Lavoro tanto con i ragazzi, i ragazzini, i giovani. Ormai costituiscono gran parte della mia occupazione. Facciamo laboratori nelle scuole, corsi di giornalismo; da anni tengo un corso di media education, o educazione civica digitale, è una cosa senza nome, a tratti sperimentale, che spiega ai ragazzi come utilizzare lo smartphone, i social, come distinguere il vero dal falso, come utilizzare al meglio le IA, come vivere al meglio la nostra vita digitale.
Io spiego? Non è vero. Sono loro, i ragazzi, che spiegano a me.
Ogni anno vengo travolto da tante richieste, ogni anno i ragazzi raccontano di messaggi d’odio che girano, di un amico che non esce più dalla stanza, di un’amica troppo magra, di un altro che è stato adescato, di quello che ha creato un gruppo di fanatici di Hitler, dell’amica che si è lasciata con il ragazzo e lui, per vendetta, ha mandato le sue foto intime a tutti gli amici della chat del calcetto.
Avere a che fare con i ragazzi, e per ragazzi intendo gli esseri umani ormai dagli undici anni in su, oggi significa avere a che fare con un mondo per noi indecifrabile, fatto di violenza estrema e bellezza, di odio feroce e slanci incredibili, di grandissime solitudini, di mostri.
Ne parlo anche nel mio prossimo libro, che esce a settembre, e si chiama “La vita in verticale”. È un libro stranissimo che tratta di alcune cose per me fondamentali. Su tutte, la fine della verità. Il nostro apparire. Il modo in cui oggi, tutti, precipitiamo. E un capitolo è dedicato anche a loro, ai ragazzi, alle loro storie.
E in questo libro c’è una frase terribile, che mi tormenta da quando l’ho scritta. Ma a questo serve la scrittura, a tormentarsi, no?
La frase è: “Mi uccideranno i miei figli, un giorno?”.
Lo so, è davvero terribile, ma il senso di essere genitori oggi è questo: un giorno i tuoi figli potrebbero ammazzarti. I tuoi figli adorati, i tuoi figli amati. I tuoi figli insospettabili. I tuoi figli che hai cresciuto come il migliore dei padri. I tuoi figli bravi a scuola. I tuoi figli che mai farebbero del male a qualcuno. I tuoi figli così fragili.
I tuoi figli. I miei figli. Un giorno, ci uccideranno?
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Poteva essere mio figlio, il ragazzino che a San Vito Lo Capo ha tentato di accoltellare il professore. E lo ha fatto non per un brutto voto o per una vendetta scema. Lo ha fatto perché era imbevuto di odio. Inneggiava alle stragi, aveva pianificato tutto con cura, confrontandosi con altri ragazzini come lui.
E mi fanno sorridere le dichiarazioni che leggo in questi giorni, le analisi sociologiche / antropologiche / pedagogiche, le varie tesi. Perché, se le guardiamo da vicino, sono tesi di adulti che non sanno nulla.
Noi non sappiamo nulla. Non immaginiamo nulla.
E crediamo ancora che il nostro sapere, le nostre teorie, la nostra esperienza possano contribuire a decifrare quel mondo lì. Ma non è vero.
I nostri figli sono alla deriva. Per colpa nostra. Per i potentissimi mezzi che gli abbiamo dato senza essere capaci di educarli prima. Perché i primi a essere ineducati siamo noi, gli adulti.
“Il mondo salvato dai ragazzini”, diceva lo slogan del Salone del Libro di quest’anno, riprendendo una frase di Elsa Morante. Già. Ma i ragazzini, oggi, chi li salva?
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Tra i vari articoli a corredo del fattaccio, immancabile, come avviene sempre in questi casi, c’è l’intervista alla madre del ragazzino. La madre che dice frasi del tipo: mio figlio è un ragazzo tranquillo. Incapace di ogni tipo di violenza. Studioso, educato, diligente. Ha il telefono controllato dalle app parentali. È così bravo mio figlio. A tavola sparecchia, si lava i denti con cura, è generoso con gli amici. È impossibile che pensi di accoltellare un professore. Mio figlio. Che scriva messaggi di morte su TikTok. Mio figlio. Che pensi solo alla violenza. Mio figlio.
È esattamente quello che dicono tutti i genitori quando i loro figli compiono gesti come questi.
Ed è stato tutto già raccontato dalla serie tv del nostro tempo, Adolescence. La serie che ogni genitore dovrebbe vedere. Magari con il figlio accanto.
Adolescence racconta di un ragazzino che uccide una compagna di scuola. Ma in realtà racconta molto di più. Non parla dell’omicidio, parla del “dopo”. Ci fa entrare dentro il mondo dei ragazzi, del loro odio mostruoso ed inconsapevole, delle loro vendette, delle loro solitudini. E noi adulti intorno, incapaci di capire, incapaci di parlare, incapaci di ascoltare.
Per noi genitori la puntata più devastante è l’ultima. È ambientata un anno dopo il delitto. Il ragazzo è rinchiuso in un istituto, la famiglia prova a tornare a una parvenza di normalità. A un certo punto il padre entra nella stanza del figlio. È ancora la stanza di un bambino. Le stelle disegnate sul soffitto. Le lenzuola con gli astronauti. Un peluche sul letto, perché la notte fa paura.
Un bambino che ha ucciso una bambina.
Lui si siede sul letto e comincia a piangere disperatamente.
Poi dice una frase straziante: “Mi dispiace ragazzo, avrei dovuto fare di meglio”
Prima ancora dice un’altra cosa terribile:”Eravamo convinti che fosse al sicuro, in camera sua”.
Come il ragazzino di San Vito Lo Capo.
Anche sua madre era convinta che fosse al sicuro in camera sua.
E invece, in quella stanza, il bambino confezionava il suo odio. Frequentava chat dove si parlava di stragi. Preparava il suo kit per uccidere “i compagni islamici”.
Il bambino.
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E dunque che si fa?
Che si fa se la cameretta di mio figlio è un posto dell’orrore? Che si fa se sono costretto a pensare che mio figlio, mio figlio che oggi mi ha abbracciato e mi ha detto “sei il papà migliore del mondo”, un giorno potrà uccidermi?
La scuola, dicono gli esperti. Ci deve pensare la scuola.
Beh, dalla legalità all’educazione ambientale, dalla cittadinanza all’educazione alimentare, ormai mi pare che la scuola sia costretta a occuparsi di tutto. Con il paradosso che più lo diciamo e più le neghiamo fondi e risorse.
Che poi io dico sempre: sì, la scuola, va bene. E i genitori? Chi li educa i genitori?
Si va allora a colpi di controlli e divieti. Ma fidatevi, non serve.
Serve parlare.
Serve ascoltare.
Ma cambiando la posa.
Ascoltare non come si ascolta qualcuno che si ha di fronte.
Ascoltare come si ascolta qualcuno che si ha accanto.
Chi li salva, sti ragazzini?
La bellezza.
Nel vero senso del termine: la bellezza.
Oggi, proprio a San Vito Lo Capo, presentiamo un lavoro che ci è costato più di un anno di fatica. Si chiama Paradiso Salvato ed è la storia di come, più di mezzo secolo fa, un gruppo di cittadini riuscì a fermare un gigantesco progetto petrolchimico che avrebbe trasformato per sempre il Golfo di Macari e la costa tra San Vito Lo Capo e Custonaci.
Negli anni Settanta una raffineria da milioni di tonnellate all’anno sembrava il futuro. Prometteva sviluppo, lavoro, progresso. E invece una comunità ebbe il coraggio di immaginare un futuro diverso. Si mobilitò, protestò, convinse la politica e riuscì a salvare uno dei tratti di costa più belli del Mediterraneo.
Ecco. Come in una sorta di Arancia Meccanica, io oggi obbligherei quel ragazzino, i suoi genitori, i suoi amici, ad assistere alla proiezione di questo documentario. Legati alla sedia.
Sono appena trentacinque minuti.
E forse sono la migliore risposta educativa che possono ricevere. Vedere come il loro paese, il loro mare, il loro futuro sono stati salvati da persone che hanno scelto di costruire invece che distruggere.
Capire che tutto ciò che ci circonda è fragile. È precario. Ma ci appartiene. E che noi viviamo per questo. Non per la violenza, ma per sentirsi parte di un tutto, che è qualcosa che ci riguarda, ed è pure più grande, che ci rende umani ma che l’umanità trascende, che non ha che fare con la contemplazione, ma con l’azione, con l’armonia, con l’essere-nel-mondo, facendo pratica quotidiana di meraviglia.
Sì, ci salva la bellezza. Non si scappa.
Alzare lo sguardo dallo schermo.
Uscire dalla tana della violenza.
Cominciare a guardare il mondo.
Vedere quanta bellezza c’è intorno a noi.
E decidere, finalmente, di farne parte.
Giacomo Di Girolamo
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