In occasione della sfilata autunno/inverno 2026, Matthieu Blazy, da poco nominato direttore creativo di Chanel, ha trasformato il Grand Palais in un cantiere. Gru monumentali dipinte di blu, rosso e giallo, impalcature e luci al neon hanno preso il posto degli spettacolari allestimenti che, dal 2005, hanno contribuito a definire l’immaginario delle sfilate della maison. Quelle strutture non annunciavano soltanto una nuova fase per Chanel. Rimandavano anche a un universo personale: quello dei mattoncini Lego con cui Blazy racconta di aver trascorso parte della propria infanzia. Il cantiere diventava così il luogo del progetto anziché della demolizione: uno spazio in cui costruire e immaginare nuove possibilità . È difficile immaginare una metafora più efficace per descrivere il momento che sta attraversando la moda. Dopo anni scanditi da continui giri di poltrone, logiche finanziarie sempre più pressanti e strategie di marketing aggressive, ciò che oggi sembra davvero in fase di ricostruzione non sono soltanto le identità delle grandi maison, ma il rapporto di fiducia tra la moda e le persone.
Quando il profitto non basta
Sarebbe però riduttivo attribuire questa crisi di fiducia esclusivamente al sistema moda. Il disincanto che la attraversa non è che il riflesso di una trasformazione culturale ben più ampia. Le crisi economiche e geopolitiche hanno ridimensionato l’idea di un futuro lineare e prevedibile; il burnout è diventato una condizione generazionale; i social media hanno progressivamente smontato il meccanismo dell’eccezionalità , trasformando ciò che un tempo appariva distante e irraggiungibile in un flusso incessante di contenuti usa e getta. La moda, che vive di immaginazione e desiderio, si è così ritrovata orfana di una parte del proprio mistero. A questa perdita di aura hanno contribuito anche le scelte dello stesso sistema, sempre più concentrato ad aumentare i prezzi, ad allontanare i clienti aspirazionali che per decenni avevano alimentato il mito del lusso, e persino ad adottare il linguaggio della finanza, tra performance trimestrali, acquisizioni e quotazioni in Borsa. A un certo punto, però, è emersa una domanda inevitabile: come si ricostruisce un mito una volta che il suo meccanismo è diventato perfettamente visibile? Come si torna a generare desiderio in un pubblico che conosce ormai le regole del gioco? E, soprattutto, come si ricostruisce un legame emotivo con chi, pur non potendo accedere al lusso, continua a desiderarne il racconto, i simboli e la capacità di far immaginare un altrove?
La generazione di stilisti che ricostruisce il desiderio
Se è vero che ogni epoca trova i propri interpreti, quella attuale sembra averli individuati in una generazione di direttori creativi cresciuta nel passaggio dall’analogico al digitale. Più che una questione anagrafica, è una questione di sensibilità . Matthieu Blazy, Jonathan Anderson, Grace Wales Bonner, Daniel Roseberry, Duran Lantink e altri protagonisti della nuova stagione creativa — tutti nati comunque tra il 1981 e il 1996 — condividono un approccio che sembra rispondere alle esigenze del presente: ricostruire un rapporto emotivo con la moda. Li accomuna un patrimonio di riferimenti che supera i confini del fashion system; arte contemporanea, design, architettura, musica e cinema convivono nelle loro collezioni senza mai apparire come semplici citazioni. Ma, soprattutto, condividono il desiderio di riportare al centro il piacere stesso del progetto.

I nuovi volti del lusso
È una qualità difficile da misurare, ma immediatamente riconoscibile. Le collezioni di Grace Wales Bonner intrecciano la sartoria europea con l’eredità culturale afro-atlantica; Daniel Roseberry continua a trasformare Schiaparelli in un laboratorio di immaginazione; Jonathan Anderson e Matthieu Blazy rileggono i codici di Dior e Chanel senza snaturarli, costruendo un dialogo naturale tra memoria e contemporaneità . Non inseguono la provocazione fine a sé stessa, ma la sorpresa; non cercano di stupire a ogni costo, ma di restituire alla moda il piacere di raccontare una storia. E lo fanno con un’energia insolita. Sembrano divertirsi mentre progettano, sperimentano con i materiali, reinventano gli accessori, giocano con le proporzioni e con i codici delle maison. È un entusiasmo che finisce per contagiare anche il pubblico. Non perché prometta un ritorno nostalgico ai bei tempi ormai passati, ma perché restituisce la sensazione che dietro un abito ci sia ancora un autore con qualcosa di interessante da dire.

Un picco di serotonina: Chanel secondo Blazy
Se c’è un elemento che sembra attraversare il lavoro di Matthieu Blazy (Parigi, 1984) è il sorriso. Dal suo arrivo alla guida creativa di Chanel, il designer belga ha introdotto nella maison una leggerezza che da tempo mancava nel suo racconto. Ispirato dalla figura di Fred Astaire, capace di unire eleganza, cultura e intrattenimento con una naturalezza disarmante, Blazy sembra aver compreso che una moda profonda non debba necessariamente rinunciare al divertimento. Presentare una collezione Métiers d’art all’interno di una stazione metropolitana di newyorkese, raccontare la vita di Coco a Biarritz attraverso una passerella di sabbia, immergersi nella couture con un allestimento ispirato a Jumanji sono scelte tutt’altro che casuali, capaci di trasformare una sfilata in un’esperienza narrativa. Lo stesso vale per gli oggetti: una borsa a forma di armadillo, una scarpa che richiama Jack e il fagiolo magico, abiti ricamati con piccoli funghetti colorati, pantaloni impreziositi da minuscole conchiglie, orecchini a forma di pesciolini. Dettagli apparentemente giocosi che rivelano, in realtà , un controllo assoluto della tecnica e del linguaggio della maison. Non sorprende quindi che le boutique siano state rapidamente prese d’assalto, con prodotti esauriti e liste d’attesa in crescita. La frenesia che ha coinvolto redattori, dirigenti e modelle, disposti ad attendere ore per acquistare un pezzo disegnato da Blazy, racconta qualcosa che va oltre il semplice successo commerciale.

La curiosità come metodo: Dior secondo Anderson
Se Matthieu Blazy restituisce a Chanel una dimensione di meraviglia e leggerezza, Jonathan Anderson (Magherafelt, 1984) lavora su un altro tipo di incantesimo: quello della curiosità . Arrivato alla guida creativa di Dior dopo aver trasformato Loewe in uno dei marchi più culturalmente rilevanti del decennio, Anderson sembra trattare l’archivio della maison con rispetto ma senza soggezione. I codici storici della maison vengono osservati, smontati e ricomposti attraverso riferimenti all’arte, al design e alla cultura contemporanea. La celebre Bar jacket acquista movimento, le silhouette vengono alleggerite, le scarpe si arricchiscono di ninfee dai toni pastello e le borse diventano piccole custodie preziose, tempestate di strass e gioielli a formare ora un uccellino, ora uno scoiattolo. Come in una fiaba contemporanea, ogni sfilata aggiunge un nuovo capitolo a una narrazione più ampia. È forse questo il tratto più significativo del lavoro di Anderson: ricordare che una maison non vive soltanto dei suoi prodotti, ma delle storie che riesce a costruire intorno a essi.
Marta Melini
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