conduttore concettuale ed emotivo capace di unificare codici espressivi apparentemente lontani», spiega Rebecca Russo.
Le opere sono state pensate come parti di un unico racconto: «Sono come i petali di un unico fiore», elementi differenti ma complementari, capaci di risuonare l’uno nell’altro e costruire una narrazione collettiva sul tema della cura.
Tra i lavori che colpiscono maggiormente il visitatore troviamo, ad esempio, “L’abbraccio” di Chiara Manenti, che racconta la cura attraverso il gesto più semplice e universale: un abbraccio come protezione, presenza e conforto.
In “Potatura di un’anima fragile” di Nunzio Paci, invece, la cura viene raccontata attraverso la metafora della natura: come una pianta può essere salvata attraverso un intervento doloroso ma necessario, anche nella vita umana alcune ferite possono diventare il punto di partenza per una rinascita.
Con “Carousel” di Gianluca Capozzi, il tema centrale diventa quello dell’interdipendenza: la cura non è un gesto unidirezionale, ma una relazione reciproca in cui fragilità e sostegno convivono.
Una mostra che parte da Trapani
La scelta di portare questo progetto a Trapani non è casuale.
Rebecca Russo ha raccontato di aver voluto presentare la mostra lontano dai grandi centri dell’arte contemporanea, proprio per portare l’arte in territori capaci di accogliere nuovi linguaggi e nuove riflessioni.
Un’intuizione condivisa con Antonio Sammartano, direttore dei Magazzini dell’Arte Contemporanea, realtà indipendente e no profit che ha creduto nel progetto.
L’inaugurazione ha visto la presenza di numerosi artisti e di un pubblico attento e partecipe, dimostrando come anche territori lontani dai grandi circuiti culturali possano diventare luoghi di dialogo e sperimentazione.
Il caregiver è anche fragile
Uno dei messaggi più forti della mostra riguarda proprio chi assiste.
Prendersi cura di qualcuno non significa essere invincibili.
Molti caregiver rischiano di consumare tutte le proprie energie fino a dimenticare i propri bisogni. Possono svilupparsi stress cronico, isolamento, ansia e burnout.
Per questo si parla sempre più della necessità di riconoscere e tutelare questa figura anche dal punto di vista istituzionale. Nel 2026 è stato presentato un disegno di legge per introdurre maggiori tutele per i caregiver familiari.
Accanto agli strumenti normativi, anche la cultura può avere un ruolo importante: gruppi di auto-mutuo aiuto e percorsi artistici possono diventare occasioni di ascolto e rigenerazione.
Una domanda finale
La forza di CAREGIVER non sta soltanto nella qualità delle opere, ma nella capacità di trasformare una parola che usiamo spesso in qualcosa di profondamente umano.
La cura non è soltanto assistenza.
È presenza.
È tempo.
È ascolto.
È responsabilità condivisa.
E forse il merito più grande di questa mostra è ricordarci che anche chi si prende cura degli altri ha bisogno, a sua volta, di essere visto e sostenuto.
Perché nessuno dovrebbe prendersi cura del mondo dimenticandosi di sé.
Beatrice Progni
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