Revolut prepara il prossimo capitolo della sua crescita globale, ma senza fretta. La fintech britannica guidata e fondata da Nik Storonsky sta valutando una doppia quotazione alla Borsa di Londra e al Nasdaq di New York, confermando così le indiscrezioni circolate nei mesi scorsi. È stato lo stesso amministratore delegato a riferirlo al quotidiano francese Les Echos, spiegando che gli Stati Uniti restano la piazza preferita per un’eventuale Ipo, soprattutto per la dimensione del mercato e per la maggiore ampiezza della platea di investitori. Un portavoce di Revolut ha confermato la ricostruzione. La società, tuttavia, non considera imminente lo sbarco in Borsa: Storonsky aveva già indicato il 2028 come possibile orizzonte, subordinandolo alle condizioni dei mercati.
La svolta è significativa perché corregge una posizione che il fondatore aveva espresso con molta maggiore nettezza in passato. Nel 2024 Storonsky aveva sostenuto che la Borsa di Londra non fosse in grado di competere con i mercati statunitensi, citando tra gli elementi di svantaggio la minore liquidità e lo 0,5% di stamp duty sugli acquisti di azioni. Oggi il quadro è più articolato: gli Stati Uniti continuano a essere considerati il mercato più interessante, ma Londra rientra nella strategia attraverso una possibile quotazione duale. Non è ancora stato stabilito quale mercato avrebbe il ruolo principale, né se le due quotazioni avverrebbero contestualmente.
Un’azienda privata da 115 miliardi di dollari
La dimensione raggiunta da Revolut spiega perché il dossier Ipo abbia ormai assunto una rilevanza che va oltre la singola società. Fondata nel 2015, la fintech ha chiuso il 2025 con 68,3 milioni di clienti retail, in crescita del 30% in un anno, e 767 mila clienti business, aumentati del 33%. I ricavi sono saliti del 46%, a 4,5 miliardi di sterline, contro i 3,1 miliardi del 2024, mentre l’utile ante imposte ha raggiunto 1,7 miliardi di sterline, con un incremento del 57% rispetto agli 1,1 miliardi dell’anno precedente. Il margine ante imposte è arrivato al 38%, dal 35% del 2024, mentre l’utile netto ha raggiunto 1,3 miliardi di sterline.
Anche la base finanziaria della piattaforma è cresciuta rapidamente. I saldi complessivi della clientela, compresi quelli detenuti presso istituzioni partner, sono aumentati del 66%, passando da 30,2 a 50,2 miliardi di sterline. Il portafoglio crediti è cresciuto addirittura del 120%, arrivando a 2,2 miliardi di sterline, mentre il reddito da interessi è aumentato del 23%, a 974 milioni di sterline. Sono numeri che raccontano una trasformazione importante: Revolut non è più soltanto una piattaforma per pagamenti, cambi e servizi finanziari digitali, ma sta progressivamente costruendo un modello bancario più completo.
La valutazione privata riflette questa traiettoria. Una vendita secondaria di azioni realizzata nel luglio 2026 ha portato la valutazione della società a circa 115 miliardi di dollari, sulla base di un prezzo di 2.017 dollari per azione. Il valore è oltre il 50% superiore ai 75 miliardi di dollari della precedente operazione del novembre 2025. La società è così diventata la startup di maggior valore in Europa e, a quella valutazione, si colloca su una scala superiore a quella di diversi grandi gruppi bancari quotati britannici.
Perché New York pesa più di Londra
Il ragionamento di Storonsky è soprattutto finanziario. Il mercato americano offre una platea molto più ampia di investitori istituzionali, hedge fund, gestori e investitori individuali. Per una società con ambizioni globali come Revolut, significa poter cercare capitale in un bacino potenzialmente più profondo e con una maggiore concentrazione di operatori abituati a valutare aziende tecnologiche e finanziarie ad alta crescita. Lo stesso Storonsky ha spiegato a Les Echos che la scelta americana dipende dalle dimensioni del mercato e dalla possibilità di mettere le azioni a disposizione di un numero molto maggiore di investitori.
Ma la prospettiva di mantenere Londra nel progetto ha anche un valore industriale e simbolico. Una quotazione della fintech nella capitale britannica rappresenterebbe infatti un ingresso di peso in un mercato che negli ultimi anni ha faticato ad attrarre grandi società tecnologiche e nuove Ipo. Reuters sottolinea come diverse aziende britanniche abbiano guardato agli Stati Uniti proprio per la maggiore profondità dei mercati americani, mentre Londra cerca di rafforzare la propria capacità di attrarre imprese ad alta crescita.
Per Revolut, dunque, la doppia quotazione potrebbe diventare una soluzione intermedia: accesso alla liquidità americana e presenza nella piazza finanziaria domestica. La società non ha però ancora indicato quale sarebbe il listino primario e non ha formalizzato una tabella di marcia per l’Ipo. L’orizzonte resta quello indicato da Storonsky: circa due anni, ma soltanto se le condizioni di mercato saranno favorevoli.
L’espansione americana passa anche dalla banca
Il progetto di quotazione arriva mentre Revolut sta rafforzando la propria struttura regolamentare internazionale. Nel marzo 2026 ha ottenuto la licenza bancaria completa nel Regno Unito, dopo un lungo percorso autorizzativo, e ad agosto ha ottenuto la licenza bancaria francese. A settembre è arrivata inoltre l’approvazione condizionata per una national bank charter negli Stati Uniti, mentre la società ha presentato domanda per una licenza bancaria in Svizzera e annunciato investimenti superiori a 150 milioni di franchi svizzeri, circa 158 milioni di euro, nel Paese.
Il paradosso: mentre prepara l’Ipo, Revolut in Italia deve gestire il caso dei 680 clienti
È in questo contesto di crescita e valorizzazione che arriva il problema cybersecurity. Circa 680 clienti Revolut sono stati coinvolti in una violazione dei dati nella quale criminali informatici avrebbero utilizzato una casella di posta elettronica istituzionale compromessa per presentarsi come autorità italiane e ottenere informazioni dalla fintech. Tra i dati finiti nelle mani degli aggressori figurano documenti d’identità, indirizzi, fotografie utilizzate per le verifiche, numeri di conto e informazioni sulle transazioni, comprese quelle legate alle criptovalute. Revolut ha precisato che i propri sistemi interni e i fondi dei clienti non risultano compromessi direttamente.
Il caso ha una particolarità importante: non si tratta, secondo la ricostruzione finora disponibile, di un’incursione nei database della fintech. Gli aggressori avrebbero sfruttato una casella PEC istituzionale riconducibile alla Prefettura di Reggio Calabria, utilizzandola per rendere credibili richieste di informazioni apparentemente provenienti dalle autorità. Gli scambi sarebbero proseguiti per mesi e avrebbero riguardato in particolare clienti con importanti disponibilità in criptovalute. La maggior parte dei soggetti coinvolti risiederebbe in Francia e Svizzera, mentre altri clienti interessati sono distribuiti in numerosi Paesi europei.
Il dato italiano, intanto, è stato precisato dal sottosegretario all’Interno Wanda Ferro: degli 680 clienti coinvolti, otto sarebbero italiani. L’Agenzia per la cybersicurezza nazionale, attraverso il Csirt Italia, ha analizzato un campione delle comunicazioni utilizzate dagli aggressori e ha accertato la compromissione dell’indirizzo di posta elettronica certificata riconducibile alla Prefettura di Reggio Calabria.
Reggio Calabria, la Procura indaga. Ma il Viminale smentisce, per ora, il maxi-furto
La Procura di Reggio Calabria ha aperto un’inchiesta ipotizzando l’intrusione in un sistema informatico di pubblico interesse. Gli investigatori, però, hanno precisato che al momento non vi è certezza che sia stato compromesso un computer della Prefettura o del Viminale. È una distinzione importante, perché il punto accertato riguarda l’utilizzo fraudolento di una comunicazione istituzionale, mentre resta da chiarire con quale modalità tecnica gli aggressori siano entrati in possesso della casella utilizzata per le richieste a Revolut.
Ancora più delicata è la storia dei 147 gigabyte di dati che il gruppo hacker che si presenta come “IAmNotAVillain” sostiene di avere sottratto a sistemi riconducibili alle forze dell’ordine italiane. La rivendicazione comprende documenti interni, informazioni personali e altri materiali e, secondo gli aggressori, sarebbe il risultato di un accesso protratto per mesi. Ma la quantità di dati indicata dagli hacker non equivale, da sola, alla prova dell’esfiltrazione. I primi controlli della Polizia Postale sui sistemi del Viminale non avrebbero infatti trovato vulnerabilità né confermato, allo stato attuale, il furto dei 147 gigabyte. Gli accertamenti proseguono.
Il quadro, dunque, presenta due livelli distinti. È documentata la compromissione dei dati relativi ai circa 680 clienti Revolut; non è invece confermata la sottrazione dei 147 gigabyte rivendicati dal gruppo criminale. Confondere i due elementi significherebbe trasformare una rivendicazione degli aggressori in un fatto investigativamente accertato.
Il Garante allarga il perimetro della verifica
La vicenda non riguarda però soltanto Revolut. Il Garante per la protezione dei dati personali ha avviato una verifica sulle eventuali vulnerabilità nei sistemi di accesso degli istituti bancari italiani, chiedendo ai responsabili della protezione dei dati delle banche di controllare i propri sistemi e segnalare eventuali anomalie. L’Autorità ha inoltre avviato uno scambio di informazioni con l’autorità omologa lituana, considerato che Revolut ha lì la propria sede legale principale, e sta verificando se possano essere coinvolti anche altri intermediari finanziari.
È probabilmente questo il punto più rilevante per il sistema finanziario. L’incidente mostra infatti che la superficie d’attacco di una banca digitale non coincide necessariamente con server, applicazioni e database. Può comprendere anche le procedure con cui un istituto riconosce come autentica una richiesta proveniente da un’autorità pubblica. In un sistema nel quale banche, fintech e istituzioni scambiano quotidianamente grandi quantità di informazioni sensibili, l’autenticità dell’identità digitale dell’interlocutore diventa parte integrante della sicurezza finanziaria.
Il riscatto da 3 milioni e il conto aperto sulla reputazione
A complicare ulteriormente la vicenda c’è la richiesta di 3 milioni di dollari in Monero avanzata dagli aggressori, accompagnata dalla minaccia di mettere in vendita o diffondere i dati sottratti. Il caso ha già assunto una dimensione internazionale e ha coinvolto clienti particolarmente esposti, proprio perché tra gli obiettivi individuati dagli aggressori vi sarebbero stati utenti con consistenti patrimoni in criptovalute. Revolut ha dichiarato di collaborare con le autorità e ha ribadito che i fondi dei clienti e i propri sistemi non sono stati compromessi.
Per una società che punta a una valutazione fino a 200 miliardi di dollari in occasione dell’eventuale Ipo, il tema è tutt’altro che secondario. La cifra di 200 miliardi è stata indicata dal Financial Times come obiettivo di valutazione riferito agli scenari di quotazione; l’attuale valutazione privata è invece di circa 115 miliardi dopo la vendita secondaria di luglio.
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