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La strada è indicata. Ora bisogna proseguire in quella
direzione. È la sintesi del nuovo rapporto ambientale EcoPortsinSights 2026, presentato oggi dall’European Sea Ports Organisation (ESPO), che è uno dei pilastri dell’iniziativa EcoPorts e fotografa lo stato dell’ambiente e della sostenibilità nel settore portuale europeo. La nuova analisi si basa sui dati di 73 porti di 17 Paesi europei, raccolti attraverso l’EcoPorts Self-Diagnosis Method (SDM), lo strumento con cui le autorità portuali valutano il proprio sistema di gestione ambientale e si preparano alla certificazione PERS (Port Environmental Review System). La Spagna è il Paese più rappresentato (18 porti, 24,7%), seguita da Germania (11) e, a pari merito, Olanda e Regno Unito (sette ciascuno). L’Italia partecipa con un solo porto. Dato che il campione varia di anno in anno, il rapporto invita a leggere le variazioni con prudenza. Il 97% dei porti ha una politica ambientale, il 99% ha definito obiettivi di miglioramento e il 95% gestisce un programma di monitoraggio. Il 77% possiede almeno una certificazione di sistema di gestione ambientale (ISO 14001, EMAS o PERS) e la rendicontazione ambientale pubblica raggiunge il nuovo massimo dell’85%. L’Environmental Management Index scende però a 8,51 su 10, dal record di 8,67 del 2025. È il primo calo annuale dal 2020, ma resta il terzo valore più alto della serie storica. Il rapporto precisa che la variazione va letta alla luce del cambiamento nella composizione del campione (da 77 a 73 porti). a partire dalla formazione ambientale del personale che è ferma al 60% (era il 64% nel 2025) ed è l’unico indicatore sotto il livello del 2013. Inoltre, la documentazione delle responsabilità del personale chiave cala dal 91% all’86%, e, se il 99% dei porti ha definito obiettivi, solo il 77% dichiara che siano quantitativi: un divario che, secondo il rapporto, indica la strada per il prossimo passo. monitoraggio, spiegando che è più diffuso nei settori legati a energia, rifiuti e carbonio. In particolare, l’efficienza energetica tocca il massimo storico del 90%, i rifiuti portuali l’89%, quelli delle navi l’86% e la carbon footprint l’85% (+37 punti rispetto al 2013, la crescita più marcata nel lungo periodo). Il monitoraggio del riciclo dei rifiuti sale all’80%. Calano invece la qualità dei sedimenti (75%), i consumi idrici (70%) e gli ecosistemi marini (53%). Il monitoraggio della qualità del suolo registra la flessione annua più accentuata, dal 52% al 47%. Il rapporto sottolinea l’importanza di non trascurare questi ambiti, vista la crescente attenzione della politica europea a resilienza idrica, ripristino della natura e protezione del suolo. ambientali per il quinto anno di fila, essendo indicato da 59 porti. Seguono qualità dell’aria ed efficienza energetica. Il rumore sale al quarto posto e il rapporto con la comunità locale compie il balzo maggiore, dal settimo al quinto. Lo sviluppo portuale lato terra scende dal quarto al sesto posto, ma – avverte il rapporto – senza che questo ne riduca l’importanza reale. riduzione dei gas serra (80% nel 2025); il 70% segnala difficoltà operative potenzialmente legate al cambiamento climatico, il valore più alto da quando l’indicatore esiste; il 79% sta rafforzando la resilienza delle infrastrutture esistenti; l’89% considera l’adattamento climatico nei nuovi progetti infrastrutturali, il dato più alto della serie. l’Onshore Power Supply, la tecnologia per fornire elettricità dalla rete di terra alle navi, è disponibile nel 60% (44 su 73) dei porti (62% nel 2025). Tra questi, il 55% offre alta tensione, il 75% bassa tensione e il 98% ha installazioni fisse e il 16% impianti mobili. Il rapporto precisa che, «dei 44 porti dotati di OPS, 38 segnalano che le navi utilizzano l’impianto quando disponibile, una percentuale pari a circa l’86%». Il rapporto avverte che, però, la disponibilità dell’infrastruttura non basta: i benefici ambientali si ottengono solo se le navi si collegano davvero. Il documento ricorda che solo dal 2030 il regolamento europeo FuelEU Maritime renderà obbligatorio l’uso dell’OPS per portacontainer e navi passeggeri nei porti. Supply riguardano la rete elettrica: il 54% segnala problemi di connessione e il 48% di capacità. Solo il 37% ritiene che l’OPS rappresenti un’opportunità economicamente vantaggiosa per la propria realtà portuale. navali utili alla decarbonizzazione del trasporto marittimo, il rapporto segnala che il bunkeraggio di gas naturale liquefatto è disponibile nel 52% dei porti. Inoltre cresce l’attività progettuale sugli altri combustibili: biocarburanti dal 28% al 41%, ammoniaca dal 16% al 20%, combustibili sintetici dal 13% al 18%, mentre l’idrogeno resta stabile al 42%. Si tratta – precisa il rapporto – di progetti in via di sviluppo e non di disponibilità operativa. ecologiche, le tariffe portuali differenziate per le navi più “verdi” toccano il massimo storico: 70% dei porti, dal 61% del 2025. Il criterio più usato è la riduzione dei gas serra (67%), davanti alle emissioni in atmosfera (63%). Il rapporto evidenzia che, tuttavia, l’incentivo economico resta generalmente modesto rispetto al costo complessivo di uno scalo, e va inteso soprattutto come segnale di accompagnamento. dell’adozione di politiche e sistemi può dirsi in gran parte compiuta: ora si tratta di dimostrarne l’efficacia. Servono obiettivi quantificabili, personale formato, dati ambientali affidabili e reti elettriche in grado di sostenere l’elettrificazione di banchine e del trasporto stradale. Anche per questo ESPO sta rivedendo il questionario SDM, che dovrebbe dimezzare il numero di domande per renderlo più semplice da compilare, pur mantenendo le informazioni necessarie a una valutazione efficace. sistemi. Ora devono mostrare che funzionano.
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