Il dossier della medicina territoriale ha superato la fase delle formule generali. La domanda che oggi decide il confronto è pratica: chi assicura ore, presenza, continuità e presa in carico nelle Case di Comunità senza svuotare il rapporto fiduciario tra medico di famiglia e assistito?
Aggiornamento del 5 giugno: il testo non è ancora chiuso. La pressione arriva insieme dalla scadenza PNRR di fine mese e dalla mobilitazione dei medici di medicina generale.
Il decreto resta senza intesa al termine dei tavoli di maggio
La nostra ricostruzione colloca lo stallo dopo una sequenza precisa: bozza presentata al confronto, incontri tecnici di maggio, richiesta sindacale di correzioni sostanziali e mancata chiusura politica. Il riscontro pubblicato da Adnkronos Salute converge su questo punto: il decreto è considerato avanzato nella sua architettura ma resta privo dell’intesa necessaria a disinnescare la mobilitazione.
Il passaggio delicato riguarda l’esigibilità della presenza dei medici di medicina generale nelle strutture territoriali. Un conto è prevedere attività nelle Case di Comunità attraverso la convenzione, un altro conto è costruire un vincolo uniforme capace di funzionare in Regioni con densità di medici, geografia dei servizi e carenze assistenziali molto diverse.
Il nodo reale è il governo del tempo medico
La parola dipendenza sintetizza il conflitto pubblico, però il punto tecnico è più concreto: chi governa le agende del medico, con quali ore, con quale remunerazione e con quale responsabilità clinica dentro una struttura di prossimità. Il medico convenzionato risponde a una logica di scelta fiduciaria e massimale di assistiti insieme all’organizzazione dello studio; la Casa di Comunità richiede aperture programmate, raccordo con infermieri, specialisti, centrale operativa territoriale e servizi sociali.
La differenza produce effetti misurabili. Se le ore vengono trattate come semplice debito orario, la Casa di Comunità guadagna una presenza formale ma rischia di perdere capacità di presa in carico. Se vengono trattate come attività clinica integrata, serve definire accesso ai dati, responsabilità sugli esiti, coordinamento con l’assistenza domiciliare e regole di sostituzione nei territori scoperti.
La scadenza PNRR trasforma la trattativa in un test operativo
Il portale istituzionale PNRR Salute fissa il quadro entro cui il decreto si muove: la Missione 6 finanzia le Case della Comunità con 2 miliardi di euro e indica per il 2026 un target minimo di almeno 1.038 strutture. La rimodulazione ha ridisegnato anche gli altri presidi della rete territoriale, con Centrali operative territoriali portate ad almeno 480 e Ospedali di Comunità ad almeno 307.
La scadenza di fine giugno pesa perché le opere edilizie non bastano a rendere vivo il modello del DM 77/2022. Una Casa di Comunità può essere fisicamente disponibile e restare debole sul piano assistenziale se non ha medici, infermieri, percorsi di accesso e collegamento digitale con la presa in carico. Il decreto sui medici di famiglia serve proprio a chiudere questa distanza tra investimento strutturale e servizio percepibile dal cittadino.
Il monitoraggio separa le strutture dai servizi effettivi
Il monitoraggio nazionale di Agenas, aggiornato al 31 dicembre 2025, consente di leggere il punto senza semplificazioni. Le Case della Comunità programmate risultavano 1.715, comprese 1.404 ricondotte ai Contratti istituzionali di sviluppo e 311 extra CIS. Le strutture dichiarate con almeno un servizio attivo erano 781, incluse anche sedi provvisorie operative.
La fotografia diventa più istruttiva quando si passa dal primo servizio attivo al pacchetto completo. Nella tabella sui servizi obbligatori risultavano 66 strutture con tutti i servizi obbligatori dichiarati attivi inclusa presenza medica e infermieristica secondo DM 77/2022. Questo scarto spiega perché il confronto sui medici di famiglia non sia un dettaglio contrattuale: senza presenza clinica stabile il contenitore territoriale resta fragile.
FIMMG porta la partita al 13 giugno
La mozione ufficiale della FIMMG approvata a Roma il 16 maggio organizza il passaggio successivo: assemblea nazionale dei direttivi provinciali il 13 giugno e mandato alla segreteria nazionale per arrivare allo sciopero in assenza di risposte concrete. La mobilitazione nasce dalla lettura di un intervento considerato unilaterale sulla medicina generale.
Il messaggio politico è netto: la convenzione deve restare il telaio del rapporto fiduciario, territoriale e integrato. Dentro questa posizione c’è anche una disponibilità negoziale, perché la presenza nelle Case di Comunità non viene respinta in blocco; viene contestata la trasformazione della presenza in un meccanismo amministrativo che sottragga autonomia clinica senza garantire migliore assistenza.
Le Regioni cercano uno strumento per coprire le aree scoperte
La posizione regionale si comprende dal lato opposto del tavolo. Le amministrazioni devono rendere funzionanti strutture finanziate, coprire territori con carenza di medici e assicurare servizi in fasce orarie leggibili. Quotidiano Sanità ha registrato nei tavoli di maggio una linea compatta delle Regioni sulla necessità di disporre di strumenti più forti quando la medicina convenzionata non basta a coprire il fabbisogno.
Qui nasce la frizione principale. Le Regioni chiedono leve programmatorie; i sindacati temono che quelle leve diventino ingresso forzato nella dipendenza o svuotamento del ruolo convenzionato. Il testo finale dovrà distinguere il caso delle zone carenti, dove serve continuità pubblica di servizio, dalla generalizzazione nazionale di obblighi orari uguali per territori che uguali non sono.
Le ore nelle Case di Comunità non sono una misura neutra
Nel confronto è circolata l’ipotesi di una quota settimanale di attività nelle Case di Comunità. Avvenire ha isolato proprio questo passaggio nella lettura della bozza: la presenza minima del medico dentro la struttura diventa il punto in cui il modello organizzativo incontra la vita reale degli studi.
Il dato orario va letto insieme al carico ordinario del medico. Un professionista con molti assistiti, visite domiciliari, certificazioni, presa in carico cronica e attività ambulatoriale non può semplicemente spostare tempo senza ridefinire il resto. Da qui nasce la richiesta sindacale di legare ogni ora a funzioni cliniche riconoscibili, non a una timbratura di presenza.
La protesta si allarga oltre la sola FIMMG
La fase di maggio ha mostrato una convergenza sindacale più ampia sul rifiuto di obblighi orari percepiti come rigidi. ANSA ha registrato anche la mobilitazione di SMI e SNAMI, con l’attenzione puntata su debito orario, ruolo unico e rischio di trasformare il medico in presidio intercambiabile dentro una struttura.
Il valore politico di questa convergenza sta nel suo effetto sul tavolo: il Ministero può trattare singole correzioni tecniche, però una contestazione plurale rende più difficile chiudere il decreto come semplice atto di accelerazione PNRR. Ogni modifica sulle Case di Comunità dovrà reggere davanti al personale che poi dovrà materialmente aprire agende, visitare pazienti e condividere percorsi.
Per i cittadini non cambia nulla nell’immediato
Il dato pratico per gli assistiti è semplice: oggi il proprio medico di famiglia resta il riferimento ordinario. Non c’è un passaggio automatico allo sportello della Casa di Comunità e non c’è una nuova procedura nazionale per scegliere il medico. Ogni cambiamento passerà da un testo approvato, dai successivi atti applicativi e dalla capacità delle aziende sanitarie di organizzare servizi riconoscibili.
La conseguenza più probabile nel breve periodo riguarda l’informazione ai cittadini. Dove le Case di Comunità sono già attive con servizi concreti, le Regioni tenderanno a presentarle come punto di accesso integrato. Dove la struttura esiste ma i servizi sono incompleti, la riforma resterà invisibile fino all’arrivo di personale e percorsi clinici stabili.
Il digitale aiuta solo se la responsabilità clinica è chiara
Il Fascicolo sanitario elettronico e le piattaforme regionali possono ridurre la frammentazione informativa, però non sostituiscono la relazione clinica. Il medico di famiglia conosce anamnesi, fragilità sociali, aderenza terapeutica e contesto familiare; la Casa di Comunità deve valorizzare questo patrimonio, non duplicarlo in sportelli separati.
La vera integrazione richiede un flusso leggibile: il cittadino entra, il bisogno viene classificato, il medico mantiene la responsabilità clinica quando serve e gli altri professionisti completano il percorso. Senza questa sequenza, il digitale rischia di diventare archivio consultabile invece che strumento di presa in carico.
Come può chiudersi il dossier
Il compromesso possibile passa da una formula capace di garantire presenza nelle Case di Comunità senza cancellare il rapporto convenzionale. La soluzione più solida dovrebbe indicare ore finalizzate ad attività cliniche precise, regole differenziate per zone carenti, tutela della scelta fiduciaria e un sistema di responsabilità che consenta alle Regioni di programmare senza trasformare ogni medico in dipendente pubblico.
Il tempo negoziale è stretto. Il 13 giugno misura la temperatura della categoria e il 30 giugno misura la credibilità della rete PNRR. Se il decreto arriverà con un equilibrio tecnico leggibile, la riforma potrà avanzare; se resterà ambigua su orari e ruolo, la medicina territoriale entrerà nell’estate con strutture da completare e personale da convincere.
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Junior Cristarella
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