Quali sono le condizioni per avere l’assegno sociale?


Scopri i requisiti per l’assegno sociale: età, residenza, permesso di soggiorno e limiti di reddito da rispettare per ottenere il sostegno economico dell’INPS.

Quando si raggiunge un’età avanzata e le risorse economiche scarseggiano, lo Stato interviene con una misura di sostegno fondamentale. Si chiama assegno sociale ed è una prestazione assistenziale pensata per garantire un minimo vitale a chi si trova in difficoltà. A differenza della pensione classica, che si basa sui contributi versati durante la vita lavorativa, questo aiuto viene erogato solo se si dimostra di averne realmente bisogno.

Ma esattamente quali sono le condizioni per avere l’assegno sociale? La risposta non è semplice, perché bisogna incastrare diversi tasselli: l’età anagrafica, la cittadinanza, la residenza effettiva in Italia e, soprattutto, il reddito personale e coniugale. In questo articolo analizzeremo nel dettaglio ogni singolo requisito, spiegando quali entrate contano per il calcolo e quali sono escluse, e chiarendo i dubbi sulla residenza continuativa per gli stranieri, alla luce delle più recenti sentenze dei tribunali.

Quanti anni servono e dove bisogna vivere?

Per avere diritto all’assegno sociale, il primo scoglio da superare è quello anagrafico. A partire dal 1° gennaio 2019, la soglia è stata fissata a 67 anni compiuti.

Ma l’età da sola non basta. È necessario dimostrare un legame solido con il territorio italiano. La legge richiede che il richiedente sia residente in Italia in modo effettivo, stabile e continuativo. Non basta avere la residenza formale all’anagrafe; bisogna vivere realmente qui.

Esiste poi un requisito temporale specifico introdotto nel 2009: bisogna aver soggiornato legalmente e in via continuativa in Italia per almeno dieci anni. Questa regola vale per tutti, anche per i cittadini italiani che magari hanno vissuto a lungo all’estero. I giudici hanno confermato che questa richiesta non è irragionevole, perché serve a provare un “radicamento” nel tessuto sociale nazionale, presupposto logico per ricevere un aiuto assistenziale (Trib. Caltanissetta, sent. n. 587/2025).

Chi può fare domanda oltre ai cittadini italiani?

L’accesso al beneficio non è riservato solo a chi ha il passaporto italiano. La platea dei beneficiari è ampia e include:

  • cittadini italiani;
  • cittadini dell’Unione Europea, della Repubblica di San Marino, della Svizzera e dello Spazio Economico Europeo (e i loro familiari);
  • cittadini extracomunitari, a patto che abbiano il permesso di soggiorno UE per soggiornanti di lungo periodo. Questo documento è essenziale perché certifica la stabilità della presenza in Italia (Corte Cost., sent. n. 29/2024).
  • rifugiati politici e titolari di protezione sussidiaria.

Quanto bisogna essere poveri per averlo?

Il cuore della misura è lo stato di bisogno economico. L’assegno spetta solo a chi si trova in condizioni disagiate. Ma come si misura questo disagio?

La giurisprudenza è chiara: conta solo lo stato di bisogno effettivo. Significa che si guarda ai redditi che la persona percepisce realmente, non a quelli che “potrebbe” avere.

Ad esempio, se una donna separata non riceve l’assegno di mantenimento dal marito (anche se ne avrebbe diritto sulla carta), per l’INPS conta il fatto che quei soldi non entrano nelle sue tasche. La mancata richiesta dell’assegno all’ex coniuge non fa perdere il diritto all’aiuto statale, perché lo stato di bisogno non deve essere per forza “incolpevole” (Cass. Sez. Lav., sent. n. 24954/2021).

L’assegno viene dato in misura intera a chi ha reddito zero. Se invece il richiedente ha qualche piccola entrata, l’assegno viene ridotto di conseguenza fino a raggiungere il tetto massimo previsto dalla legge.

Quali redditi vengono contati dall’INPS?

Per capire se si rientra nei limiti, bisogna fare i conti con precisione. Se il richiedente è single, si guarda solo al suo reddito personale. Se è sposato, si somma anche il reddito del coniuge.

Nel calderone del reddito rientrano:

  • stipendi e pensioni (soggetti a IRPEF);
  • redditi esenti da tasse (come alcune prestazioni assistenziali);
  • vincite al gioco o interessi bancari;
  • pensioni di guerra e rendite INAIL;
  • assegni alimentari effettivamente ricevuti.

Al contrario, ci sono entrate che NON si contano e che quindi non abbassano l’assegno:

  • il TFR (trattamento di fine rapporto) e le sue anticipazioni;
  • la casa di abitazione (non fa reddito ai fini di questo calcolo);
  • l’indennità di accompagnamento per invalidi;
  • i trattamenti di famiglia;
  • lo stesso importo dell’assegno sociale (non si conta su se stesso).

C’è anche un piccolo sconto per chi ha una pensione calcolata col sistema contributivo: un terzo di quella pensione viene escluso dal conteggio, per premiare chi ha versato qualcosa nella vita.

Ecco il paragrafo aggiuntivo che completa l’analisi, focalizzandosi sulle recenti interpretazioni della Cassazione riguardo alla natura dello stato di bisogno.

Posso avere l’assegno anche se non ho chiesto il mantenimento all’ex?

Un dubbio frequente tra i richiedenti riguarda la responsabilità personale nella propria condizione di povertà. Ci si chiede: l’INPS può negarmi l’assegno perché non ho fatto causa al mio ex coniuge per ottenere gli alimenti? O perché avrei potuto guadagnare di più ma non l’ho fatto? La giurisprudenza ha dato una risposta netta e rassicurante: ciò che conta è solo la fotografia attuale del portafoglio.

Secondo la Corte di Cassazione, il requisito fondamentale è lo stato di bisogno effettivo. Questo significa che l’INPS deve guardare alla condizione oggettiva di assenza di redditi (o di redditi insufficienti), senza indagare sulle colpe del cittadino. Non è richiesto che lo stato di bisogno sia anche “incolpevole” (Cass. sez. lav., sent. 13 marzo 2023, n. 7235).

Questo principio ha risvolti pratici molto importanti. Ad esempio, la mancata richiesta dell’assegno di mantenimento o divorzile all’ex coniuge è considerata irrilevante. Anche se il titolare avrebbe potuto teoricamente ottenere quei soldi facendo valere i suoi diritti in tribunale, il fatto che non lo abbia fatto non gli impedisce di accedere all’assegno sociale. I giudici hanno chiarito che i redditi potenziali non contano; contano solo quelli che entrano davvero in tasca (Cass. sez. lav., sent. 15 settembre 2021, n. 24954; Cass. sez. 6 civ., ord. 9 luglio 2020, n. 14513).

Infine, una precisazione importante riguarda chi passa dall’invalidità alla vecchiaia: nel calcolo dei redditi per la conversione dell’assegno di invalidità in assegno sociale al compimento dei 65 anni (oggi 67), il valore della casa di abitazione non deve essere mai conteggiato, confermando che il tetto sulla testa non è considerato una ricchezza spendibile per vivere (Cass. sez. lav., sent. 13 agosto 2012, n. 14456).


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 Raffaella Mari

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