La Commissione indipendente per la verifica dell’equilibrio economico e finanziario delle società sportive professionistiche, fortemente voluta dal ministro Andrea Abodi, ha presentato la sua prima relazione annuale. L’analisi 2026 dell’authority presieduta da Massimiliano Atelli ha fornito un quadro approfondito dello stato di salute economico-finanziario dello sport italiano. Una vera e propria filiera industriale che genera crescita sia in termini di ricchezza che di occupazione.
Il rapporto ha monitorato le società sportive professionistiche che partecipano ai campionati di calcio maschili di Serie A, B e C, alla Serie A di calcio femminile e al campionato di basket maschile di Serie A per un totale di 128 squadre. Secondo i dati raccolti, lo sport è un settore chiave per l’economia italiana, ma c’è un forte dislivello tra il valore che genera e la debolezza delle sue imprese.
In questo articolo:
- Quanto vale lo sport italiano?
- Il calcio tra solidità e fragilità
- La sostenibilità dei bilanci
- Le crisi nelle categorie minori
- La questione stadi
Quanto vale lo sport italiano?
Il peso economico del settore sportivo è valutato da due ricerche. Per il Rapporto Sport 2025, relativo all’anno 2023, lo sport italiano genera 32 miliardi di euro di valore aggiunto, un dato che equivale all’1,5% del Pil nazionale. L’intero ecosistema produce 421.000 occupati e 4,7 miliardi di export di prodotti sportivi. L’analisi è dell’Istituto per il credito sportivo e culturale e di Sport e Salute, la società in house del Mef che promuove lo sport e i corretti stili di vita.
Gli studi dell’Osservatorio Valore Sport di The European House – Ambrosetti, relativi al 2025, restituiscono invece un valore aggiunto della filiera sportiva di 24,7 miliardi, pari all’1,4% del Pil. La crescita tra il 2021 e il 2023 è stata del +9,4% all’anno. Il settore dello sport vale quanto un comparto molto rilevante per l’economia italiana come l’abbigliamento, quasi il doppio dell’arredamento e più di due volte la farmaceutica.
Il calcio tra solidità e fragilità
Il calcio è inevitabilmente al centro delle attenzioni della Commissione. L’authority ha utilizzato i dati di ReportCalcio 2025, l’analisi elaborata da Figc, Arel e Pwc. L’impatto del pallone sul Pil è notevole: il valore della produzione è di 12,4 miliardi di euro tra effetti diretti, indiretti e indotti. Questa stima non va sommata ai 32 miliardi dell’intera filiera sportiva nazionale. In aggiunta, il calcio italiano genera 141.000 posti di lavoro.
Sui 12,4 miliardi di valore della produzione, 5,2 miliardi sono riconducibili al professionismo. I restanti 7,2 miliardi sono suddivisi tra calcio giovanile e dilettantistico che fa capo alla Figc (2,9 miliardi), scommesse (1,8), turismo calcistico (1,3 miliardi tra hotel, ristoranti, trasporti e commercio in occasione delle partite), quotidiani sportivi e broadcaster (1,2). Secondo le stime del report, il calcio professionistico attiva 1,14 milioni di Pil e sostiene otto posti di lavoro per ogni milione di valore della produzione.
La sostenibilità dei bilanci
Nella stagione 2024-2025, la Serie A ha raggiunto un indebitamento aggregato di 4,893 miliardi di euro. Una cifra in aumento rispetto ai 4,617 miliardi della stagione 2022-2023. La difficoltà è strutturale. Se i ricavi sono aumentati, la loro ripresa non ha determinato una riduzione stabile dell’esposizione. A pesare sono soprattutto i costi rigidi e le entrate variabili, vincolate alla qualificazione alle competizioni internazionali e alle cessioni dei calciatori che producono plusvalenze. Solo il 20% delle società di Serie A presenta un profilo economico definito “relativamente solido“: sono appena quattro i club con Ebitda ed Ebit positivi e un risultato netto positivo o vicino al pareggio.
Un interessante caso di studio è quello del Napoli di Aurelio De Laurentiis. Lontano dal modello aziendale dei fondi, il presidente che ha vinto due scudetti in tre stagioni e consolidato il club campano in Europa è in forte ritardo su asset fondamentali come lo stadio e il centro sportivo. Nonostante sia una delle società più sane, solide e in ordine d’Italia, non riesce a crescere ulteriormente e il suo bilancio resta fortemente legato ai risultati, in particolare la partecipazione alle coppe europee.
Le crisi nelle categorie minori
Dal quadro generale fornito dalla Commissione nella sua relazione, emerge che il fatturato dei club non coincide con la liquidità disponibile per far fronte ai costi e pagare stipendi, imposte e contributi. Il divario tra valore prodotto e vulnerabilità aziendale è ancora più evidente quando si lasciano Serie A e B. La Commissione ha contato 218 casi di mancata ammissione ai campionati o rinuncia all’iscrizione dalla stagione 1986-1987 a quella 2025-2026. In più, sono state censite 9 esclusioni a stagione in corso.
Nella stagione 2026-2027, il caso più eclatante è stato quello del Rimini. Il club romagnolo, in crisi finanziaria (oltre 4 milioni di euro di disavanzo), è stato escluso dal campionato di Serie C ed è ripartito dall’Eccellenza. In Serie B, la Juve Stabia ha 4 punti di penalizzazione in classifica per non aver prodotto la documentazione necessaria in relazione alla cessione della società al termine della scorsa stagione. Nel girone C della C, il Crotone ha 6 punti di penalizzazione a causa di violazioni amministrative e rischia di finire tra i dilettanti.
È proprio la Serie C a concentrare la maggior parte di questi episodi. La Commissione ha calcolato 200 casi di mancato rispetto degli obblighi economici nella terza serie professionistica, l’ultima prima dei campionati dilettantistici. Le crisi e i fallimenti dei club si riverberano a cascata sui principali stakeholder del territorio (fornitori, lavoratori, creditori), oltre che sullo svolgimento regolare delle competizioni e l’equità dei tornei.
La questione stadi
La Commissione Atelli cita nella sua relazione una stima secondo cui il rinnovamento degli impianti italiani potrebbe attrarre 5,3 milioni di spettatori in più. Questa crescita di pubblico avrebbe una ricaduta diretta sui territori per 1,3 miliardi di euro. Nella stagione 2025-2026, secondo i dati dell’ultimo rapporto The European Club Talent and Competition Landscape della Uefa, il calcio italiano ha totalizzato 23,1 milioni di spettatori tra campionati, coppe nazionali e competizioni europee.
Il caso Napoli ritorna d’esempio. Il club azzurro, campione d’Italia nel 2023 e nel 2025, è fuori dalle prime dieci squadre europee per numero di spettatori. Tra le italiane fanno meglio Inter, Roma e Milan. Il Comune e la Regione Campania hanno presentato un progetto ufficiale per la riqualificazione dello stadio Maradona: un restyling da 200 milioni che proietta Napoli tra le favorite a diventare sede di Euro 2032. De Laurentiis si sta opponendo a questo piano. Il presidente ha invece annunciato alla stampa estera due progetti distinti. Il primo per uno stadio di proprietà da 70.000 posti e 120 sky box a Napoli Est. Il secondo per il nuovo centro sportivo a Qualiano, nella zona dello stadio Santo Stefano.
“Sul mondo sportivo c’è lo sguardo fisso degli italiani”, ha detto il vicepresidente della Camera Fabio Rampelli parlando alla presentazione della relazione. La riforma del calcio italiano è in discussione in Parlamento proprio in questo periodo. Non si tratta soltanto di un intervento normativo, ma di un banco di prova per l’intero sistema sportivo nazionale. Dalle misure che arriveranno su diritti televisivi, scommesse, agevolazioni contributive e incentivi per i giovani, sostenibilità e struttura del professionismo, passa il futuro di una intera filiera in trasformazione.
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