Liberiamo i bambini dallo smartphone. Ecco la proposta di legge


Lo smartphone non è un ciuccio elettronico. E il tablet, anche quando garantisce qualche minuto di miracoloso silenzio, non può diventare una baby-sitter.

Parte da questa consapevolezza il disegno di legge che punta a proteggere i bambini da zero a tre anni dall’esposizione precoce ai dispositivi digitali. Una proposta trasversale, presentata al Senato dalla senatrice Simona Malpezzi insieme alla Società italiana di pediatria e a Terre des Hommes Italia.

Tra le voci più nette nella presentazione del provvedimento c’è quella di Marisa Marraffino, avvocata specializzata in diritto minorile e digitale e consulente di Terre des Hommes. Il suo messaggio rovescia la prospettiva: il problema non sono soltanto i bambini davanti agli schermi, ma gli adulti che li hanno messi lì e gli algoritmi progettati per trattenerli.

«Anche l’inerzia è una forma di abuso», è la sua conclusione.

 

Non soltanto divieti: bisogna formare gli adulti

 

Il cuore della proposta non è una crociata contro la tecnologia. Non vengono previste multe per il genitore che, stremato, consegna il telefono al figlio per riuscire a preparare la cena o terminare una conversazione.

L’obiettivo è costruire un sistema di prevenzione, informazione e formazione.

«Fare corsi una tantum a scuola non serve a nulla: bisogna partire dalla formazione degli adulti», ha spiegato Marraffino. Perché sono gli adulti ad avere introdotto smartphone e tablet nella vita dei bambini, spesso già nei primi mesi.

La proposta vuole quindi coinvolgere genitori, pediatri, ostetriche, insegnanti, educatori, psicologi, assistenti sociali e tutte le figure professionali che lavorano con i minori.

Il principio è semplice: non si può pretendere un uso consapevole della tecnologia da parte dei ragazzi se prima non vengono resi consapevoli coloro che quella tecnologia gliela mettono in mano.

 

Il ruolo di Marraffino e la responsabilità degli algoritmi

 

Marraffino porta nel dibattito un elemento che va oltre la pedagogia e riguarda direttamente il diritto: la responsabilità algoritmica delle piattaforme.

I social, le applicazioni e molti contenuti digitali non sono strumenti neutrali. Sono costruiti per catturare l’attenzione, prolungare il tempo di utilizzo e rendere sempre più difficile interrompere la fruizione.

Un meccanismo già potente sugli adulti e ancora più delicato quando riguarda bambini e adolescenti.

Secondo l’avvocata, le numerose cause avviate nei tribunali di diversi Paesi stanno ponendo una questione ormai inevitabile: fino a che punto le piattaforme possono essere considerate responsabili degli effetti prodotti dai loro sistemi di raccomandazione?

Da qui la necessità di creare protocolli condivisi tra operatori sanitari, scolastici, sociali e legali, così da sapere come riconoscere e affrontare i casi di sovraesposizione digitale.

Non basta quindi dire alle famiglie di spegnere il telefono. Bisogna anche interrogarsi su chi ha progettato quel telefono, quelle applicazioni e quei contenuti perché fosse così difficile spegnerli.

 

 

Cosa prevede la proposta

 

Il disegno di legge punta a evitare l’esposizione ai dispositivi digitali per i bambini con meno di 36 mesi e a promuovere, nelle fasce d’età successive, un accesso graduale e consapevole.

Entro sei mesi dall’eventuale entrata in vigore della legge, il Ministero della Salute, insieme ai Ministeri dell’Istruzione e della Famiglia, dovrà adottare delle linee guida nazionali.

Per i bambini sotto i tre anni le raccomandazioni dovranno essere orientate a evitare l’esposizione. Per i minori più grandi, fino ai diciotto anni, dovranno essere indicate la durata massima giornaliera e le modalità di accompagnamento educativo.

La proposta, dunque, non introduce un divieto domestico accompagnato da sanzioni. Stabilisce invece principi, obblighi formativi e regole per i servizi educativi.

 

Quali dispositivi vengono coinvolti

 

Il testo considera dispositivi digitali smartphone, tablet, computer e strumenti analoghi dotati di schermo, connessi o connettibili a internet e capaci di offrire contenuti interattivi.

Per esposizione precoce si intende sia l’utilizzo diretto sia la fruizione passiva da parte di un bambino con meno di tre anni.

Restano esclusi dalla definizione gli apparecchi radiotelevisivi privi di funzionalità interattive. Una distinzione normativa che non trasforma naturalmente la televisione accesa per ore in un’esperienza educativa, ma delimita l’ambito specifico della legge.

 

I rischi nei primi anni di vita

 

La prima infanzia è una fase decisiva per lo sviluppo del linguaggio, dell’attenzione, delle emozioni e delle relazioni.

Nel testo vengono richiamate le indicazioni dell’Organizzazione mondiale della sanità, secondo cui il tempo sedentario trascorso davanti agli schermi non è raccomandato nei bambini sotto i due anni. Tra i due e i quattro anni non dovrebbe superare un’ora al giorno, e meno tempo viene comunque considerato preferibile.

Gli studi citati associano l’esposizione precoce ed eccessiva a ritardi nel linguaggio espressivo, difficoltà attentive, problemi nella regolazione delle emozioni, alterazioni del sonno e minori occasioni di interazione tra adulti e bambini.

Una ricerca condotta su 893 bambini tra i sei e i ventiquattro mesi ha rilevato che ogni incremento di trenta minuti nell’utilizzo quotidiano dei dispositivi mobili era associato a una probabilità più che doppia di ritardo nel linguaggio espressivo.

Il bambino piccolo impara soprattutto attraverso l’interazione con le persone, il movimento, il contatto fisico, il gioco e l’esplorazione diretta. Uno schermo può mostrare molte cose, ma non può sostituire una relazione.

 

La formazione comincia prima della nascita

 

La proposta prevede che l’educazione digitale dei genitori inizi già durante la gravidanza.

Nei corsi di preparazione al parto e di accompagnamento alla nascita dovranno essere inseriti moduli dedicati all’impatto delle tecnologie sui neonati.

Consultori familiari, punti nascita, strutture sanitarie e servizi per la prima infanzia dovranno distribuire materiali informativi sui rischi dell’esposizione precoce.

Anche pediatri e medici di medicina generale dovranno affrontare la questione durante i bilanci di salute, offrendo consulenza alle famiglie e spiegando perché i dispositivi non dovrebbero essere utilizzati come strumenti di sedazione o di intrattenimento passivo.

È la “rivoluzione digitale” indicata da Marraffino: non un nuovo apparecchio, ma adulti finalmente preparati a utilizzare quelli che già possiedono.

 

Niente schermi negli asili nido

 

Il disegno di legge vieta l’utilizzo dei dispositivi digitali nelle attività educative degli asili nido e dei servizi rivolti ai bambini da zero a tre anni.

Sono previste eccezioni soltanto per specifiche esigenze sanitarie o di inclusione, documentate nel progetto educativo individualizzato, e per particolari servizi educativi digitali.

Le attività dovranno invece essere fondate sulla relazione, sul gioco libero, sul movimento e sullo sviluppo del linguaggio.

In tempi in cui ogni esperienza viene definita “innovativa” appena compare un touchscreen, la vera novità rischia così di essere un bambino che gioca con un altro bambino.

 

Formazione obbligatoria per chi lavora con i minori

 

La proposta interviene anche sui percorsi universitari e professionali.

Pediatri, ostetriche, educatori, assistenti sanitari e assistenti sociali dovranno ricevere una preparazione specifica sulla neurobiologia dello sviluppo e sui rischi dell’esposizione digitale.

Gli educatori dovranno essere capaci di progettare percorsi pedagogici privi di schermi. Gli operatori sociali dovranno saper individuare situazioni di rischio educativo-digitale. Pediatri e ostetriche dovranno fornire indicazioni corrette alle famiglie.

Materiale informativo dovrà essere esposto anche nelle ludoteche, negli spazi gioco, nei centri per le famiglie, nelle strutture sportive, nei bar e nei ristoranti abitualmente frequentati da bambini sotto i tre anni.

 

Un tavolo permanente e un fondo da due milioni

 

Presso il Ministero della Salute viene prevista l’istituzione di un Tavolo tecnico nazionale permanente per la salute digitale dei minori.

Ne faranno parte rappresentanti delle istituzioni, dell’Istituto superiore di sanità, delle società scientifiche, delle associazioni familiari, del terzo settore e dell’avvocatura specializzata nella tutela dei minori.

Il Tavolo dovrà monitorare l’applicazione della legge, proporre aggiornamenti delle linee guida e contribuire alla relazione annuale da trasmettere alle Camere.

Per finanziare gli interventi viene istituito un fondo da due milioni di euro all’anno a partire dal 2026.

 

I bambini non sono un mercato

 

La proposta non demonizza la tecnologia. Il digitale può essere uno strumento straordinario di conoscenza, comunicazione e inclusione.

Ma i bambini piccoli non dispongono degli strumenti cognitivi ed emotivi necessari per difendersi da contenuti e meccanismi progettati per catturare l’attenzione.

«I bambini non sono un mercato», è stato ricordato durante la presentazione del disegno di legge.

Ed è qui che il ragionamento di Marisa Marraffino assume il suo significato più forte. La responsabilità non può essere scaricata soltanto sulle famiglie, spesso sole e prive di informazioni. Deve essere condivisa dalle istituzioni, dai professionisti e dalle piattaforme.

Per proteggere i bambini non basta togliere loro lo smartphone. Bisogna formare gli adulti, vigilare sugli algoritmi e smettere di considerare normale che uno schermo occupi il posto di una voce, di un gioco o di una relazione.

Perché i bambini non scelgono da soli di crescere davanti a un telefono. Qualcuno, prima, glielo ha consegnato.

Salviamo i bambini dallo smartphone by Redazione Tp24 




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