La questione fiscale in Italia


La questione fiscale in Italia

 

Il tema dell’etica fiscale è argomento di portata assai ampia e investe numerosi aspetti (la funzione dell’imposizione fiscale, i requisiti di eticità dell’imposta, il comportamento del legislatore, gli atteggiamenti dei soggetti del rapporto d’imposta) e diverse prospettive di approfondimento (storico, giuridico, economico, sociologico, politico, per menzionarne solo alcuni).

In un tempo di crescenti diseguaglianze economiche, il dibattito sulla giustizia fiscale si riaccende, interrogando non solo il legislatore e l’interprete del diritto ma anche la coscienza collettiva. Una chiave di lettura alternativa e profondamente umana delle dinamiche tributarie, in particolare nel rapporto tra potere di accertamento dello Stato e dovere di contribuzione del cittadino è stata data da  Papa Francesco che  ha introdotto una visione pastorale del potere incentrata sulla misericordia, sul primato della persona e sulla lotta alle marginalità. La sua critica all’idolatria del denaro e al neoliberismo privo di vincoli etici – come si ritrova nella enciclica Evangelii Gaudium e poi nella Laudato – rappresenta una presa di posizione netta contro le logiche estrattive dell’economia finanziarizzata.

«L’economia uccide», ha afferma il Pontefice con forza, laddove questa si emancipa da ogni controllo sociale. Ma tale affermazione non può essere letta in senso semplicistico o populista. Essa contiene, invece, una sofisticata riflessione sulla necessità che le strutture economiche siano orientate al bene comune e che la legalità sia finalizzata alla giustizia distributiva. Da questo punto di vista, la tassazione appare non solo come dovere civico ma come atto morale.

Nel quadro costituzionale italiano, l’articolo 53 Cost. consacra il principio della progressività tributaria, sancendo il dovere di concorrere alle spese pubbliche “in ragione della propria capacità contributiva”. Tale principio assume una portata non solo tecnica ma valoriale, fondandosi su una visione solidaristica dello Stato democratico.

Il rispetto della legge fiscale non dovrebbe derivare dal solo timore delle sanzioni ma da una razionale adesione a un imperativo etico di equità.

Negli ultimi anni, in particolare, l’Agenzia delle Entrate ha rafforzato il proprio apparato ispettivo, grazie all’uso di strumenti sempre più sofisticati di data mining e incrocio dei dati. In questo contesto, si delinea un modello di “Stato sentinella” più che “Stato punitore”, fondato su tecniche preventive e su forme di cooperative compliance. Tuttavia, la percezione da parte dei contribuenti – soprattutto di quelli più piccoli – rimane spesso quella di uno Stato che osserva e punisce, piuttosto che di un interlocutore che accompagna.

In tale ottica, il pensiero di Francesco invita a riflettere la fiscalità come strumento di prossimità sociale. “Il vero potere è servire”, scrive il Papa. Da qui la possibilità di un fisco che non solo pretenda ma anche ascolti, comprenda, valuti le specificità soggettive e i contesti economici.

Il rispetto delle regole fiscali, in una società democratica, non può essere fondato esclusivamente sul deterrente. La teoria dell’obbedienza fiscale mostra come la tax compliance dipenda più dalla fiducia nelle istituzioni che dall’intensità dei controlli. Il cittadino che percepisce equità nel sistema tributario sarà più incline a adempiere spontaneamente ai propri obblighi.

La giustizia deve essere relazionale. Laddove il cittadino si sente rispettato, incluso, non escluso o stigmatizzato, anche l’obbligo fiscale può trasformarsi in atto di partecipazione al destino della comunità. In questo senso, non si tratta di attenuare il rigore ma di umanizzarne l’applicazione evitando i soprusi ed i privilegi atteso che ad umiliare il cittadino non è il rigore ma il privilegio.

L’evasione fiscale non è solo una violazione della legge. È, come afferma Papa Francesco, una forma di “corruzione spirituale”. Essa rompe il patto sociale, mina la fiducia e aggrava le disuguaglianze. Secondo stime recenti, il tax gap italiano ammonta a oltre 90 miliardi di euro annui. Di fronte a tali cifre, la risposta non può essere esclusivamente repressiva: è necessaria una pedagogia fiscale che promuova la cultura della legalità.

In questa direzione, l’educazione civica e fiscale nelle scuole, la trasparenza nella spesa pubblica e l’esempio da parte delle istituzioni rappresentano strumenti di promozione di una nuova etica del contribuire.

L’invito che ci viene dal pensiero di Papa Francesco è, invece, quello di tenere insieme legalità e prossimità, rigore e compassione, diritto e giustizia.

In definitiva, la fiscalità non è solo un meccanismo di redistribuzione delle risorse: è uno specchio della nostra idea di comunità. E forse, la domanda più urgente da porci oggi non è: “quanto tassare?” o “quanto controllare?”, ma: “che società vogliamo costruire anche attraverso la fiscalità?”.

Se dal piano dell’analisi generale e astratta passiamo a quello dell’indagine concreta, possiamo affermare che il passaggio dallo Stato minimo allo Stato sociale ha trovato in Italia un fondamento costituzionale nella stretta correlazione, istituita dall’art. 53 Cost., tra dovere contributivo (giustizia fiscale) e spesa sociale (giustizia sociale) e nell’espresso riferimento, da esso fatto, al principio di capacità contributiva e alla regola della progressività.

La capacità contributiva rappresenta, insieme alla progressività del sistema tributario, il criterio di giustizia che la nostra Costituzione individua per assicurare un’equa distribuzione del carico fiscale tra i soggetti gravati dall’obbligo tributario.

Il tratto caratterizzante l’art. 53 Cost. risiede proprio nell’impronta solidaristica e garantista impressa all’obbligazione tributaria. Tale impronta si evince da una lettura sistematica delle disposizioni costituzionali e, in particolare, da una lettura dell’art. 53 Cost. in correlazione sia con l’art. 2 Cost. (che richiama i doveri inderogabili di solidarietà anche economica), sia con l’art. 3 Cost. (che sancisce, invece, il principio di uguaglianza formale e sostanziale).

Una importante forma di erosione  riguarda la c.d. flat tax al 15% delle partite Iva (lavoratori autonomi e imprese individuali) la cui applicazione è andata estendendosi nel tempo, con costi crescenti a carico dello Stato. Sulla base dei dati riportati nei Rapporti annuali sulle spese fiscali redatti dall’apposita Commissione Ministeriale a partire dal 201628, si osserva come il costo complessivo di questa agevolazione (agli effetti dell’Irpef, dell’Iva e dell’Irap) sia passato da 700 milioni circa nel 2017 a più di 3 miliardi nel 2024: parallelamente il numero di beneficiari è quasi raddoppiato, da 1 milione a quasi 1,9 milioni di contribuenti.

L’estensione della cedolare secca sulle abitazioni locate agli immobili commerciali, ai fringe benefits, ai redditi dei coltivatori diretti e ad altri ancora e al fatto che l’adozione dello schema flat tax si risolverebbe, in sostanza, nell’estensione ai redditi da lavoro dipendente e da pensione degli schemi agevolativi ispirati al modello della tassazione ad aliquota unica, oggi applicati ai redditi di lavoro autonomo (il c.d. regime forfetario)32. Tutto ciò all’interno di un’imposta personale, con riduzione del carico fiscale rispetto all’IRPEF attuale.

Va invece ribadito che l’equità presuppone la progressività: la progressività è parte fondante dell’equità. Tutte queste considerazioni dovrebbero suggerire l’opportunità di cancellare, già nella fase di transizione, il regime forfettario e di evitare comunque qualsiasi sua stabilizzazione ed estensione. Se poi un giorno si dovesse pervenire realmente alla flat tax generalizzata, deve dirsi che la progressività, pur non essendo del tutto soppressa, sarebbe comunque fortemente ridotta.

Quando, negli anni Novanta del secolo scorso, alcuni Paesi in transizione dall’economia pianificata a quella di mercato (in primis, la Russia) adottarono la flat tax, lo fecero per motivi di semplicità amministrativa. Si trattava di economie in cui, fino a poco prima, la differenza tra redditi lordi e netti d’imposta non esisteva. Applicare imposte progressive sembrava complicato. È però interessante notare come, poi, alcuni dei Paesi che avevano adottato la flat tax l’abbiano poi abbandonata, istituendo una progressività per scaglioni, con una o due aliquote superiori alla minima. Evidentemente, con la graduale differenziazione dei redditi lordi, criteri di equità hanno indotto ad accentuare la progressività dell’imposta personale. L’Italia si collocherebbe, perciò, in controtendenza: all’aumento delle disuguaglianze registrato negli ultimi anni, si accompagnerebbe la forte riduzione della progressività dell’imposta personale. L’origine di questa situazione sembra potersi individuare nel “populismo fiscale” (fenomeno, peraltro, non esclusivo del nostro Paese né di una specifica parte politica), che propone – a prescindere dalle effettive possibilità di concreta attuazione – quanto si ritiene che l’elettorato desideri, cioè la generalizzata (e non meglio specificata) “riduzione delle tasse” e la prioritaria difesa delle “tasche degli italiani”. E ciò proprio in un momento in cui risulta evidente che le imponenti sfide che il presente e il prossimo futuro, sotto molteplici profili, ci riservano richiederanno al contrario un prelievo crescente.

Comprendere l’importanza della fiscalità equa è cruciale per raggiungere l’equità fiscale e promuovere la solidarietà all’interno di una società. La fiscalità equa garantisce che gli individui e le imprese contribuiscano la loro quota equa per sostenere i beni e i servizi pubblici, affrontando anche la disuguaglianza di reddito e promuovendo la giustizia sociale. Tuttavia, il concetto di fiscalità equa può essere soggettivo, poiché individui e gruppi diversi possono avere prospettive diverse su ciò che costituisce l’equità nel sistema fiscale.

 Equità e ridistribuzione: un aspetto chiave della fiscalità equa è garantire che l’onere delle tasse sia distribuito equamente tra individui e imprese. Ciò significa che coloro che guadagnano di più o hanno una maggiore ricchezza dovrebbero contribuire a una percentuale più elevata del loro reddito o delle loro attività nei confronti delle tasse. Attuando i sistemi fiscali progressivi, in cui le aliquote fiscali aumentano con i livelli di reddito, i governi possono ridistribuire la ricchezza dai ricchi ai poveri, riducendo le disparità di reddito e promuovendo la coesione sociale.

L’idea di un’imposta sui grandi patrimoni non è una reliquia ideologica o la boutade di una sinistra disancorata dalla realtà. Un nutrito gruppo di oltre 130 economisti italiani ha firmato una proposta solida e dettagliata di riforma del fisco con al centro nell’immediato proprio un’imposta progressiva sullo 0,1% più ricco dei cittadini italiani e in parallelo l’aumento del prelievo sulle grandi successioni e donazioni e l’introduzione di nuovi scaglioni e aliquote Irpef. Il tutto con l’obiettivo di rimediare all’attuale regressività del sistema che favorisce i contribuenti più ricchi, aumentare l’equità, rendere più sostenibili le finanze pubbliche e aumentare il gettito per finanziare maggiori investimenti nel welfare e nella transizione ecologica.

Il nuovo prelievo, a scanso di equivoci, sostituirebbe le attuali patrimoniali già esistenti (Imu sulle case di non di residenza, imposta sui conti correnti e sui depositi titoli, bollo auto) e ad essere colpiti sarebbero solo i 50mila italiani più facoltosi. Continuerebbe a dormire sonni tranquilli l’impoverito ceto medio, sempre evocato da chi tenta di trasformare la patrimoniale in uno spauracchio con cui spaventare i lavoratori dipendenti che insieme ai pensionati versano l’85% dell’Irpef. Mentre i redditi da capitale finanziario (interessi sui titoli di Stato, dividendi, plusvalenze) e i ricavi da affitto di immobili sono sottratti alla tassazione progressiva e sottoposti a imposte sostitutive piatte ben più basse delle normali aliquote. Se non bastasse per fugare i timori dei partiti progressisti terrorizzati dall’impatto di una proposta del genere sul gradimento elettorale, val la pena ricordare che in base a tutti i sondaggi la stragrande maggioranza degli italiani è favorevole: Eumetra stima i sostenitori al 57,1%, percentuale che sale al 69,4% se si specifica che il balzello si applicherebbe oltre i 5 milioni.

Secondo le ultime rilevazioni di Bankitalia, a fine 2025 il 10% più ricco possedeva il 60,6% della ricchezza totale, contro il 7,2% nelle mani della metà meno abbiente. L’indice di Gini che misura quanto è iniqua la distribuzione delle fortune continua ad aumentare: nel 2018 si fermava a 0,69, l’anno scorso è salito a 0,72. E la società italiana è sempre più “ereditocratica“

La tassazione di solidarietà offre una strada promettente per raggiungere l’equità fiscale e lavorare per un futuro più giusto. Ridistribuendo la ricchezza e le risorse in modo più equo, questo approccio mira ad affrontare la crescente disparità di reddito e le disparità sociali che affliggono le nostre società.  Mentre alcuni possono sostenere che la tassazione della solidarietà è un onere ingiusto per i ricchi, è importante considerare i benefici più ampi che può portare alla società nel suo insieme.

1. promuovere la coesione sociale: la tassazione della solidarietà promuove un senso di unità e responsabilità condivisa tra i cittadini. Garantendo che tutti contribuiscano la loro giusta quota, indipendentemente dal loro livello di reddito, aiuta a creare una società più coesa in cui gli individui si sentono investiti nel benessere degli altri.  Ciò può portare a una maggiore stabilità sociale e a una ridotta tensione tra diversi gruppi socioeconomici.

Ad esempio, in paesi come la Svezia e la Danimarca, in cui la tassazione della solidarietà è attuata in modo efficace, esiste un forte senso di solidarietà sociale e fiducia tra i cittadini. Ciò ha contribuito a livelli più bassi di povertà, maggiore mobilità sociale e migliore qualità della vita per tutti i residenti.

2. riduzione della disparità di reddito: uno degli obiettivi principali della tassazione della solidarietà è ridurre la disuguaglianza di reddito ridistribuendo la ricchezza dai ricchi ai poveri. Ciò può essere ottenuto attraverso aliquote fiscali progressive che impongono tasse più elevate a redditi più elevati.  In tal modo, aiuta a colmare il divario di ricchezza e offre opportunità a coloro che sono meno privilegiati.

Ad esempio, in Francia, l’attuazione di una tassa di solidarietà su redditi elevati ha contribuito a finanziare programmi sociali volti a ridurre la povertà e migliorare l’accesso all’istruzione e all’assistenza sanitaria per le comunità svantaggiate.  Ciò ha comportato una distribuzione più equa delle risorse e un miglioramento dei risultati sociali.

3. finanziamento di servizi pubblici essenziali: la tassazione della solidarietà svolge un ruolo cruciale nel finanziamento di servizi pubblici essenziali come istruzione, assistenza sanitaria, sviluppo delle infrastrutture e programmi di assistenza sociale. Garantire che coloro che hanno redditi più elevati contribuiscano proporzionalmente a questi servizi, aiuta a garantire la loro disponibilità a tutti i membri della società.

In paesi come la Norvegia e la Finlandia, dove viene utilizzata la tassazione della solidarietà per finanziare sistemi di welfare globali, i cittadini godono di benefici sanitari, istruzione e sicurezza sociale di alta qualità. Ciò non solo migliora il benessere generale degli individui, ma contribuisce anche a una società più inclusiva e prospera.

4. Incoraggiare la crescita economica: contrariamente alla credenza popolare, la tassazione della solidarietà non ostacola necessariamente la crescita economica. Se implementato in modo strategico, può effettivamente contribuire a un’economia più sostenibile e resiliente. Riducendo le disparità di reddito, aiuta a creare una base di consumatori più ampia con un maggiore potere d’acquisto, che a sua volta stimola la domanda e guida l’attività economica.


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