Sibaritide. Aeroporto Ram e micro-provincia: due illusioni che condannano il territorio all’irrilevanza



Sibaritide, Mazza: “Il miraggio del piccolo cabotaggio”

Aeroporto Ram e micro-provincia: due illusioni che condannano il territorio all’irrilevanza

Periodicamente, quando le scadenze elettorali si avvicinano, la politica locale rispolvera dal cassetto dei sogni i suoi soliti cavalli di battaglia. L’ultima versione green e sostenibile di questo eterno riciclo è la favola dell’aeroporto RAM (Regional Air Mobility) nella Piana di Sibari. Un’operazione presentata come la svolta infrastrutturale del secolo, ma che ha invece tutto il sapore dell’ennesima scatola vuota. Un disegno pensato per raccogliere consenso a costo zero. È la replica esatta di un altro grande classico della retorica nostrana: il mito della “Provincia Sibaritide-Pollino“.

Due proposte all’apparenza diverse, ma che nascondono la stessa identica matrice. Un calco comune: abbindolare i cittadini con l’illusione di un’autonomia amministrativa e un’indipendenza nella mobilità attraverso contenitori formali.

Tuttavia, dietro queste velleitarie iniziative, non c’è un solo euro di investimento reale. Non c’è una regia unitaria. Non c’è uno straccio di piano industriale. Non c’è nulla. Non c’è assolutamente nulla.

Il dibattito si riaccende oggi, non a caso, semplicemente perché qualche comunicato stampa ha ripescato un precedente: l’aviosuperficie a Scalea. Una pista che esiste già dai primi anni Duemila, riconvertita in superficie RAM più per salvarla dalla prima piena del Lao che per un progetto di sistema.

Accostare la Riviera dei Cedri alla Sibaritide, senza distinguere i contesti, è l’ennesima scorciatoia politica. Ma va detto, per onestà, che a Scalea qualcosa di buono è stato fatto. La rinomina dello scalo in Scalea-Maratea, concordata tra i presidenti delle Regioni Basilicata e Calabria, rappresenta un’operazione che rilancia una prospettiva turistica di ambito interregionale. Più forma che sostanza, certo, ma una forma che ha senso. Un’etichetta turistica condivisa per un bacino che un aeroporto vero, lì, non lo giustificherebbe mai.

La memoria corta del giardino di casa

C’è un paradosso, nella retorica di chi oggi sgomita per sostenere una RAM a Sibari. Ed è bene metterlo in chiaro. Per giustificare la nuova pista, si invoca l’affinità con contesti agricoli vicini. Il riferimento è al Metapontino, quasi a voler costruire un progetto di scala sovraregionale sul modello già collaudato di Scalea-Maratea. Si tace, però, su un dettaglio decisivo. Nel Metapontino, in Val Basento, a Pisticci, un’aviosuperficie esiste già.

Lo stesso schema già visto sul Tirreno, applicato sullo Jonio, dovrebbe tradursi in un’unica conclusione: nessuna necessità di una nuova pista nella Sibaritide. Solo la messa a sistema di uno scalo già pronto — quello di Pisticci — con una caratura autenticamente interregionale.

Eppure, il Metapontino, in questo ragionamento, diventa territorio strumentale. Buono per giustificare un’idea discutibile, non per essere davvero preso in considerazione come sede di un progetto già esistente.

Si finge di non sapere che l’aviosuperficie “Mattei” c’è già. O peggio, lo si sa e si sceglie di ignorarlo.

Resta sempre attiva, invero, la classica visione del territorio pari a quella del giardino di casa. Si preferisce una costruzione ex novo a Sibari, invece di guardare a qualche chilometro di distanza dove il lavoro, in parte, è già fatto.

Ma ammesso pure che lo schema regga, il paragone si ferma comunque a un certo punto. A Scalea la RAM dovrà servire un turismo stagionale. E lo farà in un contesto già coperto da una ferrovia a doppio binario, predisposta al transito di treni ad alta velocità. Nella Sibaritide, invece, manca tutto: cargo, agricoltura, intermodalità.

Nessuno studio di fattibilità a sorreggere la proposta. Nessuna analisi delle vocazioni territoriali che la giustifichi. L’unica certezza è che a meno di un’ora d’auto esiste una pista che aspetta solo una strategia degna di questo nome. L’idea per Sibari, ergo, non è un aeroporto. È un’etichetta nuova su un vuoto vecchio.

La vocazione jonica al nanismo politico

Parliamoci chiaro: sia la micro-provincia confinata tra il Pollino e la Piana, sia lo scalo mignon isolato rappresentano la massima espressione di un nanismo politico tutto locale. Una sottocultura amministrativa fondata sul campanilismo più cieco e sulla rinuncia preventiva a contare davvero. Non è un caso che queste proposte riemergano puntualmente a ridosso di scadenze elettorali. D’altronde sono progetti a costo zero per chi li propone, ma a rendimento immediato in termini di consenso. Proprio perché non richiedono né visione né impegno di risorse reali. Bastano un annuncio, una conferenza stampa, uno slogan su autonomia e mobilità riconquistate.

Accontentarsi di un’aviosuperficie riadattata per far atterrare qualche velivolo da 9 a 20 posti — perché una RAM serve solo a questo — significa barattare il diritto alla mobilità con un simulacro di modernità. Parimenti, è da bottega politica venderla alle piazze come “nuovo aeroporto”. Allo stesso modo, rincorrere l’utopia di un piccolo Ente provinciale da appena 200mila abitanti equivale a firmare la propria condanna all’irrilevanza istituzionale. Un micro-orticello da gestire in solitaria, mentre le decisioni vere su sanità, fondi europei e trasporti continuano a essere prese altrove. Restano, cioè, nei luoghi in cui massa critica e dimensione politica sono presenti da sempre.

Sullo Jonio ci si distingue sempre per la logica del “piccolo è bello”. Perché un cortile è più facile da amministrare del territorio che si potrebbe costruire. Che poi, in realtà, è la resa anticipata di chi rinuncia a fare rete. Non è prudenza. È mancanza di approccio strategico.

La realtà contro la propaganda: Area Vasta e intermodalità vera

L’Arco Jonico non ha bisogno di nuove riserve indiane, né di infrastrutture di cartone a uso e consumo della propaganda di paese. La vera sfida d’ambito non si vince chiudendosi nel proprio recinto. Si realizza costruendo Aree Vaste di caratura interterritoriale omogenea.

È necessaria una saldatura politica, economica e sociale tra la Sibaritide, la città di Corigliano-Rossano e il Crotonese. Solo superando l’asticella dei 400mila abitanti, l’Arco Jonico acquisisce la massa critica necessaria per partecipare da protagonista ai tavoli regionali e nazionali. È l’unica soluzione per rompere, una volta per tutte, quell’asse storico che ha sempre accentrato risorse e potere sulla direttrice tirrenica e sui capoluoghi tradizionali.

Lo stesso cambio di paradigma deve valere per le infrastrutture. Continuare a baloccarsi con l’idea di uno scalo aereo isolato, se prima non si garantisce la base del trasporto terrestre, è un non-senso logistico. La Sibaritide e l’Arco Jonico non si salvano con i voli taxi. Si salvano con una reale pianificazione sistemica. Si rigenerano con una vera rete intermodale integrata tra trasporto aereo, ferroviario, portuale e stradale.

Le priorità assolute hanno nomi precisi: completare l’ammodernamento a quattro corsie della SS106. Realizzare l’AVR sulla ferrovia jonica con deviatoi dedicati. Potenziare lo snodo di Sibari e collegare i porti alla linea ferrata. Connettere Corigliano-Rossano con l’aeroporto di Crotone e la rete nazionale.

La Provincia della Sibaritide e la RAM di Sibari sono un doppio oppio consolatorio per certi ceti politici locali. L’Area Vasta tra il Crotonese e la Sibaritide e l’intermodalità dell’Arco Jonico sono l’unica dimensione istituzionale in grado di riequilibrare la Calabria. Solo così si rompe l’isolamento politico e infrastrutturale Il piccolo cabotaggio è solo un miraggio. La Calabria non si equilibra scopiazzando. Si costruisce studiando. Domenico Mazza


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