Chi riceve un assegno di ricerca può svolgere altre attività? Le regole per i dipendenti pubblici e come ottenere le autorizzazioni.
Il mondo dell’accademia e della ricerca scientifica è spesso caratterizzato da percorsi di formazione che si intrecciano con le necessità economiche e professionali dei giovani studiosi. Molti ricercatori si trovano a gestire un contratto universitario e, contemporaneamente, desiderano mantenere un piede nel mercato del lavoro per arricchire il proprio curriculum o integrare il reddito. Sorge dunque spontaneo un interrogativo che interessa migliaia di professionisti: l’assegnista di ricerca può avere un altro lavoro dipendente? Questa domanda tocca la vita quotidiana di chi opera nelle università italiane e richiede una conoscenza approfondita delle norme che regolano la compatibilità tra lo studio e l’impiego. Non si tratta di una questione meramente burocratica, poiché la corretta gestione del proprio status giuridico evita sanzioni e garantisce la regolarità del percorso scientifico. La legge offre diverse possibilità di manovra, ma stabilisce confini invalicabili che variano a seconda che il datore di lavoro sia un privato o una pubblica amministrazione. Comprendere queste differenze permette di pianificare la propria carriera con serenità e trasparenza.
Qual è la vera natura giuridica di un assegno di ricerca?
Per capire se un ricercatore possa lavorare altrove, dobbiamo prima definire cosa sia, per la legge, un assegno di ricerca. Molti lo considerano un lavoro a tutti gli effetti, ma la giurisprudenza ha una visione diversa. Questo contratto non configura un rapporto di lavoro subordinato. La sua finalità principale risiede nell’accrescimento della professionalità del titolare attraverso un’attività di formazione supportata economicamente (Trib. Trento sent. n. 142/2024). A differenza di un dipendente, l’assegnista non è soggetto al potere direttivo tipico di un capo ufficio. Non deve timbrare un cartellino o giustificare le assenze secondo gli schemi classici del lavoro dipendente. Esiste un coordinamento con il responsabile del progetto, ma il ricercatore gode di una autonomia che riflette la natura intellettuale della sua opera. Proprio perché manca il vincolo dell’esclusività tipico del lavoro subordinato, la legge apre alla possibilità di svolgere altre attività, rendendo questo status più flessibile rispetto ad altre figure universitarie.
Si può svolgere un altro lavoro nel settore privato?
Il titolare di un assegno di ricerca ha la possibilità di impegnarsi in altre attività lavorative, sia come libero professionista che come dipendente nel settore privato. Tuttavia, questa libertà non è assoluta e richiede il rispetto di condizioni rigorose. Il principio cardine è che l’attività esterna non deve pregiudicare la ricerca. Un esempio pratico può essere quello di un ingegnere che riceve un assegno per studiare nuovi materiali e, contemporaneamente, svolge una consulenza occasionale per uno studio tecnico. La normativa (parere Anac 12/02/2025) stabilisce che per il lavoro dipendente nel privato esiste un limite invalicabile: il rapporto aggiuntivo non può essere a tempo indeterminato. Le Università tendono a vietare il “posto fisso” esterno perché questo assorbirebbe troppe energie, sottraendo tempo vitale al progetto di ricerca universitario che rimane l’impegno principale del soggetto.
Come funziona la richiesta di autorizzazione all’Università?
La possibilità di lavorare nel privato è subordinata a un passaggio burocratico fondamentale: l’autorizzazione del Rettore. Prima di firmare un contratto con un privato o di avviare una collaborazione professionale, l’assegnista deve presentare una istanza ufficiale al proprio Ateneo. La procedura segue solitamente questo schema:
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il ricercatore descrive nel dettaglio l’attività che intende svolgere all’esterno;
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il tutor del progetto di ricerca deve esprimere il proprio consenso scritto;
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il Consiglio della struttura accademica di appartenenza valuta se il lavoro esterno sia compatibile con i tempi della ricerca;
- il Rettore, acquisiti i pareri, emana il provvedimento finale di autorizzazione (parere Anac fasc. 404.2025).
Senza questo documento, lo svolgimento del lavoro esterno è considerato una violazione contrattuale che può portare alla revoca dell’assegno. È dunque un passaggio centrale per chiunque voglia mantenere una doppia attività senza rischiare la propria posizione accademica.
Cosa succede se un dipendente pubblico vince un assegno?
Uno scenario molto frequente riguarda i dipendenti di ruolo di una pubblica amministrazione, come insegnanti di scuola o impiegati ministeriali, che risultano vincitori di un concorso per un assegno di ricerca. In questo caso, le regole diventano più rigide a causa del dovere di esclusività che lega il dipendente pubblico allo Stato (art. 98 Cost.; art. 53 d.lgs. 165/2001). Non è possibile percepire contemporaneamente lo stipendio pubblico e l’assegno di ricerca svolgendo entrambi i compiti. La legge (art. 22 comma 8 l. 240/2010) impone al dipendente pubblico di richiedere il collocamento in aspettativa senza assegni. In pratica, il dipendente sospende il suo lavoro abituale e rinuncia allo stipendio ministeriale per tutta la durata del contratto universitario. Al termine della ricerca, egli potrà rientrare nel suo ufficio originale. Questa soluzione permette di dedicarsi interamente alla scienza senza violare i doveri verso la Pubblica Amministrazione di appartenenza.
Quali sono le differenze con i ricercatori universitari?
È di fondamentale importanza non confondere l’assegnista di ricerca con il ricercatore a tempo determinato (RTD). Sebbene entrambi lavorino in Università, i loro obblighi sono profondamente diversi. Per il ricercatore a tempo determinato (art. 24 l. 240/2010), il regime delle incompatibilità è durissimo. La legge (modificata dal d.l. 36/2022) vieta al ricercatore di avere qualsiasi altro rapporto di lavoro subordinato, sia pubblico che privato. Egli non può nemmeno ricevere altre borse di studio o contratti di ricerca presso altri enti (Tar Lombardia sent. n. 1923/2022). L’unica eccezione ammessa riguarda le borse finalizzate alla mobilità internazionale. L’assegnista di ricerca, invece, gode di una disciplina molto più elastica che gli consente di mantenere collaborazioni esterne, a patto di rispettare le procedure di autorizzazione che abbiamo descritto in precedenza.
L’assegnista può svolgere attività libero professionali?
Oltre al lavoro dipendente, l’assegnista può essere interessato all’esercizio della libera professione, ad esempio come avvocato, architetto o consulente informatico. Anche in questo caso, la regola segue quella del lavoro privato: l’attività deve essere occasionale o comunque compatibile con l’impegno scientifico. I regolamenti di ateneo specificano che l’autorizzazione viene concessa solo se l’impegno professionale non è sistematico e non entra in conflitto di interessi con l’Università. Un esempio concreto è quello di un medico specializzando o di un titolare di assegno di area medica che svolge turni di guardia medica o sostituzioni. Queste attività sono generalmente autorizzate poiché contribuiscono alla crescita professionale del soggetto, che è proprio lo scopo per cui l’assegno di ricerca è stato creato (Trib. Trento n. 142/2024).
Cosa rischia chi lavora senza autorizzazione?
Il mancato rispetto dell’obbligo di autorizzazione o della richiesta di aspettativa per i dipendenti pubblici comporta conseguenze severe. Dal punto di vista amministrativo, l’Università può dichiarare la decadenza dal beneficio dell’assegno e richiedere la restituzione delle somme percepite nel periodo di incompatibilità. Per i dipendenti pubblici, lo svolgimento di un’attività non autorizzata può portare a procedimenti disciplinari fino al licenziamento per violazione del dovere di esclusività (art. 53 d.lgs. 165/2001). Inoltre, l’Autorità Nazionale Anticorruzione vigila affinché i regolamenti universitari siano rispettati, per evitare che fondi destinati alla ricerca scientifica vengano utilizzati da soggetti che non dedicano il tempo necessario ai progetti approvati (parere Anac 12/02/2025). La trasparenza non è dunque un optional, ma un pilastro della legalità del rapporto.
In sintesi: le regole pratiche per i ricercatori
Per orientarsi correttamente nel complesso sistema delle compatibilità, ogni titolare di assegno di ricerca dovrebbe tenere a mente queste istruzioni semplici:
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verificare sempre il regolamento della propria Università prima di accettare nuovi incarichi;
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richiedere l’autorizzazione scritta al Rettore prima di iniziare qualsiasi lavoro dipendente o autonomo nel privato;
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assicurarsi che il lavoro dipendente esterno non sia a tempo indeterminato;
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se si è dipendenti pubblici, presentare immediatamente la domanda di aspettativa non retribuita;
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consultare il proprio tutor per confermare che l’attività esterna non rallenti il progetto di ricerca;
- non accumulare l’assegno con altre borse di studio o dottorati di ricerca, salvo eccezioni previste dal bando.
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Angelo Greco
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