il Viminale nega le sottrazioni, ma tra i file degli hacker ci sarebbe materiale che coinvolge procure e forze dell’ordine. Pastorella (Azione): «Il Ministero guarda alla punta dell’iceberg»
Il caso Revolut continua ad avere strascichi in Italia. Tra il 17 e il 18 settembre il Governo è stato chiamato a rispondere in Parlamento, prima al Senato, poi alla Camera, sulla violazione della casella Pec della prefettura di Reggio Calabria, sfruttata per ottenere dalla fintech britannica i dati di centinaia di clienti. Secondo quanto emerso dalle verifiche dell’Agenzia per la cybersicurezza nazionale (Acn), gli utenti italiani coinvolti sarebbero otto.
La cronologia ricostruita in Aula
A rispondere all’interrogazione urgente presentata alla Camera da Azione è stata la sottosegretaria all’Interno Wanda Ferro, che ha ricostruito i passaggi principali. Il 12 settembre Acn riceve da Revolut la segnalazione di un possibile incidente informatico; la conferma da parte della compagnia arriva solo tre giorni dopo, insieme al numero dei clienti coinvolti nel leak: 680 in tutto il mondo, tutti già avvisati dalla fintech. Di questi, ha precisato Ferro, «soltanto 8» sarebbero italiani. È stata la stessa Revolut, inoltre, a segnalare la compromissione della Pec calabrese.
Su quest’ultimo punto qualche sedicente esperto informatico ha provato ad attribuirsi la paternità della violazione sostenendo di aver usato la tecnica dello spoofing. È però la stessa sottosegretaria a certificare che di compromissione si è trattato, sulla base dell’analisi condotta dal Csirt Italia, la struttura di Acn che riceve e analizza le segnalazioni di incidente informatico, sul materiale fornito dalla compagnia britannica.
«Il ministero guarda alla punta dell’iceberg»
La risposta non ha convinto chi ha presentato l’interrogazione. «Non posso dirmi soddisfatta della risposta della sottosegretaria Ferro sul caso Revolut», ha dichiarato l’onorevole Giulia Pastorella. «È comprensibile che le indagini siano ancora in corso, ma non è accettabile che l’attenzione sembri concentrarsi sul perché Revolut abbia risposto alla richiesta, anziché su come sia stato possibile compromettere la Pec della Prefettura di Reggio Calabria e come ciò sia passato inosservato per sei mesi».
Interpellata dal Corriere, la vicepresidente di Azione ha spiegato la metafora usata in Aula: «Ho parlato di iceberg perché in queste ore c’è un battibecco tra il Viminale, che sostiene non sia stato trafugato nulla oltre alle informazioni ottenute da Revolut, mentre gli hacker continuano a sostenere il contrario. Avrei amato che il sottosegretario confermasse o smentisse queste uscite di stampa in una sede istituzionale. E invece il silenzio». E ancora: «Il Ministero deve intervenire subito per impedire che episodi simili si ripetano: non è accettabile mettere a rischio un’istituzione al cuore della nostra democrazia».
Che cosa è uscito davvero dalla Pec
È questo il nodo ancora aperto. Da un lato la linea istituzionale, secondo cui oltre ai dati ottenuti da Revolut non sarebbe stato sottratto nulla; dall’altro le rivendicazioni degli hacker. Secondo fonti attendibili giunte al Corriere, la seconda ricostruzione sarebbe quella corretta: abbiamo potuto constatare che i file in possesso degli hacker sono numerosi e altamente sensibili, tra cui materiale riconducibile alla Procura di Torino e ai Carabinieri di Grosseto. L’iceberg, insomma, è più profondo di quanto finora ammesso. L’hacker, sin da subito, ha affermato e poi ribadito di essere in possesso di materiale riconducibile alle Istituzioni italiane quantificabile in 87mila file per un totale di 147 GB.
Contattata, Agid (l’Agenzia per l’Italia digitale) si è limitata a dichiarare di non disporre di elementi rispetto a quanto emerso pubblicamente, precisando che «verifiche e approfondimenti sono in corso da parte delle Autorità preposte e dell’Amministrazione coinvolta». Sulla stessa linea la Polizia Postale.
Le indagini
Il 17 settembre, al Senato, il Governo si è sentito ricordare che «è noto, però, come gli accessi Pec governativi siano in vendita su siti internet illegali da diversi anni». Nessuno sconto nemmeno per la fintech: secondo i senatori firmatari, «Revolut ha accettato un finto ordine europeo di indagine (Oei) inviato da un ufficio amministrativo che non ha competenza in tale ambito, mostrando una grave negligenza procedurale».
Sul caso sono oggi impegnate più agenzie. Come riferito da Ferro alla Camera, Acn ha aggiornato la Polizia Postale e, come previsto dalla normativa vigente, anche la Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo.
Sul piano giudiziario, riporta il Corriere della Calabria, «il locale centro operativo per la sicurezza cibernetica della polizia di Stato ha informato la procura della Repubblica del capoluogo reggino, che sta procedendo allo svolgimento dell’attività investigativa. Dal canto suo, il ministero della Giustizia ha confermato che presso la citata procura è stato iscritto un procedimento penale per reato di accesso abusivo a un sistema informatico di pubblico interesse».
Più in generale, ha assicurato la sottosegretaria, «il ministero dell’Interno è fortemente impegnato ad adeguare le proprie capacità info-investigative e di prevenzione alle tecnologie in uso ai più evoluti gruppi criminali, per restare all’avanguardia della tecnologia e delle metodiche tecnico-operative». E ha concluso: «Il governo è ben consapevole della posta in gioco, della dimensione delle minacce cibernetiche e della necessità di intervenire efficacemente per contrastarle e assicurare condizioni di sicurezza ai cittadini, tanto nelle nostre città quanto negli ambienti virtuali dove sempre di più si svolge la nostra vita».
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