Nel recente Euromediterranean Water Forum svoltosi a Roma dal 29 settembre al 2 Ottobre si è parlato molto dei water credit come strumento innovativo per il finanziamento degli interventi di resilienza per l’acqua.
I water credit sono strumenti che attribuiscono un valore economico ai benefici generati da interventi che migliorano la disponibilità, la qualità e la resilienza della risorsa idrica in un determinato bacino. Un credito può derivare dal risparmio di acqua, dalla riduzione dei prelievi, dal riuso delle acque reflue, dalla ricarica delle falde, dalla rinaturalizzazione degli ecosistemi o dalla diminuzione dell’inquinamento. A differenza dei carbon credit, non riguardano un bene globale ma una risorsa strettamente legata ai territori e alle condizioni locali. Per questo il loro valore dipende dal contesto idrologico del bacino in cui vengono generati. I benefici devono essere misurati, verificati e registrati attraverso procedure trasparenti e condivise. L’obiettivo non è soltanto compensare gli impatti, ma incentivare investimenti capaci di rafforzare la sicurezza idrica collettiva. Nella loro evoluzione più recente, i water credit tendono a considerare non solo i metri cubi risparmiati, ma anche il miglioramento della qualità delle acque e dello stato degli ecosistemi. In questo senso rappresentano uno strumento emergente di governance territoriale della scarsità e della sostenibilità dell’acqua.
Come ha sostenuto Giuseppe Magro di IAIA Italia (International Association for Impact Assessment) «occorre creare una piattaforma nazionale di misurazione, certificazione e rendicontazione dei benefici ambientali, all’interno della quale anche i benefici idrici possano essere contabilizzati, certificati e trasformati in asset utilizzabili nei bilanci di sostenibilità, nei programmi ESG e nei meccanismi di finanza sostenibile».
A differenza del carbonio, il settore dei water credit non dispone ancora di un sistema internazionale unificato né di un mercato globale paragonabile all’ETS europeo. Ciò che sta emergendo, tuttavia, è una vera e propria architettura di governance che combina strumenti di misurazione, processi di certificazione, registri di tracciabilità e forme di scambio volontario sviluppate a scala territoriale.
L’architettura dei water credits si basa su quattro elementi complementari. Il primo è la definizione di uno standard, che misura in modo rigoroso i metri cubi di acqua risparmiati, riutilizzati o restituiti all’ambiente. Il secondo è la certificazione che garantisce la qualità della governance, il coinvolgimento degli stakeholder e la coerenza degli interventi a scala di bacino. Il terzo elemento è un registro dei benefici idrici, che assicura la tracciabilità dei volumi generati, evita il doppio conteggio e rende trasparente la proprietà dei crediti. Infine, un mercato volontario locale che consenta lo scambio dei benefici certificati tra soggetti che generano risparmi idrici e soggetti interessati a compensare il proprio impatto. In questo modo il valore ambientale dell’acqua viene misurato, verificato, registrato e infine valorizzato economicamente. Il sistema crea incentivi per investimenti in efficienza, riuso e ricarica delle falde, trasformando la conservazione della risorsa idrica in un’attività economicamente riconosciuta.
Alla base di questo sistema vi sono i modelli come il Volumetric Water Benefit Accounting (VWBA) sviluppati dal World Resources Institute e da una rete di partner scientifici e industriali. L’obiettivo iniziale era quello di misurare in modo rigoroso i benefici generati dagli interventi di risparmio, riuso, ricarica delle falde o efficientamento dei consumi. Col tempo, tuttavia, è apparso evidente che la semplice contabilizzazione dei metri cubi non fosse sufficiente a rappresentare il reale valore di un intervento.
Non tutti i volumi d’acqua producono infatti lo stesso beneficio. Il valore di un determinato volume dipende strettamente dal luogo e dalla stagione in cui viene risparmiato. Un metro cubo recuperato in un bacino caratterizzato da forte stress idrico, da conflitti tra usi concorrenti o da un progressivo impoverimento delle falde genera un valore ambientale e sociale molto maggiore rispetto allo stesso volume recuperato in un’area o in momento privo di criticità. Per questa ragione le più recenti evoluzioni del VWBA hanno progressivamente spostato l’attenzione dal mero conteggio delle quantità alla valutazione del contributo effettivo fornito alla resilienza del bacino idrografico.
Questa evoluzione sta conducendo a una prospettiva ancora più ampia. La sfida non riguarda infatti soltanto quanta acqua viene risparmiata o restituita all’ambiente, ma anche quale sia il suo stato qualitativo. In molte regioni del mondo il problema non è tanto la mancanza assoluta di risorsa quanto il deterioramento della sua qualità a causa dell’inquinamento diffuso, dei carichi agricoli, delle sostanze chimiche persistenti e della pressione esercitata dai sistemi urbani e produttivi. Da questo punto di vista un intervento capace di ridurre gli inquinanti, migliorare lo stato ecologico di un corso d’acqua, proteggere una zona umida o favorire la ricarica di una falda con acqua di migliore qualità può generare un beneficio collettivo pari o addirittura superiore rispetto al semplice risparmio volumetrico.
È proprio per rispondere a questa esigenza che accanto ai sistemi di contabilizzazione volumetrica si sono sviluppati gli approcci di water stewardship, promossi in particolare dall’Alliance for Water Stewardship. In questo quadro il valore di un progetto non viene valutato esclusivamente sulla base dei metri cubi prodotti o risparmiati, ma anche in funzione della qualità della governance, del coinvolgimento degli attori locali, della tutela degli ecosistemi e della capacità di migliorare le condizioni complessive del bacino. L’acqua non viene più considerata soltanto una quantità da gestire, ma una componente essenziale del capitale naturale del territorio.
I benefici così generati devono poi essere registrati e resi tracciabili attraverso sistemi che ne certifichino l’origine, la permanenza e la proprietà. Analogamente a quanto avviene nei mercati del carbonio, la credibilità di un futuro sistema di water credit dipende infatti dalla possibilità di evitare duplicazioni, garantire trasparenza e dimostrare che il miglioramento ottenuto sia reale, addizionale e verificabile.
Solo su queste basi può svilupparsi un mercato volontario dei benefici idrici. Ma, a differenza del carbonio, tali mercati difficilmente potranno assumere una dimensione globale. L’acqua rimane una risorsa profondamente territoriale, legata alle caratteristiche fisiche, ecologiche e socioeconomiche di ciascun bacino. Per questo motivo il futuro dei water credit appare sempre meno come una “borsa mondiale dell’acqua” e sempre più come una rete di strumenti locali di governance, capaci di attribuire valore non soltanto ai volumi risparmiati, ma anche al miglioramento della qualità delle acque, alla protezione degli ecosistemi e alla sicurezza idrica delle comunità che da essi dipendono.
I water credit rappresentano una delle più recenti innovazioni nel campo della governance della risorsa idrica. Nati dall’esigenza di affrontare la crescente scarsità d’acqua e il deterioramento degli ecosistemi acquatici, essi consentono di riconoscere e valorizzare i benefici prodotti da interventi di risparmio, riuso, ricarica delle falde, tutela ambientale e miglioramento della qualità delle acque. A differenza dei carbon credit, che operano su scala globale, i water credit sono strettamente legati ai singoli bacini idrografici e alle specifiche condizioni dei territori.
A livello internazionale stanno emergendo diverse esperienze. In Israele, pur in assenza di un vero mercato dei crediti idrici, la gestione integrata della risorsa si fonda su una rigorosa pianificazione pubblica, sul riuso delle acque reflue, sulla desalinizzazione e sulla ricarica delle falde, configurando uno dei modelli più avanzati di sicurezza idrica. Negli Stati Uniti, e in particolare in Colorado, si stanno invece sviluppando sistemi più vicini alla logica dei water credit, basati su programmi di water stewardship, meccanismi di compensazione, water bank e contabilizzazione dei benefici generati dagli interventi di conservazione.
Israele rappresenta il modello della governance pubblica. Il Paese è riuscito a costruire uno dei sistemi idrici più efficienti al mondo facendo leva su una forte regia statale, sulla proprietà pubblica della risorsa, sulla programmazione dei prelievi, sulla tariffazione, sul riuso sistematico delle acque reflue, sulla desalinizzazione e sulla ricarica artificiale delle falde. In questo caso il valore dell’acqua non nasce da un mercato di crediti negoziabili, ma da un insieme coerente di regole, infrastrutture e investimenti pubblici. L’insegnamento israeliano è che nessun sistema di water credit può funzionare senza una solida architettura istituzionale e una conoscenza approfondita dei bilanci idrici territoriali.
Il Colorado rappresenta invece il modello della valorizzazione economica della risorsa. La gestione dell’acqua si è sviluppata storicamente attorno ai diritti d’uso trasferibili, basati sul principio del prior appropriation, secondo il quale chi ha acquisito per primo il diritto di utilizzare una determinata quantità d’acqua gode di una priorità giuridicamente riconosciuta. Su questa base si sono sviluppati mercati dei diritti idrici, water banks, programmi di compensazione e strumenti di water stewardship che consentono di attribuire un valore economico ai volumi risparmiati o restituiti all’ambiente. Il Colorado mostra quindi come la scarsità possa essere governata anche attraverso meccanismi economici e negoziali, pur in un contesto molto diverso da quello europeo, nel quale i diritti d’acqua non sono generalmente oggetto di libera compravendita.
In questo scenario si inserisce il progetto LIFE Svolta Blu, promosso da Viacqua la società che gestisce il servizio idrico integrato in 66 comuni della Provincia di Vicenza e presentata all’Euromediterranean Water Forum da Paolo Ronco, che rappresenta una delle iniziative più innovative oggi in fase di sperimentazione in Europa. Il progetto mira a costruire un sistema volontario di “crediti blu” fondato sulla misurazione, certificazione e valorizzazione dei benefici idrici generati sul territorio. L’aspetto più interessante è che tali benefici non riguardano soltanto la quantità di acqua risparmiata o restituita alle falde, ma anche il miglioramento della qualità della risorsa, della salute degli ecosistemi e della resilienza complessiva del bacino. In questa prospettiva i water credit non si limitano a remunerare metri cubi d’acqua, ma riconoscono il valore più ampio della tutela del patrimonio idrico come bene collettivo e strategico per lo sviluppo dei territori.
LIFE Svolta Blu si colloca in una posizione intermedia fra Israele e il Colorado e per molti aspetti innovativa. Il progetto non punta a costruire un mercato dei diritti d’acqua sul modello statunitense, né si limita alla sola regolazione pubblica. L’obiettivo è piuttosto creare un mercato volontario dei benefici idrici, nel quale il risparmio d’acqua, il riuso e la ricarica delle falde possano essere misurati, certificati e trasformati in “crediti blu” utilizzabili da altri soggetti del territorio. Il punto di forza dell’esperimento vicentino consiste nell’assumere il bacino idrografico come unità di riferimento, coinvolgendo gestori, imprese, agricoltori, amministrazioni e cittadini in una logica di responsabilità condivisa.
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