A maggio di alcuni giorni fa, a pochi chilometri di distanza, la Sicilia ha offerto al mondo due immagini di quello che accade quando due ragazzi in difficoltà non trovano un adulto capace di vederlo e sentirlo e quando invece dei giovani provenienti da una disagiata realtà trovano ascolto e accoglienza.
Il primo dei due episodi angoscianti ha avuto come protagonista un giovane di 26 anni di Alcamo che ha messo fine alla propria esistenza trasmettendo il gesto estremo in diretta social.
Mentre il secondo, a pochi chilometri di distanza, nella stessa provincia, un ragazzo di 11 anni ha tentato di aggredire il suo insegnante a San Vito Lo Capo, riprendendo l’azione in diretta su Telegram e scrivendo anticipatamente la notte prima su TikTok: “non incolpatemi per quel che farò tra 4 ore!”.
Due urla nella notte, due richieste di aiuto cadute nel vuoto. Due avvenimenti drammatici andati in scena sui social per essere visti ma che non hanno trovato, (e non avrebbero potuto) risposte in tempo.
Alcuni giorni dopo , sempre in Sicilia, andava in scena una rappresentazione di segno opposto. Questa volta autentica, i cui protagonisti sono stati i ragazzi della Comunità San Paolo, adolescenti provenienti dallo Zen di Palermo, dalla periferia, da uno dei quartieri dove le opportunità raramente bussano, saliti su un palcoscenico vero a Gibellina, capitale dell’arte contemporanea 2026.
Ragazzi visibili. Reali. Visti, con i loro corpi, hanno trasfigurato in danza le loro emozioni, le loro paure le loro incertezze.
La differenza non stava nei ragazzi. Stava negli adulti intorno a loro.
Sono, queste, le riflessioni scaturite durate un incontro che abbiamo avuto con la dottoressa Nina Grillo, responsabile della Comunità San Paolo, e della cooperativa “Terraferma”.
Coordinatrice del “Progetto generazione zeta”, finanziato dalla UE- NextGenerationEU, Grillo si adopera da molto tempo con e per i minori in situazione di fragilità.
“C’è qualcosa di profondamente umano nel bisogno di essere visti. I bambini lo sanno da sempre: quando nessuno guarda, alzano la voce –sottolinea l’ operatrice sociale- si tratta di un meccanismo primario, scritto nella biologia dell’attaccamento: esisto se qualcuno mi vede. Ma cosa succede quando questo sguardo non arriva? Quando un ragazzo cresce in una casa dove gli adulti sono fisicamente presenti ma emotivamente assenti? Quando la scuola valuta le competenze ma non riconosce la persona? Quando il quartiere non offre spazi di appartenenza autentica? “
Domande angoscianti alle quali occorre dare risposte concrete ed esaustive, diversamente il vuoto solo apparentemente rimane vuoto. Si riempie, ma di schermi, di modelli alienanti.
Il ventiseienne di Alcamo, ad esempio, nella realtà aveva un figlio di due anni. E nessuno si e’ curato di lui.
Una vita, quindi, che invocava aiuto. In solitudine, in assenza dell’altro, di qualcuno che quella sera stesse davvero guardando. E allora ha acceso la diretta. Per non morire da solo nel silenzio. Per dire, per l’ultima volta, ci sono, esisto, guardatemi.
L’undicenne di San Vito Lo Capo ha scritto di notte su TikTok, quando i bambini dovrebbero dormire, e invece digitano nel buio messaggi che nessun adulto leggerà in tempo ne’ potrà mai farlo.
“Non incolpatemi per quel che farò tra 4 ore” , ha scritto. Ma era una richiesta d’aiuto. Un bambino che, sia pure inconsciamente, dava ancora una possibilità agli adulti di fermarlo. Nessuno lo ha fermato.
I social media non sono la causa del disagio: ne sono l’amplificatore e, sempre più spesso, il palcoscenico.
Il gesto estremo viene pianificato, comunicato, trasmesso.
Non c’è impulsività in tutto questo: è comunicazione distorta di un bisogno reale e impellente. Il bisogno di esistere nell’occhio di qualcuno, anche a quel prezzo atroce.
I dati italiani più recenti parlano chiaro. Il 51,4% degli studenti soffre in modo ricorrente di ansia o tristezza prolungata.
Circa 200.000 giovani vivono quasi totalmente isolati nelle proprie stanze. 1 adolescente su 5 ha pensato almeno una volta di farsi del male.
Il 54% si sente solo. E — dato forse più inquietante di tutti — il 31% afferma di sentirsi più compreso dall’intelligenza artificiale che dalle persone reali.
Non è un dato sui social. È una dichiarazione di fallimento relazionale. I ragazzi preferiscono un algoritmo perché non giudica, non stanca, non se ne va.
Questo ci dice qualcosa di scomodo su noi adulti.
Non sulle piattaforme. Su noi.
Un’indagine su oltre 330.000 giovani in 43 paesi ha confermato che i livelli più elevati di utilizzo problematico dei social sono associati a un minore benessere.
I ragazzi provenienti da contesti svantaggiati subiscono danni significativamente maggiori. Il vuoto relazionale non resta mai neutro: viene occupato.
La domanda è sempre la stessa: da chi?
Mentre accadevano gli episodi che abbiamo ricordato, ad esempio, i ragazzi della Comunità San Paolo erano a Gibellina con il maestro Virgilio Sieni.
Gibellina conosce bene il peso di ricostruire qualcosa di vivo dalle macerie.
Sa cosa vuol dire fare arte là dove c’era dolore.
Ed è esattamente questo il sapere di cui i nostri ragazzi avevano bisogno: che dalla propria storia difficile si può costruire, che il disagio può diventare materia viva invece che peso da cui fuggire.
Virgilio non li ha valutati. Non ha chiesto loro di essere già qualcosa. Ha chiesto solo che ci fossero — con i loro corpi, le loro paure, il peso che portano dentro ogni giorno — e ha mostrato loro che quel peso poteva diventare gesto, movimento, presenza. Ha visto le loro potenzialità prima che loro riuscissero a vederle.
Questa è la forma più alta di cura che un adulto possa offrire a un ragazzo che ha smesso di crederci. Il teatro danza non richiede di essere bravi in anticipo.
Richiede di esserci. Per ragazzi abituati a sentirsi fuori posto ovunque, trovare uno spazio in cui la propria presenza non solo è tollerata ma è necessaria, cambia qualcosa in profondità.
Non è intrattenimento. È riconoscimento.
È una cerimonia — nel senso più antico del termine — in cui ogni ragazzo viene visto, toccato dallo sguardo degli altri, riconosciuto come essere umano capace di bellezza. Il palcoscenico vero contro il palcoscenico digitale.
C’è una differenza enorme tra i due palcoscenici.
In quello digitale il ragazzo è solo. La risposta è imprevedibile, spesso crudele, sempre fuori controllo.
Il gesto si cristallizza nell’eterno presente di internet, viene condiviso, commentato, deriso o mitizzato.
In quello teatrale il ragazzo non è solo. È parte di una collettiva. C’è qualcuno che lo guarda crescere, non solo crollare.
C’è un processo — prove, errori, cadute, risalite — che insegna che il fallimento non è la fine ma parte del percorso. E c’è un momento in cui tutto quello che si è costruito diventa gesto davanti a una platea che tace e poi applaude.
Quell’applauso non è uguale a un like. Un like svanisce nel feed.
Un applauso rimane nel corpo — nelle mani, nella pelle, nel petto. È una risposta umana, calda, irreversibile. Erano ragazzi che, fino a un mese prima, non si sarebbero mai immaginati su quel palco. Che forse non si sarebbero mai immaginati abbastanza — abbastanza bravi, abbastanza degni, abbastanza visibili.
E invece erano lì. Con le loro emozioni e la loro storia trasformata in vita. Quello che il teatro sa fare Il teatro — ogni pratica artistica vissuta collettivamente con un adulto capace di stare — agisce su livelli che nessuna piattaforma può raggiungere. Restituisce il corpo come luogo di valore, non di vergogna.
Costruisce tolleranza alla frustrazione, al contrario della gratificazione immediata dei social. Crea appartenenza reale: salire su un palco insieme crea legami che non si dimenticano.
Offre un adulto incarnato — non un algoritmo, ma qualcuno in carne e ossa che non sparisce quando si chiude l’app, che ha scelto di stare. E produce un’esperienza di bellezza: per chi è cresciuto in contesti di deprivazione, la bellezza non è un lusso. È un diritto.
È una medicina. I casi di cronaca siciliani non sono anomalie.
Sono il punto di emersione di un disagio che scorre silenzioso sotto la superficie di molte vite giovanili, invisibile agli adulti finché non esplode — o finché non viene trasmesso in diretta.
Ma nella stessa Sicilia, negli stessi giorni, altri ragazzi con storie altrettanto difficili stavano potendo scegliere un palcoscenico diverso.
Non uno schermo. Un teatro. Non una diretta di dolore. Una cerimonia di vita.
Non serve un teatro di fama mondiale. Basta un Virgilio. Serve un adulto che ci creda prima che i ragazzi ci credano. Che tenga lo spazio anche quando è difficile.
Che sappia aspettare il momento in cui un ragazzo che non si era mai immaginato degno di un palcoscenico si ritrova lì — e scopre che il mondo non crolla, che la gente applaude, che lui esiste e vale.
“Perché” – conclude sorridendo amaramente Nina Grillo-“il grido di aiuto che finisce in diretta è sempre preceduto da tanti sussurri che nessuno ha raccolto. Il nostro lavoro comincia lì, nel raccogliere i sussurri. E poi, quando il tempo è giusto, nel portare quei ragazzi in scena”.
Franco Ciro Lo Re
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