A settembre 2026 la Federal Reserve e la BCE hanno alzato i tassi di riferimento di 25 punti base. La Fed ha portato l’intervallo obiettivo al 3,75–4,00%, con il primo rialzo da luglio 2023. Per la BCE si tratta del secondo intervento restrittivo dell’anno: dopo il passaggio dal 2,00% al 2,25% di giugno, il tasso sui depositi sale ora al 2,50%. Le nuove proiezioni di Francoforte indicano un’inflazione nell’area euro al 3,0% nel 2026, al 2,5% nel 2027 e al 2,1% nel 2028. In altre parole, il ritorno stabile all’obiettivo del 2% non è atteso prima del 2028.
Le decisioni arrivano dopo una lunga fase di allentamento. Concluso nel 2023 il ciclo di rialzi post-pandemico, con picchi del 5,25–5,50% per la Fed e del 4,00% per la BCE, le due banche centrali avevano iniziato a tagliare nel 2024. A fine 2025 il costo del denaro era sceso al 3,50–3,75% negli Stati Uniti e al 2,00% nell’area euro, e il dibattito riguardava ormai se e quanto tagliare ancora. Le decisioni del 2026 smentiscono questa narrazione e pongono alle banche una domanda che va oltre la gestione dei crediti deteriorati.
Non una coda della stretta, ma un cambio di direzione
I rialzi del 2026 non sono quindi la prosecuzione della stretta post-Covid, ma un’inversione di rotta rispetto ai tagli del biennio 2024-2025. La politica monetaria sembrava aver corretto buona parte degli squilibri generati dalla pandemia, quando nuovi shock hanno rimesso in discussione il percorso: su tutti, la guerra con l’Iran iniziata a fine febbraio, che ha riportato il petrolio sopra i 100 dollari al barile.
Le banche centrali hanno motivato le loro scelte con fattori in parte diversi:
• Federal Reserve: inflazione ancora elevata, alimentata dai dazi sui beni di consumo e dal rincaro dell’energia legato al conflitto in Medio Oriente, in un contesto di attività economica solida, consumi resilienti e mercato del lavoro in buona salute;
• BCE: nuove pressioni sui prezzi derivanti dalla crisi mediorientale, con un’inflazione attesa sopra l’obiettivo per un periodo prolungato, nonostante un’economia più robusta del previsto.
Per la Fed la stretta potrebbe non essere finita. Il dot plot di settembre colloca la mediana delle proiezioni sui Fed funds al 4,1% a fine 2026, contro il 3,8% stimato a giugno: un ulteriore rialzo entro dicembre.
Il segnale va però letto con cautela. Con l’arrivo di Kevin Warsh alla presidenza, a fine maggio, la Fed ha abbandonato la forward guidance. I comunicati non offrono più indicazioni sulle mosse future e lo stesso Warsh ha invitato i mercati a non considerare la banca centrale come la bussola principale delle proprie scelte. Ne risulta una politica monetaria meno prevedibile, che accresce l’incertezza sul costo del denaro.
Per imprese e intermediari il messaggio è chiaro: non si tratta di un rialzo temporaneo del costo del denaro. Occorre prepararsi a un contesto in cui il costo del capitale è strutturalmente più alto e più volatile rispetto al decennio precedente la pandemia.
Più default in arrivo
Tassi più alti mettono inevitabilmente sotto pressione i debitori. Gli effetti sono noti:
• rifinanziare il debito diventa più costoso;
• la copertura degli oneri finanziari si riduce;
• le imprese con leva eccessiva o scarsa capacità di generare cassa diventano più vulnerabili.
Se i tassi resteranno elevati a lungo, una parte di questo deterioramento si tradurrà in nuovi default e, con il tempo, in un aumento delle esposizioni deteriorate.
Il punto di partenza è solido
Conta però la situazione di partenza, e quella attuale è molto diversa dalle crisi creditizie del passato.
A giugno l’EBA ha certificato che le banche di UE e SEE continuano a beneficiare di una solida posizione patrimoniale e di liquidità, di una buona qualità dell’attivo e di una redditività sostenuta. A fine 2025 i crediti deteriorati ammontavano a circa 370 miliardi di euro, pari all’1,82% dei prestiti totali.
La BCE arriva a conclusioni analoghe. Nel secondo semestre 2025 l’NPL ratio aggregato delle banche dell’area euro ha toccato il minimo storico del 2,2%. La Vigilanza segnala tuttavia le PMI come area di vulnerabilità emergente e avverte che energia e shock geopolitici potrebbero pesare sulla qualità del credito nei prossimi trimestri.
Un ecosistema NPE più maturo
Un aumento dei default non va quindi letto automaticamente come l’inizio di una nuova crisi bancaria. Rispetto al passato, le banche possono contare su:
• buffer patrimoniali e di liquidità più ampi;
• presidi di risk management più evoluti;
• un ecosistema sviluppato per ristrutturare, gestire, cedere e cartolarizzare gli attivi deteriorati.
In Italia questa infrastruttura è stata costruita, a caro prezzo, negli anni dello smaltimento delle sofferenze. Le imprese con fondamentali sani dovrebbero dal canto loro reggere un costo del debito più alto, anche se alcune avranno bisogno di rifinanziamenti, ristrutturazioni o nuovo capitale.
La domanda interessante, allora, non è quanti nuovi NPE verranno generati, ma che cosa faranno le banche per evitare che aziende sane diventino NPE.
La tentazione della rendita
Qui la questione si fa strategica. Tassi più alti migliorano la redditività bancaria, ampliando il margine sugli impieghi e sulle altre attività fruttifere. La tentazione è evidente:
• incassare il margine aggiuntivo;
• irrigidire i criteri di erogazione man mano che il rischio sale;
• concentrare il credito sui prenditori più sicuri.
Presa singolarmente, è una scelta perfettamente razionale. Adottata dall’intero sistema, rischia di creare un problema ben più serio.
Le alternative delle imprese: il caso Nvidia
Le imprese migliori hanno sempre più alternative al credito bancario. I grandi gruppi possono rivolgersi al mercato obbligazionario, al private credit e agli investitori istituzionali. Le società tecnologiche possono spingersi oltre, integrando la finanza direttamente nei propri ecosistemi industriali.
Nvidia ne è un esempio eloquente. Per sostenere gli enormi investimenti richiesti dalle infrastrutture per l’intelligenza artificiale, non si affida soltanto agli intermediari tradizionali. Ricorre in misura crescente a garanzie, partnership e altre forme di supporto finanziario per incentivare gli investimenti di clienti e controparti, offrendo alla propria filiera un sostegno che il sistema finanziario non riesce a fornire.
La lezione va oltre Nvidia: se le banche non sapranno, o non vorranno, offrire finanziamenti, ristrutturazioni e supporto concreto alle aziende sane nel momento del bisogno, i prenditori migliori troveranno capitale altrove.
Il rischio di selezione avversa
Ne deriverebbe un classico problema di selezione avversa. Le imprese più solide se ne vanno perché possono; quelle più deboli restano perché non hanno alternative.
Gradualmente le banche potrebbero ritrovarsi con una quota sproporzionata di clienti privi di sbocchi alternativi. Le aziende più attraenti, nel frattempo, migrerebbero verso:
• mercato dei capitali;
• private credit;
• supply chain finance;
• nuove forme di finanziamento sponsorizzato dalle imprese stesse.
Conclusioni
Il rialzo dei tassi genererà tensioni finanziarie. Alcune imprese andranno in default e i flussi di nuovi NPE cresceranno, costringendo le banche a investire di più in early warning, ristrutturazione e gestione del credito.
Le banche europee appaiono però sufficientemente capitalizzate, liquide e redditizie per assorbire un deterioramento ragionevole della qualità dell’attivo. Il prossimo ciclo del credito riguarderà quindi meno la loro capacità di sopravvivere ai crediti deteriorati e più la loro capacità di restare rilevanti per le imprese sane.
Quando un’azienda con fondamentali solidi attraversa una difficoltà temporanea, chi le fornirà capitale, flessibilità e competenze di ristrutturazione: la sua banca o qualcun altro? Se la risposta sarà sempre più spesso «qualcun altro», il costo più alto del prossimo ciclo non saranno gli NPE che compaiono nei bilanci bancari, ma i buoni clienti che ne scompaiono.
Link di riferimento:
Federal Reserve – Comunicato FOMC del 16 settembre 2026
BCE – Decisioni di politica monetaria
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