La Russia non cerca la pace: pretende il riconoscimento della sua potenza


30 luglio 2026 – ore 18:00 – PremessaStiamo vivendo un periodo storico caratterizzato dalla cosiddetta Age of Forever Wars, l’era delle guerre eterne. Quando questa tesi fu esplicitata nel 2025 da Lawrence Freedman, professore al King’s College di Londra, in un saggio pubblicato su Foreign Affairs e già oggetto di precedenti trattazioni — che vi invito a leggere attraverso il link in descrizione —, alcuni analisti internazionali la bocciarono, liquidandola come una sorta di insignificante esercizio di fantapolitica. La realtà, invece, ci dice che stiamo assistendo a un numero incredibile di conflitti che continuano ad aprirsi senza mai chiudersi, esasperando i rapporti politico-diplomatici e creando ovunque un clima di instabilità permanente ed estremamente pericolosa. In queste ore, come ben sappiamo, il conflitto in Ucraina continua. Sono inoltre ripresi i bombardamenti americani in Iran, come si evince dalle dichiarazioni rilasciate dal Comando strategico militare statunitense, consultabili attraverso il link in descrizione. Le criticità in Africa, con particolare riferimento al Sudan e alle vaste regioni del Sahel, del Corno d’Africa e dei Grandi Laghi, determinano una condizione di elevata instabilità, mentre nel quadrante dell’Indo-Pacifico assistiamo a un clima di crescenti tensioni tra Cina, Giappone e Filippine.

Stiamo inoltre osservando un susseguirsi di accuse velate, formulate da illustri opinionisti americani nei confronti di Pechino e Mosca, in merito al presunto sostegno fornito da queste ultime a Teheran, nonostante l’Amministrazione Trump tenti di stemperare questo ulteriore focolaio di tensione. L’assurda guerra in Ucraina sta “innervosendo” oltremodo il Cremlino, mentre gli attacchi iraniani contro le basi americane nel Golfo preoccupano Washington e tutte le monarchie sunnite, sempre più in fermento.

In questo confuso quadro d’insieme non possiamo certamente dimenticare Israele, alle prese con le prossime elezioni in un clima di incertezza politica e di palesi difficoltà diplomatiche. Gaza, nel frattempo, è sostanzialmente scomparsa dagli schermi radar insieme alla Cisgiordania, mentre si cerca, non senza difficoltà, una soluzione in Libano. Contemporaneamente, Hamas e Hezbollah continuano ad affermare di non essere intenzionati a disarmare le proprie milizie, confidando anche nella certezza che nessuno degli attori internazionali occidentali sarà mai disponibile a prendere in esame un’eventuale missione di peace enforcement, ossia di imposizione della pace, nei territori palestinesi e in Libano.

In una cornice così complessa dobbiamo, senza alcun dubbio, affermare che queste oggettive criticità stanno evidenziando una netta frattura tra l’Occidente e l’asse Russia-Cina-India; una profonda crisi di credibilità dell’Unione europea come organismo in grado di dirimere le controversie internazionali e, contestualmente, l’emersione del pensiero strategico della Gran Bretagna nei tavoli negoziali europei; la definitiva fine delle velleità francesi di riprendere il controllo politico ed economico dell’Africa francofona; l’affermazione della Turchia come potenza regionale nell’Africa settentrionale e in una parte rilevante del Medio Oriente. Non bisogna dimenticare, infine, la crescente crisi di fiducia di Corea del Sud, Giappone e Filippine nei confronti della reale volontà di Washington di esercitare, in futuro, un’effettiva deterrenza nei confronti della Cina.

Certamente, cari lettori, queste sono soltanto alcune delle evidenze alle quali stiamo assistendo, senza sottovalutare il fatto che molti Paesi europei saranno presto chiamati alle urne, con possibili stravolgimenti degli attuali equilibri politici, dovuti anche a una crisi economica che non accenna ad attenuarsi.

Oggi analizzeremo alcuni aspetti della politica polacca, nonché una lunga intervista rilasciata dal ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov al direttore della TASS. Questi estratti ci consentono di percepire l’esistenza di forti fibrillazioni nell’Europa orientale e di conoscere alcuni aspetti poco noti del nazionalismo polacco e di quello russo, riscoprendo forse, in tal modo, il valore dello studio dei popoli e delle diverse culture: l’unica chiave corretta per comprendere gli avvenimenti nella loro complessità.

Ricordiamoci, al di là della percezione del “cattivo di turno”, che stiamo parlando di un conflitto, quello in Ucraina, combattuto nel cuore della nostra Europa e nello spazio di sicurezza ex sovietico. Un conflitto certamente non voluto unicamente da Mosca, che sta demolendo l’architettura di sicurezza del continente, impoverendo l’intera popolazione europea e determinando, infine, gravi fratture difficilmente rimarginabili nel medio periodo.

Cui prodest?

Conoscere per comprendere

https://www.foreignaffairs.com/age-forever-wars

https://www.centcom.mil/MEDIA/PUBLIC-RELEASES/Article/4559495/us-strikes-irgc-targets-after-attempted-iranian-attacks/

Attenzione, Bruxelles e Kiev: i conservatori polacchi stanno virando a destra

Con questo titolo Bartosz Brzeziński, giornalista senior di POLITICO Europe specializzato nella politica dell’Europa centrale e orientale, mette in evidenza alcune criticità politiche esplose in Polonia e meritevoli di grande attenzione informativa. Varsavia, infatti, dispone di importanti Forze armate e rappresenta uno dei principali hub logistici della NATO, attraverso il quale vengono costantemente inviati a Kiev armamenti ed equipaggiamenti destinati alle forze ucraine impegnate al fronte.

Questa ennesima fibrillazione politica scaturisce anche dalle note criticità esistenti tra Kiev e Varsavia in merito al ruolo delle formazioni ultranazionaliste ucraine dell’UPA tra il 1943 e il 1945, responsabili dei massacri della Volinia e della Galizia orientale, nei quali furono uccisi circa 100 mila polacchi.

Questi avvenimenti storici, mai dimenticati dalla popolazione polacca, incidono da sempre sia sulle relazioni tra i due governi sia sui rapporti transfrontalieri tra le due comunità.

Bruxelles e diversi leader europei sono intervenuti nel tentativo di stemperare le tensioni. Non casualmente, il 29 luglio scorso, a Lublino, città polacca non lontana dal confine con l’Ucraina, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha incontrato per alcune ore il primo ministro polacco Donald Tusk.

Dall’esito dell’incontro, al di là delle dichiarazioni di rito in materia di sicurezza, è emerso che la parte ucraina ha più volte invitato Varsavia a garantire la sicurezza dei numerosi gruppi di rifugiati ucraini presenti da anni in Polonia. Ciò evidenzia le crescenti tensioni tra le due comunità, sfociate recentemente in diversi “incidenti”, alcuni dei quali gravi sotto il profilo della sicurezza e dell’ordine pubblico.

Come vedremo, questa ennesima crisi politica, che potrebbe determinare un futuro spostamento a destra del consenso della popolazione polacca, non rappresenta soltanto la possibile volontà della destra polacca di rivedere l’impianto strategico volto al sostegno di Kiev, ma sembra anche voler intercettare la crescente insofferenza di una popolazione che, analogamente a quanto avviene nell’intera Europa orientale, risulta attanagliata da una crisi economica sempre più pressante.

Leggiamo insieme l’articolo:

In vista delle elezioni del prossimo anno, l’opposizione polacca si sta spostando ulteriormente a destra e ciò rischia di avere un impatto significativo sull’Unione europea e sull’Ucraina.

Il partito nazionalista Diritto e Giustizia (PiS), che ha governato il Paese dal 2015 al 2023, scontrandosi ripetutamente con Bruxelles sullo Stato di diritto e sui diritti delle persone LGBTQ+, si è spaccato venerdì scorso. Al centro della faida vi è lo scontro tra il leader del partito, Jarosław Kaczyński, noto per la sua linea dura, e l’ex primo ministro Mateusz Morawiecki.

La grande domanda è quali conseguenze possa avere questa rottura sulla traiettoria politica di un Paese che possiede uno degli eserciti più grandi della NATO ed è stato un alleato strategico fondamentale di Kiev sin dall’invasione russa.

Gli alleati del primo ministro filoeuropeo Donald Tusk hanno interpretato la vicenda come una buona notizia. Quando Kaczyński si è avvicinato al microfono per annunciare l’espulsione di Morawiecki, due parlamentari della coalizione di governo di Tusk si sono filmati mentre assistevano al discorso mangiando popcorn.

È facile comprendere perché possano esserne soddisfatti. Prima della scissione, il sondaggio di POLITICO attribuiva alla Coalizione Civica di Tusk il 32% dei consensi e al PiS il 26%. Ora il PiS è sceso al 22%.

Ma questa è soltanto una parte della storia. Le forze congiunte dei partiti di destra rimarrebbero in una posizione di forza qualora riuscissero a presentarsi unite alle elezioni del 2027. La spaccatura di venerdì, inoltre, rende il PiS più incline a orientarsi verso destra nella scelta delle proprie alleanze, privilegiando il consolidamento ideologico rispetto al tentativo di riconquistare il centro.

L’ala del PiS guidata da Morawiecki aveva sostenuto la necessità di ampliare il bacino elettorale del partito e di adottare un approccio meno aggressivo nei confronti di Bruxelles. Kaczyński, invece, sembra determinato a riconquistare gli elettori che si sono spostati più a destra.

Non è affatto certo, tuttavia, che i partiti dell’estrema destra polacca riescano a concordare un programma comune con il PiS.

Tra i potenziali beneficiari della spaccatura di venerdì vi sono i partiti che si oppongono all’adesione dell’Ucraina all’Unione europea e, nel caso del movimento Confederazione della Corona Polacca di Grzegorz Braun, auspicano la completa uscita della Polonia dall’Unione.

https://www.politico.eu/article/poland-pis-split-right-wing-parties-2027-election/

https://www.president.gov.ua/en/news/prezident-ukrayini-zustrivsya-z-premyer-ministrom-polshi-105633

Intervista del ministro degli Esteri Sergej Lavrov al direttore generale dell’agenzia di stampa TASS, Andrey Kondrashov, Mosca, 29 luglio 2026

Nel proporvi l’analisi degli aspetti principali di questa lunga intervista, desidero sottolineare come la scelta di Lavrov miri certamente a rafforzare la coesione interna, enfatizzando gli elementi tipici del nazionalismo russo, ma tracci anche precise linee di confine riguardo alla posizione di Mosca sul conflitto in corso.

I continui riferimenti alla Gran Bretagna e agli Stati Uniti non appaiono certamente casuali. Ne scaturisce un’intervista decisamente atipica, che ci consente di comprendere meglio il pensiero profondo non soltanto del ministro degli Esteri, ma anche dell’uomo Lavrov. Con ogni probabilità, sarà esaminata attentamente dalle cancellerie europee e non solo.

Leggiamo insieme:

Domanda: Signor Lavrov, lei è una persona che certamente non ha bisogno di presentazioni nel nostro Paese. È la seconda volta che viene incluso tra i primi cinque candidati alle elezioni del partito Russia Unita. Che cosa significa questo per lei? Certamente, implica uno sforzo collettivo, ma la responsabilità ultima ricade su un singolo individuo. Probabilmente sa chi è questa persona. La sua nomina rappresenta un segno di fiducia, di apprezzamento o un ulteriore onere? Oppure è una ricompensa?

Sergey Lavrov: È certamente un segno di fiducia, non c’è dubbio. Tuttavia, ciò che conta maggiormente per me è la decisione della dirigenza del partito di inserirmi tra i primi cinque candidati approvati dal congresso di Russia Unita.

Ho ottimi rapporti con i leader di tutte le fazioni e di tutti i partiti, senza eccezioni. Considerati i nostri rapporti con tutte le forze politiche rappresentate nella Duma di Stato, vorremmo che esse contribuissero all’adozione di decisioni e leggi capaci di consolidare la nostra politica estera, rendendola il più efficace possibile e garantendole un ampio consenso.

La mia nomina nel gruppo dei cinque principali candidati, decisa dalla leadership del partito, è legata anche al periodo molto difficile che il Paese sta attraversando, un periodo il cui esito dipende in larga misura dal modo in cui condurremo l’operazione militare speciale contro coloro che hanno istigato una guerra contro la Russia. Mi riferisco al nostro personale militare impegnato in prima linea e alla popolazione civile, in tutti i sensi del termine.

D’altro canto, anche la politica estera e la diplomazia svolgono un ruolo di supporto fondamentale, considerando che le nostre controparti occidentali cercano di ingannarci, promettendo una cosa e facendo l’opposto. Ma ormai ci siamo abituati, o almeno avremmo dovuto abituarci, a tutto questo. Eppure, ogni volta, la nostra anima russa ci spinge a credere nel meglio.

La pazienza, tuttavia, tende a esaurirsi. Non sorprende, quindi, che, poco dopo l’inizio dell’operazione militare speciale, il presidente Vladimir Putin abbia affermato, a proposito delle nostre relazioni con l’Occidente, che le cose non sarebbero mai più tornate come prima del febbraio 2022.

Domanda: L’Occidente ha perso completamente la testa. Nessuno rispetta più gli accordi che hanno funzionato per decenni. Stanno demolendo tutto. Lo sappiamo e lo percepiamo. Quale alternativa possiamo offrire al mondo in questa situazione?

Sergey Lavrov: Innanzitutto, dobbiamo proteggere i nostri legittimi interessi. Per poter offrire qualcosa, dobbiamo vincere. Il mondo attende con grande interesse, e alcuni con il fiato sospeso, di vedere come finirà questa guerra: la guerra che l’Occidente ci ha imposto e in risposta alla quale il presidente Putin ha annunciato l’inizio dell’operazione militare speciale.

Non è che viviamo circondati da persone senza scrupoli, ma questa è la vita. Per parafrasare Sergey Bodrov, tutti vogliono sapere da dove derivi il potere.

Ha assolutamente ragione: non tentano nemmeno di nascondere, camuffare o dissimulare le proprie azioni. Inizialmente dichiararono apertamente l’obiettivo di infliggere una “sconfitta strategica” alla Russia. Tuttavia, osservando gli sviluppi lungo la linea di contatto o, più precisamente, sul fronte, si sono progressivamente allontanati da quella retorica.

Oggi, mentre Zelensky si ritira nel Donbass e in altri settori del fronte, passando dalla disperazione ad attività apertamente terroristiche, e dopo aver constatato che molte delle sue armi a lungo raggio possono raggiungere i bersagli, si è cominciato a descrivere questa fase come un punto di svolta.

Si afferma che sia necessario il carattere ucraino per sconfiggere la Russia, l’“aggressore” che, dopo aver conquistato l’Ucraina, si insedierebbe in Europa. È stato così rilanciato lo slogan della “sconfitta strategica” della Russia.

Si parla anche di “decolonizzare” la Russia, espressione che, in realtà, significa procedere alla spartizione del nostro Paese. Assistiamo al riemergere delle speranze che l’Occidente nutriva durante il crollo dell’Unione Sovietica, quando i movimenti separatisti presero forma nell’Estremo Oriente russo e negli Urali, per non parlare del Caucaso.

Si sperava che il Paese si disintegrasse e che loro potessero raccoglierne i pezzi. Credo che avessero persino cominciato a dividerseli.

Domanda: Eravamo a un passo da tutto ciò. La cosiddetta “Repubblica degli Urali” arrivò persino a emettere il “franco degli Urali”.

Sergey Lavrov: Sì, tutto era sull’orlo del baratro.

Il fatto che Boris Eltsin abbia avuto il coraggio di cedere anticipatamente il potere all’unica persona in grado di salvare la Russia in quel momento rappresenta una svolta storica e dimostra come la Russia sia toccata da Dio. Nei momenti di maggiore difficoltà riceviamo aiuto dall’alto.

Oggi tornano a parlare di “sconfitta strategica” e sostengono attivamente i nostri espatriati, che organizzano diverse associazioni antirusse in Europa e raccolgono fondi per la loro “lotta clandestina”, finalizzata alla divisione della Russia. Non ne fanno più mistero.

I nostri canali federali raccontano tutto ciò che l’Occidente sta pianificando. Probabilmente tutti dovrebbero guardare questi programmi per comprendere che non c’è nulla da ridere. Il presidente Putin lo sottolinea apertamente. L’intero “mondo civilizzato” si è rivoltato contro di noi.

Domanda: Fino al 2007, prima del discorso di Putin a Monaco, ci amavano, anche se con un abbraccio soffocante. Almeno ora le cose sono più semplici.

Sergey Lavrov: Pensavano di averci in pugno.

Quando il presidente Vladimir Putin è salito al potere, si è mostrato pienamente aperto a una partnership strategica paritaria con l’Occidente. Eppure, ora i nostri ex alleati — gli anglosassoni, per essere precisi — ci stanno facendo guerra attraverso l’Ucraina, con diversi gradi di ferocia: Londra più di tutti, Washington un po’ meno. Stanno rifornendo l’Ucraina di armamenti all’avanguardia e hanno annunciato che produrranno nuovi sistemi antimissile ad alta tecnologia, più letali, specificamente destinati a Kiev. Questo non era mai accaduto prima.

Abbiamo avviato la nostra operazione militare speciale in un momento in cui la società era tranquilla, serena e ampiamente soddisfatta del proprio tenore di vita.

Il fatto è che questa situazione non andava bene all’Occidente. Non volevano che la società fosse tranquilla: volevano incitarla contro le autorità, tramando provocazioni. Non sono in grado di competere lealmente. Temono la concorrenza leale in tutti i settori.

Da qui derivano le sanzioni, concepite per preservare posizioni che stanno irrimediabilmente svanendo dopo cinque secoli di dominio occidentale.

Permettetemi, dunque, di tornare sulla situazione della nostra società. È un tema che mi sta a cuore sia come cittadino sia come ministro degli Affari esteri, incaricato di attuare la politica estera del presidente della Russia, una politica che dovrebbe rispecchiare il sentimento dell’opinione pubblica.

Ovviamente, vogliono fomentare disordini. Il presidente Putin vi ha accennato brevemente di recente. Stiamo compiendo progressi quotidiani sul fronte, non con la rapidità che vorremmo, ma salvaguardando vite umane. Nel frattempo, l’altra parte cerca di compensare le proprie sconfitte sul campo di battaglia ricorrendo ad attacchi terroristici, con l’obiettivo di sconvolgere la vita quotidiana delle persone.

Gli attacchi con i droni stanno già diventando una realtà tangibile a Mosca e San Pietroburgo, mentre le persone che vivono nelle regioni di confine stanno sperimentando in prima persona la gravità della situazione.

Francamente, sono molto orgoglioso del fatto che la popolazione percepisca correttamente la situazione, come ci hanno insegnato la storia e coloro che sconfissero il nazismo. Soprattutto perché oggi stiamo combattendo contro i diretti seguaci e discendenti di quegli stessi nazisti: le stesse persone.

Il cancelliere tedesco Friedrich Merz dichiara apertamente che torneranno a dominare in Europa. Se siete così espliciti, siate preparati.

Domanda: Lei ha affermato che, prima di offrire al mondo un ordine internazionale alternativo, dobbiamo tutelare i nostri interessi nazionali e, per farlo, dobbiamo vincere. Quali sono i nostri interessi nazionali sulla scena internazionale?

Sergey Lavrov: Il nostro obiettivo è essere uno Stato indipendente, una civiltà indipendente. Vogliamo che i nostri confini siano protetti in modo affidabile, che nessuno osi dirci come organizzare la nostra vita all’interno della Russia e che tutti i popoli della Federazione Russa continuino a godere dei diritti garantiti dalla Costituzione: il diritto all’istruzione, alla conservazione della propria cultura, delle proprie tradizioni e del proprio credo religioso.

Pertanto, la Russia sarà interessata a cooperare su un piano di parità con gli altri grandi centri di potere emergenti, come la Cina e l’India. Questi importanti attori saranno naturalmente al nostro fianco nella difesa della giustizia, nella speranza che l’Occidente, e l’Europa in particolare, un giorno rinsavisca e si mostri pronto a integrarsi nei nuovi sistemi di relazioni su una base di uguaglianza e onestà.

Al momento, l’Occidente non è ancora pronto. Anche gli Stati Uniti sono completamente impreparati.

Nel frattempo, nuovi centri di potere stanno formando le proprie strutture reticolari. Uno di questi è rappresentato dai BRICS, che riuniscono le principali economie della maggioranza globale e affrontano i problemi in modo molto diverso dalla NATO, dove gli Stati Uniti comandano e tutti gli altri cercano ossequiosamente di compiacere l’egemone.

Non si tratta certamente neppure del modello dell’Unione europea, dove la burocrazia di Bruxelles ha usurpato i diritti dei governi nazionali.

Nessuno, all’interno dei BRICS, dell’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai, dell’Unione economica eurasiatica, della Comunità degli Stati indipendenti o dell’Organizzazione del trattato di sicurezza collettiva, può indicare un solo esempio in cui la Russia, la Cina — nel caso dell’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai e dei BRICS — o qualsiasi altro Paese abbia imposto le proprie richieste.

Si tratta sempre di negoziati franchi, improntati al rispetto reciproco e orientati alla ricerca del compromesso.

Domanda: Trentacinquemila sanzioni. Si tratta forse di un record nella storia dell’umanità e da quando esistono gli Stati. Come siamo riusciti a resistere a tutto ciò? Quali fattori ce lo hanno permesso?

Sergey Lavrov: Innanzitutto, grazie ai nostri antenati, che hanno costruito questo Paese così come lo conosciamo oggi. Abbiamo un Paese ricco di risorse, il più vasto del mondo, con accesso ai mari e agli oceani, condizione che ci consente di sviluppare il commercio e di rafforzare la sicurezza, anche grazie alla nostra Marina.

Ovviamente, l’industrializzazione ha svolto un ruolo fondamentale. Tutto ebbe inizio ai tempi dell’Impero russo. Di recente si è parlato molto di questo argomento. In quel periodo iniziò la costruzione delle ferrovie che avrebbero collegato l’intero Paese, così come lo sviluppo della nostra industria siderurgica.

Anche l’industrializzazione del periodo sovietico ebbe un ruolo importante, poiché il Paese compì enormi progressi in appena un decennio, in un arco temporale molto breve, nei quindici anni precedenti la Grande Guerra Patriottica. Questo ci aiutò a scongiurare una catastrofe.

Tuttavia, ciò che ci distingue veramente come nazione è qualcosa che l’Occidente non possiede. La nostra civiltà rispetta coloro che l’hanno creata, che hanno costruito le città e sconfitto i nemici.

La nostra storia ci riporta ai tempi di Alexander Gorchakov che, dopo la sconfitta nella guerra di Crimea — non è necessario soffermarsi sulle ragioni di quella disfatta —, affermò: «La Russia non è arrabbiata. La Russia sta ritrovando la concentrazione».

Anche oggi non c’è spazio per la rabbia. Arrabbiarsi o perdere il controllo sarebbe estremamente dannoso. Dobbiamo concentrarci. Sarebbe invece appropriato provare un senso di ira: una rabbia sana, non un temperamento irascibile.

La rabbia può aiutarci ad avanzare più rapidamente verso quella svolta tecnologica di cui, ultimamente, sentiamo parlare da più parti. Può alimentare la determinazione. Ci si può arrabbiare con sé stessi quando si desidera raggiungere più rapidamente un obiettivo. Abbiamo bisogno dello stesso tipo di rabbia positiva anche sul fronte esterno. Nessun dramma, ma una semplice conclusione interiore: verificare. La fiducia verrà dopo; prima, però, bisogna verificare. Soprattutto, occorre rimanere saldi sulle proprie posizioni.

I nostri vicini turchi hanno affermato di essere nuovamente disposti ad aiutarci in Ucraina. Eppure, allo stesso tempo, sottoscrivono i documenti della NATO nei quali si stabilisce che debba essere ripristinata l’integrità territoriale del regime di Kiev.

Sono state formulate anche altre proposte. L’attuale Amministrazione statunitense ha ribadito che, non appena avrà risolto la questione con l’Iran, tornerà ad aiutarci. Noi disponiamo di un esercito e di una flotta, nonché di forze aerospaziali — che esistono ormai da tempo — e di unità dedicate all’impiego dei droni.

Abbiamo anche il nostro popolo. Quando ci dicono: «Parliamone, manteniamo le cose come stanno, fermiamoci lungo la linea di contatto e poi valutiamo come raggiungere un compromesso», avvertiamo innanzitutto la continuità storica, la nostra identità e il nostro orgoglio nazionale e multinazionale.

L’Occidente ci dice ora che si prenderà del tempo per riflettere su quando riprendere i colloqui con noi. Ciò significherebbe, tuttavia, avviare trattative con l’Europa, gli Stati Uniti, Zelensky e il presidente Putin seduti allo stesso tavolo.

Secondo la loro impostazione, dovrebbe essere prima raggiunta una tregua, ossia un cessate il fuoco. Successivamente, l’Occidente schiererebbe una forza multinazionale guidata da Francia e Regno Unito e soltanto allora sarebbe disposto a sedersi al tavolo delle trattative. Che cosa significa tutto questo? Equivale a un ultimatum.

Se congelassimo la linea di contatto, il regime nazista rimarrebbe al potere. Non riconoscerebbero alcuno dei territori nei quali si sono tenuti i referendum.

Il nostro popolo, però, possiede una caratteristica unica, descritta da Vladimir Majakovskij nella poesia Broadway: «Il popolo sovietico ha un orgoglio speciale». Non perché tale orgoglio sia nato con il popolo sovietico, ma perché è sempre esistito nei russi. E quell’orgoglio è ancora vivo.

Domanda: Com’eri nel cortile durante la tua infanzia? Hai parlato della necessità di provare rabbia, ma in senso positivo. Preferivi risolvere le questioni per strada oppure ricorrere alla diplomazia? I russi seguono un principio: se una rissa è inevitabile, bisogna colpire per primi. Sappiamo di chi è questo principio. Qual è il tuo?

Sergey Lavrov: Sono cresciuto in una zona rurale della città di Noginsk, precedentemente chiamata Bogorodsk. Oggi mi sto impegnando molto, insieme ai funzionari della Regione di Mosca e al mio amico Andrey Vorobyov, governatore della Regione di Mosca, affinché Noginsk riacquisti il suo nome originario, Bogorodsk.

Sono già state introdotte alcune modifiche toponomastiche, ma la città continua a chiamarsi Noginsk. Il mio quartiere era sostanzialmente un villaggio. A sinistra della stazione ferroviaria si trovava una zona più urbana, mentre a destra c’erano due file di case rurali in legno, con tutte le caratteristiche tipiche di un villaggio.

A dire il vero, da bambini correvamo verso i treni merci per vedere che cosa trasportassero. Quando trovavamo delle angurie, ci divertivamo un po’.

Domanda: Sappiamo molte cose su di te. Tuttavia, non ti abbiamo mai chiesto nulla dei tuoi nonni. Che tipo di persone erano? Da chi hai ereditato i geni, le capacità e i talenti che possiedi?

Sergey Lavrov: I miei genitori divorziarono quando avevo soltanto pochi mesi. Entrambi si erano laureati all’Istituto di Commercio estero, che oggi fa parte dell’Università MGIMO. Fu proprio per questo motivo che mia madre mi incoraggiò a iscrivermi all’MGIMO, riuscendoci con notevole successo.

Dopo essersi laureati, i miei genitori furono inviati a lavorare presso un ufficio doganale di Brest.

Il destino volle che, dopo la loro separazione, rimanessi sempre con mia madre. Mia nonna viveva a Noginsk, dove lavorava come capoinfermiera. Mio nonno era il capostazione di Noginsk. Durante la guerra si occupava dell’invio al fronte dei convogli militari. I suoi due fratelli prestarono servizio al fronte ed entrambi fecero ritorno.

Mio nonno morì prematuramente, a un’età relativamente giovane: aveva 67 anni. Mia nonna visse più a lungo e, successivamente, si trasferì a Mosca per vivere con noi.

Li amavo moltissimo. Erano i miei veri amici, sempre pronti a proteggermi quando intuivano che avevo combinato qualcosa che avrebbe potuto dispiacere a mia madre, come spesso accade con i nonni.

Le radici contano, anche quando non ce ne rendiamo conto. Raramente pensiamo al fatto che prima di noi siano esistite così tante generazioni. Ma non è questo il punto essenziale. Il punto è che oggi viviamo al loro posto, così come oggi combattiamo per coloro che sconfissero i tedeschi insieme al resto dell’Europa.

Domanda: Pratichi rafting, vero? Continui ancora a dedicarti a questo sport?

Sergey Lavrov: Era circa il 1984-1985 quando io e i miei amici decidemmo di trascorrere le vacanze immersi nella natura selvaggia. Uno di loro, che frequentava l’MGIMO un anno avanti rispetto a me, era originario di Ufa. Invitò me e un altro amico a trascorrere una settimana estiva a Ufa, per passeggiare lungo il fiume e andare a pescare.

Visitammo il fiume; nella zona ci sono anche alcuni laghi. Prendemmo una piccola barca, facemmo un’escursione e pescammo sul fiume Belaya. La corrente era appena percettibile: calma e placida. Decidemmo così di tornarci l’anno successivo.

Formammo un gruppo di cinque persone. La destinazione successiva fu il fiume Biya, questa volta nell’Altai. Il fiume nasce dal lago Teletskoye. Tuttavia, prima di partire, scoprimmo che nel lago Teletskoye confluiscono diversi corsi d’acqua, tra cui il fiume Chulyshman, caratterizzato da una corrente molto rapida.

Cominciammo a valutare i possibili percorsi e, alla fine, concordammo un itinerario. Dal lago Teletskoye risalimmo il fiume per venti chilometri, lungo un tratto particolarmente impegnativo. Fummo letteralmente scaraventati nel lago. Sorprendentemente, riuscimmo tutti a rimanere sui gommoni e a evitare di capovolgerci.

Un motoscafo ci trainò attraverso il lago Teletskoye, dopodiché percorremmo in gommone il fiume Biya. Successivamente raggiungemmo per la prima volta il fiume Katun, attraversandolo dalla sorgente alla foce.

Innanzitutto, affrontammo il tratto centrale, proprio dove si era svolta la Coppa del Mondo di rafting. Le rapide di quella zona sono classificate indicativamente tra il quarto e il quarto grado e mezzo, con alcuni tratti che raggiungono il quinto grado.

Una volta facemmo persino rafting partendo dalle pendici del Monte Belukha. Fu un percorso eccezionalmente interessante. Il primo giorno si procede sull’altopiano e tutto avanza a passo di lumaca. Poi, improvvisamente, la velocità aumenta. Lungo quel tratto si incontrano cinque rapide straordinariamente difficili, che provocano immediatamente una forte scarica di adrenalina.

Domanda: Ti è mai capitato di ribaltarti?

Sergey Lavrov: La mia zattera no. Viaggiavamo su due zattere. I miei compagni si capovolsero un paio di volte, ma riuscimmo a recuperarli.

Abbiamo trascorso quasi vent’anni sul Katun. Non durante l’inverno, ovviamente, ma d’estate. Abbiamo molti amici in quella zona. È una regione meravigliosa.

Domanda: Quindi, la sera attraccavate sulla riva del fiume, scaricavate la zattera, accendevate un fuoco e montavate la tenda. E poi… la chitarra e una canzone?

Sergey Lavrov: La chitarra e una canzone, certamente.

Domanda: Quante canzoni suoni con la chitarra, più o meno? Immagino che tu non le abbia mai contate.

Sergey Lavrov: Sono particolarmente affezionato a Vladimir Vysotsky e Bulat Okudzhava.

Domanda: Quindi suoni e canti?

Sergey Lavrov: Sì.

Domanda: Avremo mai l’opportunità di ascoltarti? Dobbiamo assolutamente farlo.

Sergey Lavrov: Mi avvarrò della vostra piattaforma mediatica, senza alcun compenso, qualora qualcuno fosse interessato. Accetto la vostra proposta.

Domanda: Affascinante. Non vediamo l’ora di ascoltarti.

Ci interessa ogni aspetto. Per noi giornalisti non si tratta soltanto di osservarvi, ma anche di ascoltarvi, soprattutto quando credete che il microfono sia spento.

Se avessi registrato come marchio la parola «idioti», saresti senza dubbio un uomo ricco. Praticamente tutti i miei colleghi indossavano quella maglietta, me compreso. Ne sono state vendute migliaia di copie. È una caratteristica innata del tuo carattere oppure emerge semplicemente a seconda delle circostanze?

Sergey Lavrov: Può capitare. Dopotutto, siamo tutti esseri umani.

Domanda: Eppure i tuoi colleghi affermano che non utilizzi mai un linguaggio simile sul lavoro.

Sergey Lavrov: Bugiardi. Glielo rinfaccerò. È certamente un’affermazione ipocrita. Quando qualcosa non soltanto delude, ma qualcuno si comporta in maniera inaspettatamente scorretta, è facile che sfugga una parola dettata dalla rabbia. Quanto al marchio registrato, non mi è mai passato per la mente.

Per inciso, dopo l’incontro in Alaska, dove mi presentai indossando un maglione con la scritta «URSS», diverse persone telefonarono ai miei assistenti per esprimere la propria gratitudine. Dissero di essere disposte a realizzare maglioni simili per i miei amici.

Vedete, quando qualcosa trova risonanza nelle persone… Ultimamente ci sono stati molti esempi di questo tipo. In realtà, non sono mai completamente scomparsi. Si è assistito a una netta rinascita della nostalgia per l’URSS.

L’Unione Sovietica riguarda, in sostanza, le nostre origini. Le persone non aspirano soltanto a un’esistenza prospera e agiata. Esiste un profondo senso di appartenenza a ciò che i propri antenati hanno realizzato nelle condizioni più difficili. Hanno costruito questo Paese, lo hanno sollevato dalla povertà e hanno creato le condizioni per la coesistenza di centinaia di lingue.

Quando le persone indossano questi maglioni, provano quella sensazione… Persino coloro che non hanno vissuto nell’Unione Sovietica ne hanno conosciuto la storia attraverso i racconti dei propri genitori e nonni. Del resto, come ha affermato Vladimir Putin: «Chi non rimpiange l’Unione Sovietica non ha cuore, mentre chi vuole riportarla in vita non ha testa». Quanto al cuore, quel sentimento persiste. E quanto alla testa, grazie a Dio, nelle circostanze attuali la Russia ne ha una, ed è una testa assennata.

Domanda: Hai già affermato che il nostro Paese, la nostra Patria, gode della benedizione e della protezione di Dio. Sei una persona di fede?

Sergey Lavrov: Credo in Dio. Fu mia nonna a farmi battezzare di nascosto, senza dirlo a mia madre. Mia madre era comunista e decise di farsi battezzare soltanto in età relativamente avanzata, dopo la fine dell’Unione Sovietica.

Sono stato battezzato a Noginsk per iniziativa di mia nonna. Lì, sulle rive del fiume Moscova, c’è ancora una chiesa. Spero che sia tuttora aperta. Conservo ancora la croce che ricevetti allora. Erano bei tempi.

Domanda: Ti è mai capitato di trovarti in una situazione per la quale l’unica spiegazione possibile fosse considerarla un miracolo, un intervento divino?

Sergey Lavrov: Sì, probabilmente. Ci sono storie che avrei preferito dimenticare.

Ma è successo davvero. Stavamo percorrendo in canoa il fiume Katun. A un certo punto scendemmo dalle canoe, prendemmo dei cavalli e ci dirigemmo verso le montagne. Pratico equitazione fin dai tempi dell’università, quindi avevo una certa dimestichezza con i cavalli, a differenza di altri.

All’improvviso, mentre scendevamo dalla montagna, i cavalli si misero al galoppo. Ci ritrovammo stretti tra la montagna, sulla destra, e un profondo precipizio, sulla sinistra. Uno dei miei amici perse il controllo del cavallo e rischiò seriamente di travolgermi e farmi cadere. Il fatto che sia riuscito a evitarlo fu un vero miracolo.

Per quanto riguarda gli sconvolgimenti politici, probabilmente farei riferimento al putsch. Tornando al punto di partenza, all’epoca si pensava: «La Russia è una nazione debole e obbediente, ma deve anche fare tutto ciò che le diciamo».

Poi, però, si scoprì che la Russia non era obbediente e che possedeva un proprio orgoglio. Questo emerse anche prima del discorso di Monaco del 2007, da lei ricordato, durante il quale Vladimir Putin fornì una spiegazione molto chiara, esponendo la propria posizione in modo sincero e onesto in un contesto intriso di ipocrisia.

In precedenza si erano verificate altre situazioni analoghe, ma speravamo ancora che l’Occidente rinsavisse e che si trattasse soltanto di riflessi transitori destinati a essere repressi.

Prendiamo, ad esempio, gli Stati baltici. Quando divenni ministro, nel 2004, cominciarono a coinvolgerli nella nuova ondata di espansione della NATO. Il presidente Vladimir Putin chiese perché lo stessero facendo, considerato che esisteva un accordo che vietava tale coinvolgimento.

Risposero che dovevamo comprendere come il ricordo che quei Paesi conservavano dell’Unione Sovietica fosse legato all’occupazione e alla sottomissione e che continuassero a vivere con quella paura. L’adesione alla NATO e all’Unione europea avrebbe quindi dovuto offrire loro conforto.

Ma tutto ciò ha realmente dato loro conforto? Hanno assunto il ruolo di principali forze d’attacco contro di noi. Sappiamo quanto valgono queste teste calde estoni. La Lituania e la Lettonia hanno recentemente affermato di poter revocare il divieto di schierare armi nucleari sul proprio territorio.

Questo significa che possiamo contare soltanto su noi stessi, come ha ripetutamente affermato il nostro presidente. Ciò che sta accadendo oggi ha prodotto conseguenze disastrose. Ma lasciatemi ribadire che stiamo portando a termine l’opera iniziata dai nostri nonni e dai loro padri, che sconfissero il nazismo.

I nostri ex alleati, tuttavia, non hanno permesso che il nazismo scomparisse e lo hanno fatto risorgere. Alcuni generali della Wehrmacht si stabilirono in Occidente.

Oggi il tentativo di far risorgere il nazismo si sta svolgendo alla luce del sole. Chi avrebbe mai pensato che ciò potesse accadere? Nessuno si sforza neppure di nasconderlo. Questo significa che non abbiamo alternative, se vogliamo preservare la nostra civiltà russa.

Domanda: Un’ultima domanda. Che cosa significano per te le parole Patria, Russia e vita? Che cosa conta di più?

Sergey Lavrov: La Russia è vita e la vita è la Russia.

https://mid.ru/en/foreign_policy/news/2129713/

Stefano Silvio Dragani già generale di Brigata dell’Arma dei Carabinieri. Laureato in Scienze Politiche e in Scienze della Sicurezza, ha ottenuto anche un master di II livello in Studi Africani. Dopo incarichi operativi in Italia, ha svolto missioni internazionali in Albania, Kosovo, Ghana, Somalia, Ruanda e Belgio, lavorando come esperto di sicurezza e stabilizzazione in aree di crisi, anche per conto dell’Unione Europea. Ha tenuto docenze e seminari in Italia e all’estero – dall’Università di Padova alla Scuola Ufficiali dei Carabinieri, fino ai congressi ONU sul terrorismo globale – ed è stato special advisor sia del Ministro della Sicurezza della Somalia che delle forze di polizia di Rwanda e Uganda.

È autore di cinque saggi pubblicati da Fawkes Editions, casa editrice romana: “Frammenti di vita”(2022), dedicato alla sua lunga esperienza africana; “La Cavalleria: uno stile di vita” (2023), un affresco storico-militare; “Conflitti e parole”(2024), centrato sui rapporti tra Africa e grandi potenze; “Un altro mondo” (2025) e “Ultimo Miglio” (2026), un’analisi attuale delle crisi in Medio Oriente e Ucraina. Ha vissuto sedici anni in Friuli Venezia Giulia, cinque dei quali a Sistiana, alle porte di Trieste, città a cui è profondamente legato. La sua visione internazionale si coniuga con una forte consapevolezza del ruolo strategico dell’Italia e del nostro territorio nel contesto geopolitico globale.

Articolo di Stefano Silvio Dragani




#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
 Stefano Silvio Dragani

Source link

Di