La base Istat dell’economia non osservata e l’elaborazione dell’Ufficio studi CGIA Mestre portano alla stessa soglia contabile: il lavoro irregolare ha prodotto nel 2023 più di 77 miliardi di valore aggiunto. La misura trova riscontro anche nelle cronache di ANSA e Il Sole 24 Ore Radiocor ma il punto decisivo è la lettura del perimetro: il dato descrive una componente specifica del sommerso economico.
Nota di lettura: gli importi economici sono riferiti al 2023 perché le stime di contabilità nazionale arrivano dopo il consolidamento delle basi statistiche. I dati ispettivi usati per il confronto operativo riguardano invece il 2025.
Il dato reale: 77,174 miliardi di valore aggiunto
La cifra va letta con una definizione precisa. 77,174 miliardi indicano il valore aggiunto prodotto con input di lavoro non regolare. Dentro l’economia non osservata questa voce convive con la sotto-dichiarazione del reddito d’impresa, con le componenti residuali del sommerso e con le attività illegali. Il lavoro irregolare pesa quindi come componente autonoma del sommerso economico, distinta dalla somma indistinta di tutto ciò che sfugge alle regole.
La cornice complessiva aiuta a capire la scala: nel 2023 l’economia non osservata si colloca a 217,541 miliardi mentre l’economia sommersa al netto delle attività illegali vale 197,570 miliardi. La sotto-dichiarazione resta la voce più grande con 108,171 miliardi. Il lavoro irregolare passa da 69,359 a 77,174 miliardi, con una crescita dell’11,3% sull’anno precedente.
La mappa territoriale: il Sud pesa di più, il Nord genera comunque massa
La ripartizione territoriale spiega perché il Mezzogiorno resta il baricentro statistico. Il Sud vale 27,555 miliardi e ha un tasso di irregolarità degli occupati del 13,8%. Il Nordovest produce 19,417 miliardi con tasso 8,3%, il Centro 16,494 miliardi con tasso 10,3% e il Nordest 13,708 miliardi con tasso 7,4%. La differenza tra valore assoluto e incidenza rivela due rischi diversi: dove l’economia è più grande anche una quota bassa genera importi elevati; dove il tasso è più alto la vulnerabilità del mercato del lavoro è più densa.
Le regioni al vertice della propensione al nero sono Calabria con 8,3% di valore aggiunto irregolare sul totale regionale, Campania con 7%, Sicilia con 6,4% e Puglia con 6,3%. Il dato medio italiano è 4%. In termini di tasso sugli occupati la stessa frattura diventa ancora più visibile: Calabria 17,9%, Campania 14,4%, Sicilia 14%.
Il Veneto: quota bassa, valore assoluto da non sottovalutare
Il Veneto entra nel quadro con 169.100 occupati non regolari, tasso al 7,2% e 5,235 miliardi di valore aggiunto da lavoro irregolare. L’incidenza sul valore aggiunto regionale è 3%: sopra Lombardia e Provincia autonoma di Bolzano nella misura economica e sopra la sola Bolzano nel tasso occupazionale. La lettura corretta è operativa: il rischio veneto appare meno esteso della media nazionale ma mantiene una massa assoluta da grande regione produttiva.
La conseguenza pratica riguarda il controllo delle filiere. In un territorio con manifattura, turismo, logistica e lavoro di cura diffuso, il sommerso può presentarsi con modalità meno appariscenti rispetto ai ghetti agricoli. Proprio per questo la bassa incidenza percentuale va letta insieme al numero di lavoratori coinvolti: 169.100 persone fuori dal perimetro ordinario equivalgono a un mercato parallelo con effetti su contributi, sicurezza e concorrenza.
I settori: il lavoro domestico guida l’incidenza, il commercio pesa nei volumi
Il settore domestico è il nodo più grande per numero e per incidenza: 615.200 occupati irregolari, 23,6% dell’intera platea e tasso 48,8%. Qui la vulnerabilità nasce dalla frammentazione del rapporto di lavoro: datore privato, prestazione dentro l’abitazione, orari spesso elastici, controllo pubblico più difficile rispetto ai luoghi produttivi ordinari. L’effetto pratico è che colf e badanti restano al centro del sommerso anche quando il racconto pubblico si concentra sui campi.
L’agricoltura ha 196.100 irregolari e tasso 20,8%. Le attività artistiche, intrattenimento e altri servizi raggiungono 225.300 persone e 20,3%. Alloggio e ristorazione contano 261.200 irregolari con tasso 14,4%. Il commercio mostra l’altro lato del fenomeno: 321.400 lavoratori irregolari con tasso 8,6%. Un comparto può avere un’incidenza più bassa e generare comunque più posizioni irregolari perché il denominatore occupazionale è più ampio.
Caporalato: la fattispecie penale dentro il sommerso
Il caporalato è la forma penale più grave dentro un universo più ampio. L’articolo 603-bis del codice penale colpisce chi recluta manodopera destinata a terzi in condizioni di sfruttamento approfittando dello stato di bisogno e colpisce anche il datore che impiega lavoratori sottoposti a quelle condizioni. Normattiva consente di fissare questo punto senza ambiguità: il caporale tradizionale è solo una delle possibili figure del reato.
Gli indici che orientano l’accertamento riguardano retribuzione sproporzionata, violazioni sistematiche su orario o riposi, carenze di sicurezza e condizioni degradanti. Questa struttura spiega perché lavoro nero e caporalato si toccano senza coincidere: il primo può esistere come evasione contributiva; il secondo richiede sfruttamento e approfittamento dello stato di bisogno.
I controlli 2025: cosa intercetta la vigilanza
Il rapporto 2025 dell’Ispettorato Nazionale del Lavoro mostra la parte che emerge quando l’amministrazione entra nei luoghi di lavoro. La vigilanza nazionale ha definito 97.349 ispezioni con 69.952 esiti irregolari, pari al 71,9%. Il dato va letto come risultato di controlli mirati, quindi misura la capacità di intercettazione e non la probabilità media di irregolarità tra tutte le imprese.
Dentro le violazioni accertate compaiono 18.397 lavoratori in nero, 14.570 casi riferiti a interposizione fittizia di manodopera e 895 lavoratori collegati a caporalato o sfruttamento ex art. 603-bis, valore ancora provvisorio per le tempistiche penali. Il punto tecnico è decisivo: la statistica ispettiva fotografa il lavoro che viene intercettato, la contabilità nazionale stima anche ciò che resta fuori dai verbali.
La misura 2026: prevenzione contributiva e dati integrati
La svolta amministrativa del 2026 è l’avvio degli ISAC, gli Indici sintetici di affidabilità contributiva. Il Ministero del Lavoro li presenta come strumento di compliance, basato sull’integrazione delle banche dati di INPS, Agenzia delle Entrate e vigilanza nazionale. Per le imprese il messaggio è concreto: la regolarità contributiva diventa anche una misura reputazionale e un possibile fattore di minore pressione ispettiva ordinaria.
La nostra deduzione è lineare: con un sommerso che vale oltre 77 miliardi, la sola repressione successiva arriva tardi. Il sistema efficace deve ridurre la convenienza economica dell’irregolarità prima dell’accesso ispettivo. Gli indici contributivi, se alimentati da dati interoperabili e letti con attenzione settoriale, possono spostare una parte del contrasto dal verbale finale alla correzione preventiva.
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Junior Cristarella
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