Via libera dell’Ue flessibilità energetica per l’Italia: ecco le condizioni


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Il Premier Giorgia Meloni

L’Italia ottiene da Bruxelles uno spazio di manovra aggiuntivo sui conti pubblici per affrontare la sfida energetica e accelerare la transizione verso fonti meno dipendenti dai combustibili fossili. Una decisione che il governo considera una vittoria politica e negoziale, ma che arriva accompagnata da una serie di condizioni stringenti che delimitano il perimetro delle spese ammesse.

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La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha definito il risultato “estremamente importante”, sottolineando come molti osservatori lo ritenessero difficilmente raggiungibile. Secondo la premier, il via libera europeo rappresenta la dimostrazione della capacità dell’Italia di far valere le proprie ragioni nei tavoli comunitari e di avanzare proposte considerate utili non soltanto per Roma, ma per l’intera Unione.

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Dietro l’annuncio, tuttavia, non c’è alcun allentamento generalizzato delle regole fiscali. La Commissione europea ha infatti chiarito che la maggiore flessibilità non equivale a un assegno in bianco. Le risorse che potranno essere escluse dal calcolo del deficit dovranno essere indirizzate esclusivamente verso investimenti e misure coerenti con gli obiettivi energetici e climatici europei.

La novità è stata illustrata dal commissario europeo all’Economia, Valdis Dombrovskis, nell’ambito delle nuove indicazioni sulla clausola di salvaguardia nazionale. Gli Stati membri potranno chiedere un ampliamento dell’ambito di applicazione della clausola, ottenendo una deroga ai vincoli del Patto di Stabilità per finanziare investimenti legati alla sicurezza energetica e alla transizione verde. Il margine concesso è pari allo 0,3% del Pil all’anno nel periodo compreso tra il 2026 e il 2028, con un limite cumulativo massimo dello 0,6% nel triennio.

Per l’Italia, tradotto in termini finanziari, significa poter sottrarre dal conteggio del deficit circa 7 miliardi di euro ogni anno, per un totale che potrebbe superare i 21 miliardi nel corso dei tre anni interessati dalla misura.

L’Europa ha però stabilito criteri molto precisi. Potranno beneficiare della deroga soltanto le spese avviate a partire da febbraio 2026 e finalizzate a ridurre la dipendenza energetica da petrolio e gas. Tra gli investimenti considerati ammissibili rientrano i grandi progetti infrastrutturali sulle reti energetiche, lo sviluppo delle fonti rinnovabili, gli interventi per migliorare l’efficienza energetica degli edifici e dei processi produttivi, le installazioni fotovoltaiche e i sistemi di accumulo tramite batterie.

Anche il capitolo degli incentivi pubblici trova spazio all’interno del nuovo quadro europeo, purché le risorse siano destinate ad accompagnare famiglie e imprese verso tecnologie meno impattanti. Potranno quindi essere inclusi tra le spese agevolabili i contributi per l’acquisto di veicoli elettrici, gli incentivi per la sostituzione degli impianti di riscaldamento alimentati da petrolio o gas e gli aiuti per l’installazione di pompe di calore e altre soluzioni a basse emissioni.

Sul fronte opposto, Bruxelles ha tracciato una linea netta. Non saranno considerate coerenti con gli obiettivi della clausola le misure che incentivano direttamente il consumo di combustibili fossili. Tra queste figurano, ad esempio, le riduzioni mirate delle accise sui carburanti o altri interventi destinati a calmierare artificialmente il prezzo di petrolio e gas.

La motivazione è economica prima ancora che ambientale. Come ha spiegato Dombrovskis, non è possibile affrontare uno shock dell’offerta energetica sostenendo la domanda, perché ciò rischierebbe di mantenere elevati i prezzi delle materie prime energetiche e di prolungare la dipendenza dalle fonti fossili. Una lezione che Bruxelles ritiene di aver imparato durante la crisi energetica del 2022, quando numerosi governi europei adottarono misure costose per i bilanci pubblici che, secondo la Commissione, non produssero risultati strutturali nella riduzione della dipendenza da gas e petrolio.

L’esito del negoziato è stato accolto con soddisfazione anche dal ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti. Rivendicando il lavoro svolto dal governo, il titolare del Tesoro ha sottolineato come l’esecutivo abbia preferito operare lontano dai riflettori, concentrandosi sul risultato finale. Al tempo stesso, Giorgetti ha mostrato consapevolezza dei limiti imposti dall’accordo, ricordando che i margini concessi sono quelli definiti da Bruxelles e che l’obiettivo dovrà essere quello di utilizzare le risorse in modo efficace, evitando dispersioni e sprechi.

In parallelo, Bruxelles ha consegnato all’Italia un pacchetto articolato di raccomandazioni che tocca alcuni dei principali nodi dell’economia nazionale. Le richieste riguardano innanzitutto il mantenimento del percorso di risanamento dei conti pubblici, in un contesto in cui il debito italiano continua a rappresentare uno dei più elevati dell’Unione. La Commissione chiede inoltre che eventuali misure contro il caro-energia rimangano temporanee e strettamente mirate, evitando interventi generalizzati che possano appesantire in modo permanente la spesa pubblica.

Un altro punto riguarda l’accelerazione dell’attuazione del Pnrr e dell’utilizzo dei fondi di coesione europei, considerati strumenti essenziali per sostenere crescita e competitività. Bruxelles invita inoltre Roma a rafforzare gli investimenti in ricerca e innovazione, a migliorare l’efficienza della pubblica amministrazione e del sistema giudiziario e a proseguire con decisione lungo il percorso della transizione energetica.

Le raccomandazioni si estendono anche al mercato del lavoro, al sistema educativo, alla sanità e alle politiche di inclusione sociale, ambiti che secondo la Commissione richiedono ulteriori interventi per sostenere la crescita potenziale del Paese e contrastare fenomeni di povertà ed esclusione.

Tra i richiami più sensibili sul piano politico torna infine quello relativo al catasto. Bruxelles osserva che i valori catastali italiani continuano a non riflettere in maniera sistematica l’andamento dei valori di mercato degli immobili. Per questo ricorda l’impegno assunto dall’Italia nel Piano strutturale di bilancio di medio termine, che prevede l’aggiornamento delle rendite catastali per gli immobili ancora non correttamente censiti e per gli edifici che hanno beneficiato di interventi pubblici di efficientamento energetico o di ristrutturazione.

La Commissione evidenzia inoltre come l’esenzione dell’abitazione principale dalla tassazione ricorrente sugli immobili per la quasi totalità delle categorie proprietarie contribuisca a mantenere basse le entrate fiscali degli enti locali. Una situazione che, secondo Bruxelles, limita la capacità finanziaria dei territori anche nelle aree urbane che devono affrontare crescenti problemi di accessibilità abitativa.


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 Cristina Giua

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