A San Vito Lo Capo la ferita è ancora aperta. La scuola, la comunità, le famiglie: tutti fanno i conti con quello che è accaduto pochi giorni fa all’istituto Lombardo Radice – Fermi, dove un ragazzino di 12 anni ha tentato di aggredire con due coltelli il suo professore di Tecnologia, riprendendo tutto in diretta social.
Un episodio che ha lasciato sotto shock il paese e che ha assunto contorni sempre più inquietanti: i messaggi pubblicati prima dell’aggressione, la diretta Telegram, i riferimenti a stragisti e contenuti violenti, le chat su cui ora indagano gli investigatori. La Procura per i minorenni di Palermo sta cercando di capire se dietro il gesto ci siano istigazioni, ambienti digitali tossici, possibili collegamenti con altri episodi simili avvenuti in Italia.
Ma mentre la cronaca racconta la paura, la scuola prova a fare quello che dovrebbe fare sempre: ricucire, educare, rispondere alla violenza con qualcosa di più forte. La bellezza.
Il caso che ha sconvolto San Vito
Il dodicenne è stato sentito per ore dalla Procura per i minorenni e da un’équipe di psicologi. Non sarebbe apparso pienamente consapevole della gravità del gesto.
Secondo le ricostruzioni, avrebbe pianificato l’aggressione nei giorni precedenti, annunciandola in modo allusivo sui social. Prima di entrare in classe avrebbe indossato un casco e avviato una diretta Telegram. Con sé aveva due coltelli di piccole dimensioni.
A evitare il peggio è stato il professore Sergio Falbo, che è riuscito a bloccarlo e disarmarlo, riportando solo lievi ferite. Il docente, con grande lucidità, ha scelto parole di misura: non rabbia, ma preoccupazione per il ragazzo. Perché il punto, oltre alla cronaca giudiziaria, è questo: il disagio dei giovanissimi, la solitudine, l’effetto moltiplicatore dei social, le fragilità che diventano esplosive.
Le indagini sulle chat
Gli investigatori stanno analizzando cellulari, pc e profili social del ragazzo. Una delle piste riguarda possibili ambienti digitali frequentati su Telegram e TikTok, con contenuti violenti e dinamiche di emulazione.
Si verificano anche eventuali contatti o “convergenze” con chat legate al caso del tredicenne che lo scorso marzo, a Trescore Balneario, in provincia di Bergamo, accoltellò la sua professoressa di francese trasmettendo anche lui l’aggressione in diretta Telegram.
Sono ipotesi investigative, tutte da verificare. Ma il quadro è già abbastanza chiaro per porre una domanda scomoda: che cosa vedono, seguono, assorbono i ragazzi quando gli adulti pensano che stiano solo “al telefono”?
“Attenzione ai ragazzi che si chiudono in casa”
Sul caso interviene anche il dottor Gaetano Vivona, dirigente del Dipartimento Salute Mentale dell’Asp di Trapani, che invita a leggere l’episodio dentro un quadro più ampio. «Il caso di San Vito non è un caso isolato», osserva Vivona, richiamando il precedente del Bergamasco, dove un altro giovanissimo aveva accoltellato una professoressa. Secondo il medico, il dodicenne avrebbe organizzato «un vero e proprio rituale», preparando la diretta Telegram e utilizzando un casco al quale aveva fissato il cellulare per riprendere la scena. Dagli accertamenti emergerebbero contatti con gruppi online ispirati a fatti analoghi: ambienti capaci di influenzare ragazzi «molto fragili e facilmente influenzabili», portandoli a emulare ciò che vedono sul web.
Vivona richiama anche un passaggio delle parole attribuite alla madre del ragazzo: «Mio figlio è un tipo molto tranquillo, sta sempre a casa, non esce, non frequenta brutte compagnie». Per il dirigente dell’Asp, però, proprio questo dovrebbe far scattare l’allarme: «Non è normale che un ragazzo di 12 anni non esca mai da casa». Il rischio è che il minore resti chiuso nella propria stanza, immerso in un mondo virtuale fatto di smartphone, tablet e chat, fino a perdere progressivamente il contatto con la realtà. «Questi ragazzi spesso hanno una visione distorta delle cose e non riescono a distinguere la realtà virtuale dalla realtà», spiega Vivona. Per questo il Dipartimento di Salute Mentale di Trapani promuove il progetto Rimedia, rivolto a studenti e genitori per educare ai pericoli del mondo digitale. Ma il medico segnala anche un problema non secondario: la scarsa partecipazione delle famiglie. E senza i genitori, che restano il primo argine contro isolamento e dipendenze comportamentali aggravate dal post-Covid, la prevenzione rischia di arrivare sempre un attimo dopo.
La scuola sceglie un’altra strada
In questo clima pesante, venerdì al Teatro Comunale di San Vito Lo Capo è arrivato un segnale diverso.
Le classi terze dell’istituto Lombardo Radice – Fermi hanno partecipato alla presentazione de “Il Paradiso Salvato”, il docufilm d’inchiesta che racconta una pagina decisiva della storia ambientale della Sicilia occidentale: la battaglia che negli anni Settanta impedì la costruzione di una grande raffineria petrolchimica nel Golfo di Macari. Dove oggi ci sono la Baia di Macari, il Bue Marino, le scogliere e uno dei paesaggi più belli d’Italia, avrebbero potuto esserci ciminiere, serbatoi e impianti industriali.
Un paradiso, appunto, salvato.
Il lavoro degli studenti con Legambiente
Gli studenti non sono stati semplici spettatori. Con emozione hanno presentato il lavoro svolto insieme al circolo Legambiente Pizzo Cofano, in un percorso educativo dedicato alla difesa della costa, del paesaggio e della bellezza del territorio.
Un progetto nato dalla collaborazione tra i docenti dell’istituto Lombardo Radice – Fermi, Legambiente e il Comune di San Vito Lo Capo, pensato per invitare ragazze e ragazzi a entrare in connessione con la natura attraverso un’esperienza dei sensi.
Gli alunni hanno lavorato sulla tutela del paesaggio, sull’importanza di proteggere la costa, sulla consapevolezza che ciò che oggi sembra scontato — il mare pulito, le spiagge, i sentieri, la luce di Macari — è in realtà il risultato di scelte, battaglie e responsabilità.
Hanno prodotto anche un video, presentato al pubblico con evidente emozione. Ed è stato uno dei momenti più significativi della mattinata: ragazzi che raccontano il loro territorio, che lo guardano non come uno sfondo da consumare, ma come qualcosa da custodire.
La risposta più difficile: educare
La coincidenza dei giorni pesa. Da un lato una scuola ferita da un gesto violento, amplificato dai social e da una spettacolarizzazione inquietante. Dall’altro una comunità scolastica che porta i propri studenti a parlare di natura, memoria, paesaggio, responsabilità.
Non è retorica. È esattamente il terreno su cui si gioca la partita educativa.
Perché la repressione può arrivare dopo, le indagini devono fare il loro corso, le responsabilità vanno accertate. Ma prima c’è tutto il resto: la scuola che presidia, ascolta, orienta. Gli insegnanti che provano a leggere segnali spesso confusi. Le famiglie che non possono essere lasciate sole. Le istituzioni che devono investire su presenze, progetti, spazi, competenze.
E poi c’è la bellezza. Che non risolve tutto, certo. Non è una bacchetta magica, altrimenti l’avrebbero già messa nel Pnrr. Ma è un argine. Un linguaggio. Un modo per dire ai ragazzi: guardate cosa avete intorno, guardate cosa potete diventare, guardate cosa vale la pena difendere.
A San Vito Lo Capo, dopo giorni di paura e sgomento, la scuola ha provato a fare proprio questo. Rispondere al buio non con altro rumore, ma con un’idea semplice e potentissima: educare alla bellezza per disinnescare la violenza.
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