A Offida, un comune di 4.500 abitanti nelle Marche, il Teatro Serpente Aureo non ha un ingresso proprio: vi si accede dal porticato del Municipio. Sull’antico sipario, ancora quello originale del 1926, è raffigurata la leggenda del serpente d’oro da cui prende il nome. Ad Ascoli Piceno, il Teatro Ventidio Basso è un gioiello nascosto tra le pietre medievali: oltre la facciata neoclassica, sorge una sala da 840 posti inaugurata nell’800 con le opere di Verdi e Bellini. Entrambi sono nati da una sorta di joint venture ante litteram tra pubblico e privato, che è valsa loro la definizione di “teatri condominiali”. Oggi la potremmo chiamare cooperativa edilizia: all’epoca era l’iniziativa di alcune famiglie del territorio che, ciascuna acquistando una quota, rendevano possibile la costruzione del teatro. L’abitazione di ogni “condomino” era il singolo palco, mentre la platea era riservata al pubblico.
Il Serpente Aureo e il Ventidio Basso sono due dei dieci teatri all’italiana dislocati tra Marche, Emilia Romagna e Umbria che l’Unesco ha iscritto pochi giorni fa nella Lista del Patrimonio mondiale dell’umanità. Raccontano una declinazione unica ed eccezionale di comproprietà tra enti pubblici e cittadini, figlia di un fermento che si sviluppò nell’Italia centrale tra il XVIII e il XIX secolo. Ma soprattutto, un’esperienza che vive ancora.

Testimone di una vivacità che oggi prende forma nei cartelloni teatrali e in nuovi modelli di spettatorialità partecipata, è Gilberto Santini, direttore di Amat, l’Associazione marchigiana attività teatrale che ha messo in rete le sale del territorio. Tra queste, otto delle dieci appartenenti al “Sistema dei teatri condominiali all’italiana” appena riconosciuti dall’Unesco. «Si affacciano nella maggior parte dei casi nella stessa piazza della chiesa principale, custodiscono una sorta di rituale laico, luoghi in cui ci si ritrova attorno a un’idea di cultura che è sociale e comunitaria insieme».
Si affacciano nella maggior parte dei casi nella stessa piazza della chiesa principale, custodiscono una sorta di rituale laico, luoghi in cui ci si ritrova attorno a un’idea di cultura che è sociale e comunitaria insieme
L’inserimento tra i tesori italiani ha fatto scoprire un patrimonio di cui molti non erano a conoscenza. Che cosa si intende con l’espressione “teatri condominiali all’italiana”?
Nell’intestazione della candidatura, si è arrivati a questa definizione con una certa fatica, cercando una sintesi efficace che facesse comprendere all’Unesco la peculiarità del sito. Nel titolo ci sono due elementi: da una parte la natura di teatri condominiali, dall’altra il fatto che siano tutti teatri storici all’italiana, descrizione che identifica una precisa tipologia architettonica e artistica. Per teatri storici all’italiana si intende la conformazione che tutti conosciamo: la platea, una serie di ordini di palchi e il loggione. A partire dalla forte concentrazione nelle Marche, alla quale si sono poi aggiunti due esempi dell’Umbria e uno dell’Emilia-Romagna, si è ritenuto che questa tipologia rappresentasse una caratteristica meritevole della candidatura. Il termine condominiali ne definisce invece la genesi.
Qual è?
Tra Settecento e Ottocento si afferma l’idea che le arti dello spettacolo possano uscire dall’ambito esclusivo della corte e dell’aristocrazia e democratizzarsi attraverso società condominiali. Una sorta di partenariato tra pubblico e privato che consentiva a un insieme di nuclei familiari appartenenti soprattutto alla media e alta borghesia di contribuire alla realizzazione di un teatro, acquistando ciascuno una quota. A ogni famiglia, veniva assegnato un palco. Uno dei riferimenti più preziosi è contenuto in un testo di Paolo Volponi, che cita il palco della famiglia Accoramboni al Teatro Sanzio di Urbino, dove si mangiavano i tortellini. È un’immagine che restituisce il teatro come spazio vissuto, quasi domestico.


Quanti sono i teatri condominiali in Italia?
Il riconoscimento è stato attribuito a dieci sale, anche se il fenomeno è molto più ampio: una sorta di sineddoche, la parte per il tutto. Per dare un’idea dell’entità dell’esperienza (che ha nelle Marche il suo epicentro), nel primo passaggio verso la candidatura la Regione Marche aveva inserito 62 teatri. Un aspetto che non smette di sorprendermi è che ogni città, ma anche ogni borgo, possiede una propria sala: le Marche sono una regione priva di grandi metropoli, eppure anche centri di 10 o 15mila abitanti hanno il loro teatro storico. I più grandi sono il Teatro Ventidio Basso di Ascoli Piceno e il Teatro dell’Aquila di Fermo: pur trovandosi nelle città più popolose della regione, non superano i mille posti. C’è un documento che mi ha sempre colpito e che precede l’edificazione di uno di questi teatri: nel verbale del Consiglio comunale, viene riportata l’approvazione all’unanimità perché “il teatro è degno ornamento di ogni culta città”. Credo che questa espressione contenga la chiave per comprendere perché nelle Marche esista una concentrazione così straordinaria di spazi teatrali: ogni località sentiva che, per definirsi davvero una città di cultura, dovesse dotarsi di un teatro. Era percepito come un elemento identitario, uno strumento di crescita e di sviluppo della comunità.
Ogni località sentiva che, per definirsi davvero una città di cultura, dovesse dotarsi di un teatro. Era percepito come un elemento identitario, uno strumento di crescita e di sviluppo della comunità
A sorprendere è anche il fatto che tutti i teatri siano ancora attivi.
Non si tratta semplicemente di un patrimonio da conservare, ma di spazi vivissimi sotto molti punti di vista. Sono il luogo in cui la comunità si rappresenta: dalle compagnie dialettali ai corsi di teatro, dalle bande alle corali, dagli istituti musicali ai concerti cittadini. Svolgono un servizio fondamentale per la collettività, in tutte le sue articolazioni.
Quale ruolo riveste l’Associazione marchigiana attività teatrale – Amat nel sostenere questa vitalità?
L’Amat è insieme sintomo e conseguenza di questa storia. Nasce 50 anni fa con l’idea di creare uno strumento unitario di amministrazione, comunicazione e direzione artistica per gestire insieme la politica teatrale: nel 1976, i Comuni aderenti erano circa 26, oggi sono 86 e coinvolgono tutti i teatri marchigiani. È un circuito multidisciplinare, una forma di governance che il Ministero prevede sui territori regionali (Santini è anche presidente nazionale dell’associazione dei circuiti, nda). Nello statuto, l’attività teatrale viene definita “un bene culturale di rilevante interesse sociale”: è una funzione che coincide con la genesi stessa di questi edifici. Nell’ultimo anno abbiamo realizzato 846 spettacoli in 86 Comuni, distribuiti in 94 spazi. L’obiettivo, ovunque, è fare in modo che non si perda il rapporto tra la comunità e il teatro. Il nostro compito è selezionare il meglio della scena nazionale e internazionale e portarlo nelle Marche. Un altro livello fondamentale riguarda il pubblico dei bambini, dei ragazzi e delle famiglie e il tentativo di intercettare proposte legate ai linguaggi contemporanei. La rete tiene insieme le esperienze e permette alla proposta culturale di circolare.


È rimasta la vocazione “condominiale”?
Quasi tutti i teatri sono di proprietà comunale, anche se restano piccoli residui della proprietà originaria. In pochissimi casi, i palchi appartengono ancora agli eredi delle antiche famiglie proprietarie: al Teatro La Fenice di Osimo, quando programmiamo una stagione, avvisiamo i condomini perché hanno il diritto di prelazione sull’acquisto dei biglietti.
Se il “Sistema dei teatri condominiali all’italiana” è arrivato intatto fino a qui, è anche grazie a una visione di conservazione.
All’inizio degli anni ’90, la Regione Marche ha promosso un’importante campagna di investimenti per il recupero e la tutela dei teatri storici, che ha permesso di restaurare e riaprire anche quelli che erano rimasti chiusi. Si è così diffusa una consapevolezza molto forte dell’importanza di mantenere vivo questo patrimonio, e non era affatto scontato. Nell’immediato Dopoguerra, soprattutto in altre parti d’Italia, molti teatri bombardati furono demoliti o destinati ad altri usi, nell’ottica della ricostruzione. Qui ha prevalso la volontà di tutelarli, restaurarli e assicurarne la manutenzione.


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Che cosa resta oggi di quell’ambizione di rendere “colta” la propria città, così forte da spingere le persone a costruire un teatro sotto casa?
Innanzitutto, la partecipazione: nei nostri teatri c’è sempre moltissimo pubblico. E poi, un solido nucleo di spettatori consapevoli. Per i 50 anni dell’Amat, abbiamo lanciato una call chiedendo ai cittadini di preparare la festa insieme a noi: hanno aderito 50 spettatori “puri”, persone che non sono né attori né registi. Il risultato è stato molto interessante: racconta un desiderio di conoscere di più e più in profondità, di essere protagonisti attraverso nuove forme organizzate di condivisione.
I teatri di cui si compone il sito sono: il Teatro Angelo Mariani a Sant’Agata Feltria, il Teatro Gentile da Fabriano a Fabriano, il Teatro Giovanni Battista Pergolesi a Jesi, il Teatro Ventidio Basso ad Ascoli Piceno, il Teatro Serpente Aureo a Offida, il Teatro dell’Aquila a Fermo, il Teatro Lauro Rossi di Macerata, il Teatro Feronia a San Severino Marche, il Teatro Bramante a Urbania e il Teatro Nuovo Gian Carlo Menotti a Spoleto.
In apertura, Gilberto Santini, direttore di Amat – Associazione marchigiana attività teatrale (fotografie da Ufficio stampa Associazione marchigiana attività teatrale – Amat)
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Daria Capitani
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