Se nel mondo del lavoro l’utilizzo dell’AI modifica il rapporto tra lavoro e valore prodotto, come finanzieremo il welfare? Bill Gates ha dato a questo interrogativo una risposta provocatoria: tassare i robot e i token, le unità in cui i modelli di AI contano le informazioni che elaborano. In Italia le imposte su robot o token potrebbero orientare le imprese verso la sostituzione del lavoro umano con l’algoritmo? Non dimentichiamoci che è sempre necessario confrontare l’adozione dell’AI con il fabbisogno di tutele, distinguendo gli effetti della tecnologia da quelli del ciclo economico, della demografia e di altre innovazioni. Solo allora si potrà capire se una minore incidenza del lavoro sul valore prodotto corrisponda a una perdita effettiva di entrate o sia compensata da nuovi redditi e consumi. Se lavora l’algoritmo, il welfare non deve gravare soltanto su chi continua a porre al centro l’uomo. Il Fisco non potrà, dunque, limitarsi a colpire indiscriminatamente i redditi prodotti dai robot: dovrà assicurare che il valore generato anche grazie all’AI contribuisca al finanziamento delle tutele comuni.
L’IA può preparare in pochi istanti la prima bozza di un parere, di un business plan o di un’analisi di bilancio. La verifica dei dati, la valutazione del caso concreto e la responsabilità della scelta restano al professionista. La stessa tecnologia, applicata a un servizio standardizzabile, può invece raggiungere molti più clienti senza accrescere nella stessa misura il personale impiegato. L’innovazione modifica così, in modo disuguale, il rapporto tra lavoro e valore prodotto. È da questa differenza che nasce la domanda su come finanzieremo il welfare.
Bill Gates ha dato a questo interrogativo una risposta provocatoria: ha proposto di tassare i robot e i token, le unità in cui i modelli di IA contano le informazioni che elaborano. Il gettito, nelle sue intenzioni, aiuterebbe chi perde il lavoro o deve riqualificarsi.
La proposta nasce da un’osservazione sulla transizione che sta avvenendo negli U.S.A.: assumere persone comporta prelievi sulle retribuzioni, mentre l’acquisto di un robot può ricevere un trattamento fiscale favorevole; da questa asimmetria può derivare un incentivo ad automatizzare perfino quando il margine sulla produttività è limitato.
In Italia le regole sono diverse, ma il quesito resta.
Imposte, contributi e agevolazioni possono orientare le imprese verso la sostituzione del lavoro umano con l’algoritmo?
I redditi da lavoro dipendente concorrono alla base imponibile IRPEF e le retribuzioni, secondo regole proprie, a quella contributiva. I dati della Commissione europea pubblicati nel 2026, rivelano che imposte sul lavoro e contributi sociali rappresentano il 51% delle entrate fiscali complessive dell’UE. Se la massa delle retribuzioni imponibili diminuisse in modo duraturo, a parità di aliquote si ridurrebbero i contributi riscossi e potrebbe diminuire anche l’IRPEF. Gli eventuali maggiori redditi d’impresa sarebbero imponibili secondo regole diverse, ma il relativo gettito non sostituirebbe automaticamente quello contributivo, cui sono legati diritti previdenziali, mentre altre tutele sono finanziate con la fiscalità generale.
Ulteriore dato da non tralasciare nel ragionamento è collegato alla diffusione della tecnologia; secondo l’Istat, nel 2025 utilizzava almeno una tecnologia di IA il 53% delle grandi imprese italiane e il 16% delle PMI con almeno dieci addetti. Il divario può spiegare differenze di risorse e competenze, ma non esaurisce l’asimmetria. A parità di strumenti disponibili, cambia quanto lavoro si possa automatizzare senza mutare la natura della prestazione.
Immaginiamo, ad esempio, di utilizzare come caso esplicativo il contesto sanitario. In un ospedale, l’IA può aiutare a comporre i turni, organizzare documenti e supportare la diagnosi. Può migliorare alcuni processi, ma la relazione con il paziente, il tempo dedicato all’assistenza e la responsabilità dell’atto chirurgico non sono inefficienze da eliminare. Dall’altro canto, in altre attività dove il servizio è più standardizzabile, un aumento della domanda può essere assorbito con una crescita molto più contenuta degli addetti.
L’innovazione è possibile in entrambi i casi, ma non sostituisce il lavoro nella stessa misura.
Quando imprese con gradi diversi di automazione competono per gli stessi clienti, questa differenza incide anche su prezzi e margini; chi impiega meno lavoro nell’erogare una prestazione può scegliere di ridurre il prezzo o accrescere il profitto. Al tempo stesso, a parità di valore aggiunto e di aliquote, una minore massa salariale comporta meno contributi per unità di valore prodotto.
La questione del finanziamento del welfare può porsi anche quando le imprese operano, dunque, in mercati diversi.
È qui che un’imposta su robot o token mostra tutti i suoi limiti.
Gates ha indicato cosa vorrebbe tassare, ma non un criterio per misurare il lavoro sostituito. Contare i robot non dice se abbiano rimpiazzato addetti o ampliato un’attività.
Il numero dei token non misura né il valore economico prodotto né il lavoro sostituito. Lo stesso volume di elaborazioni può, infatti, assistere un professionista nella consulenza che però conserva il proprio organico oppure sostenere un servizio automatico venduto su larga scala.
Un’eventuale token tax dovrebbe stabilire quali operazioni e quali soggetti colpire, come trattare le elaborazioni svolte su sistemi propri e in quale Paese localizzare il prelievo. Dovrebbe anche evitare imposizioni ripetute lungo la filiera. L’IVA tassa il consumo finale dei servizi digitali secondo le sue regole, mentre i contributi seguono il lavoro retribuito. Un prelievo sui token non misurerebbe, da solo, la capacità contributiva.
I ricercatori del Fondo monetario internazionale sconsigliano imposte speciali sull’IA, perché rischiano di scoraggiarne anche gli usi produttivi ed invitano piuttosto a riesaminare le agevolazioni che favoriscono una sostituzione inefficiente del lavoro e a rafforzare l’imposizione effettiva sui redditi d’impresa e di capitale. È una direzione più promettente ed equilibrata di un tributo commisurato a ciò che la macchina semplicemente “conta”. Prima di decidere come modificare il sistema fiscale internazionale occorrono dati per settore sul valore aggiunto, sulle retribuzioni, sui redditi da lavoro autonomo, sui contributi e sui redditi imponibili delle imprese. Bisogna confrontare queste grandezze con l’adozione dell’IA e con il fabbisogno di tutele, distinguendo gli effetti della tecnologia da quelli del ciclo economico, della demografia e di altre innovazioni. Solo allora si potrà capire se una minore incidenza del lavoro sul valore prodotto corrisponda a una perdita effettiva di entrate o sia compensata da nuovi redditi e consumi.
Se emergesse dalla transizione tecnologica, come molti ipotizzano, uno squilibrio strutturale, il legislatore potrebbe correggere eventuali agevolazioni che favoriscono la mera sostituzione del personale e rendere più effettiva l’imposizione sui redditi d’impresa e di capitale, coordinando le regole tra Paesi per limitare comportamenti “fiscalmente opportunistici”. Le tutele non legate alla storia contributiva potrebbero poggiare maggiormente su entrate generali stabili considerato che un eventuale alleggerimento dei contributi richiederebbe risorse sostitutive esplicite per salvaguardare i diritti previdenziali.
Non si tratta di proteggere ogni mansione dal cambiamento; si tratta di evitare che il progresso di alcuni lasci ad altri l’intero onere di tenere insieme la società.
Se lavora l’algoritmo, il welfare non deve gravare soltanto su chi continua a porre al centro l’uomo.
Il fisco non potrà, dunque, limitarsi ad attribuire un reddito alla macchina, dovrà assicurare che i redditi prodotti anche grazie all’IA contribuiscano al finanziamento delle tutele comuni.
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