Sopra la nuova passerella sospesa del Benjakitti Park, lunga un chilometro e affacciata sugli stagni dove sbocciano i fior di loto e le mangrovie allungano i loro innocui tentacoli, si percepisce efficacemente la svolta green di Bangkok. Quest’area verde al centro della metropoli tra le più trafficate e maliarde dell’Asia, infatti, adesso è unita all’altro polmone verde cittadino del Lumphini Park attraverso un corridoio botanico di otto ettari di superficie, in cui trovano il proprio palcoscenico numerose sculture, contribuendo così a disegnare un sipario organico che smorza la massa dei grattacieli, attutendo rumori e afrori. Anche le autorità locali sottolineano gli ottimi risultati ottenuti nella mobilità urbana grazie all’impiego dell’intelligenza artificiale per gestire il traffico, agli autobus elettrici climatizzati e alle norme in tema di sicurezza imposta ai tuk-tuk, i diffusissimi taxi a tre ruote.
Il richiamo dell’arte contemporanea
Anche l’arte contemporanea sta agendo come motore di cambiamento. Lo dimostra, per esempio, la struttura industriale, grezza e abbandonata, della Thai Wattana Panich, una storica tipografia nel quartiere cinese distrutta da un incendio nel 2001, dove è nata Kunsthalle, istituzione dedicata all’arte, al cinema, alla musica, alla danza, alla letteratura, all’architettura e a tanti altri linguaggi: è guidata dall’architetto italiano Stefano Rabolli Pansera, già fondatore del St. Moritz Art Film Festival, e dal 14 ottobre ospiterà la mostra “Bright at Midnight”, dedicata a Bas Jan Ader e curata da Leonardo Orion Dal Colle. Da lì si potrebbe raggiungere la sede gemella della Khao Yai Art Forest, dove gli artisti sono invitati a declinare il tema della guarigione della natura attraverso installazioni site specific (ad esempio, la stele “God” di Francesco Arena o “Pilgrimage to Eternity” del thailandese Ubasat). Anche il Dib Bangkok, aperto nel dicembre scorso, è interessante perché frutto della conversione di un magazzino in un contenitore di arte contemporanea: l’architetto thailandese Kulapat Yantrasast, già autore di interventi al Louvre e al Metropolitan Museum of Art di New York, ha disegnato pinne triangolari sul tetto, una torre conica e una torretta tubolare dove trovano posto le opere immersive di 40 artisti internazionali e thailandesi, tra cui Lee Bul e Montien Boonma.
Lungo il fiume
Questo processo di trasformazione coinvolge anche le dimore private sul Chao Phraya River (andrebbe sempre letto il romanzo “Bangkok” di Lawrence Osborne), come la Siri Sala Private Thai Villa, un abbacinante costruzione dotata di molo privato per muoversi sul fiume e di un giardino flamboyant, scelta per una puntata della serie “White Lotus”. Ci si può spingere fino a Thonburi, sulla riva occidentale, che fu capitale del Siam tra il 1767 e il 1782 e ospitò gli empori di commercianti appartenenti a etnie, fedi e Paesi diversi in un’atmosfera di convivenza tra buddisti, cristiani, cinesi e musulmani, per poi acquistare un mazzo di fiori o un cesto di verdure al mercato all’ingrosso di Pak Klong Talad, aperto 24 ore al giorno e rifornito dalle imbarcazioni tradizionali dalla lunga coda. Attraversato il Memorial Bridge sul fiume, si raggiunge così il Wat Prayurawongsawat Worawihan, il tempio reale chiamato anche Tat Rua Lek: significa “il monastero recintato” perché, appunto, il suo recinto in acciaio replica le sagome di asce, cannoni e lance, mentre la Sala delle Ordinazioni decorata sul frontone rappresenta un tipico esempio di stile thailandese.
Nel quartiere di Talat
Lungo il canale Khlong Saen Saep, nel distretto di Ratchathewi, vive la comunità di Ban Khrua Nuea, in un’area abitata dal popolo Cham fin dal regno di Rama I (1782-1809), fondatore di Bangkok. Sono celebri per la tessitura della seta, un’attività che negli anni Cinquanta e Sessanta l’imprenditore statunitense Jim Thompson contribuì a far rivivere. Un luogo alla moda per soggiornare, nel quartiere di Talat Noi che pullula di gallerie d’arte e boutique di design, è il Blu Dock Restel Bangkok: dalle camere si vedono salpare le imbarcazioni, i rimorchiatori blu e arancioni, mentre all’interno ceramiche e libri, statue in vimini, tavoli in marmo rosa, porte tradizionali cinesi in legno rendono il soggiorno la quintessenza del melting pot. Straordinaria è anche l’esperienza gastronomica offerta dallo stellato Potong, nel cuore di Chinatown, regno della chef Pichaya Soontornyanakij, che The World’s 50 Best Restaurants ha nominato migliore chef donna al mondo nel 2025 e che, a poca distanza, ha firmato anche Khao San Sek, in un ambiente dove confluiscono street art e mosaici a specchio: qui il piatto più rinomato è il manzo grasso a cottura lenta, su pane brioche tostato con salsa satay piccante. Da Sakkwa, invece, lo chef Worathon Tae Udomchalothorn insaporisce il pesce con gli agrumi e propone un ammaliante curry giallo con anacardi, ali di pollo e fettine di banana: si trova al quarto piano di un edificio apparentemente anonimo nel quartiere di Talat Noi, ma all’interno dona la sorpresa di trovarsi in una sorta di raffinata galleria d’arte, dove si ascolta musica jazz. Più tardi, scatta l’ora del cocktail panoramico al Sanctuary, aperto al 34° piano di un grattacielo affacciato sulla Sukhumvit Road, la Broadway della città: mentre si gusta un River Prawn Butter all’estratto di gusci dei gamberi di fiume trattato con cognac e liquore St. Germain, sembra di trovarsi in una cattedrale in legno sospesa nel cielo scintillante. Per salutare poi Bangkok dinnanzi alle pagode del tempio Wat Arun Ratchawararam Ratchawaramahawihan, illuminate come in una fiaba.
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