24 luglio 2026 – ore 15:00 – Premessa – Mentre scrivo, la crisi in Iran si sta irrigidendo. I gruppi Houthi yemeniti minacciano la chiusura dello stretto di Bab el-Mandeb, che collega il Golfo di Aden al Mar Rosso, attaccando anche due convogli sauditi; alcune basi americane in Bahrein, Giordania e Kuwait continuano a essere oggetto di raid iraniani, mentre le forze statunitensi, per il tredicesimo giorno consecutivo, colpiscono siti militari di Teheran. In tale cornice, mentre il capo del Dipartimento di Stato americano, da Manila, cerca di «tranquillizzare» la stampa statunitense, a Washington si accende un aspro confronto politico alla Camera e al Senato sul conflitto in corso. Oggi ci dedicheremo, in via quasi esclusiva, al contenuto di una lunga conferenza stampa del capo del Dipartimento di Stato americano, particolarmente utile per comprendere alcune delle linee strategiche statunitensi. Chiuderemo il nostro consueto incontro con un editoriale del noto Thomas L. Friedman, famoso editorialista americano, tra i maggiori esperti del quadrante mediorientale, già vincitore del premio Pulitzer e apertamente schierato su posizioni democratiche, non certo favorevoli all’Amministrazione Trump. Ho scelto di proporvi questi due «momenti» della complessa realtà americana perché ci aiutano a decifrare meglio sia la politica estera di questa Amministrazione sia il punto di vista di un famoso e seguito editorialista apertamente schierato contro Trump. Siamo prossimi alle elezioni di midterm negli Stati Uniti, previste in ottobre, e i sondaggi indicano un accresciuto consenso nel Paese nei confronti del Partito Democratico, con 11 punti percentuali di vantaggio sui repubblicani e possibili ricadute, anche severe, sulla tenuta di questa Amministrazione.
https://www.politico.com/news/2026/07/23/house-iran-war-vote-trump-01009492
https://www.jpost.com/middle-east/iran-news/2026-07-23/live-updates-903385
Manila, Filippine: dichiarazioni alla stampa del Segretario di Stato Marco Rubio
Desidero proporvi alcuni ampi brani dell’incontro svoltosi il 23 luglio scorso a Manila, nelle Filippine, tra Marco Rubio e la stampa americana. Credo che debba essere letto con particolare attenzione. Si parla, infatti, di Iran, Ucraina, Russia, Sud-est asiatico, Cina, Cuba, Venezuela, Arabia Saudita e Israele.
Sottoposto a un notevole «volume di fuoco» da parte della stampa americana, Rubio ha voluto illustrare l’importanza dei colloqui riservati intercorsi con il russo Lavrov, sia in merito alla crisi iraniana sia a quella ucraina. Rubio ha cercato di delineare, per quanto possibile, le linee guida della strategia americana nei diversi teatri di crisi, evidenziando più volte la volontà di Washington di porre fine al conflitto in Ucraina, di «costringere» l’Iran a raggiungere un accordo autentico, di sostenere l’Arabia Saudita nel suo programma nucleare a fini esclusivamente civili, di non aver «dimenticato» Venezuela e Cuba e di voler continuare a sostenere con immutata forza gli alleati asiatici. Ha lanciato, infine, diverse «frecciate», seppure attraverso un brillante eloquio diplomatico, contro Pechino.
Tra le righe, Rubio ha voluto anche ribadire agli alleati asiatici, analogamente a quanto fatto con quelli europei, la necessità di contribuire alla propria sicurezza attraverso un immediato e maggiore sforzo economico-finanziario.
Il testo integrale dell’incontro può essere consultato attraverso il link riportato in descrizione.
Ne emerge, come vedremo, un quadro generale particolarmente confuso, nel quale non si riescono a «chiudere» i conflitti e gli equilibri geopolitici sembrano definitivamente saltati. Questa situazione genera inevitabilmente un’incertezza diffusa e forti timori per possibili escalation, accompagnate da improvvise e violente accelerazioni.
Leggiamo insieme.
DOMANDA: Avete fatto progressi sulla questione ucraina oggi? La Russia fa sul serio riguardo alla pace, questa volta?
SEGRETARIO RUBIO: Voglio dire, pensate che abbiamo risolto la guerra in Ucraina nei nostri 30 minuti qui in Asia? Non funziona così. Guardate, abbiamo avuto una buona conversazione, una conversazione franca. Non vi dirò di che cosa abbiamo parlato, perché la diplomazia non funziona bene quando si corre subito davanti ai microfoni. Basti dire ciò che vi ho detto ieri. Gli Stati Uniti e il Presidente sono stati chiari sul fatto che vogliamo, se possibile, svolgere un ruolo costruttivo per porre fine a una guerra insensata. Siamo pronti a farlo e, naturalmente, lo abbiamo espresso anche in altri incontri. Abbiamo parlato anche di altre questioni.
DOMANDA: Gli ha parlato della possibilità che la Russia condivida con l’Iran informazioni sugli obiettivi delle truppe statunitensi?
SEGRETARIO RUBIO: Beh, chi dice che lo stia facendo?
DOMANDA: Hegseth, il Segretario alla Difesa americano, ha riconosciuto che la Russia e, in un certo senso, anche la Cina stavano agevolando la situazione.
SEGRETARIO RUBIO: Sì, ma questa è una domanda diversa da quella che mi hai appena fatto. Chi ha detto che lo stanno facendo?
DOMANDA: Ci sono state segnalazioni secondo cui ci sarebbe…
SEGRETARIO RUBIO: Se è sui media, si tratta di una fuga di notizie. Non ho intenzione di… Diciamo… immaginiamo che sia vero. Certamente non ne parlerei con la stampa. Vi ho già detto una cosa ieri e sono stato molto chiaro al riguardo. Nulla di ciò che l’Iran sta facendo, nulla di ciò che chiunque sta facendo per aiutare l’Iran, sta aumentando in alcun modo la sua capacità di colpire gli americani.
Quello che dovete capire tutti, perché lo abbiamo spiegato ripetutamente, è che l’Iran ha trascorso gran parte degli ultimi vent’anni non soltanto a sponsorizzare il terrorismo, ma anche a costruire razzi a lungo raggio, missili a corto raggio e droni. Intendeva costruirne molti di più. Intendeva raddoppiare il proprio arsenale: quello che vedete utilizzare ora è ciò che avrebbero voluto raddoppiare.
Avrebbero utilizzato questo arsenale per nascondersi dietro di esso e dire: «Siamo intoccabili. Ora possiamo costruire un’arma nucleare e voi non potete colpirci, altrimenti travolgeremo le vostre difese aeree». È per questo che il Presidente ha dovuto affrontare questa minaccia.
E lo ha fatto, come avrebbe dovuto. Un altro Presidente avrebbe dovuto farlo prima. Il mondo sarà un luogo più sicuro perché abbiamo affrontato la questione. Sfortunatamente, nel breve periodo ciò crea disagi, ma sapete che cosa sarebbe davvero destabilizzante? Un’arma nucleare nelle mani di questi radicali.
DOMANDA: In Ucraina percepite un leggero cambiamento di rotta nel conflitto? E, in caso affermativo, questo si riflette nei colloqui diplomatici?
SEGRETARIO RUBIO: Penso che sia una guerra sanguinosa. Penso che sia una guerra molto sanguinosa. La Russia sta subendo attacchi in profondità nel proprio territorio: è qualcosa che prima non si vedeva. Alla fine dell’anno, l’inverno tornerà a colpire l’Ucraina e, ovviamente, gli ucraini dovranno difendere il proprio spazio aereo. Le persone soffrono ogni giorno e credo che questo sia l’unico conflitto – mi è stato detto che è l’unico conflitto che chiunque presti servizio nell’esercito ricordi – nel quale il numero dei morti in azione è superiore a quello dei feriti. Ecco quanto è sanguinoso. Credo che i russi perdano tra i cinquemila e i seimila soldati alla settimana. È un numero sconvolgente.
DOMANDA: Riesce a percepirlo parlando con Lavrov? Lavrov lo esprime o lo riconosce in qualche modo?
SEGRETARIO RUBIO: Bene, ragazzi, quando conduco questi colloqui, le cose non funzionano bene se poi vengo qui a descrivere ciò che afferma l’altra parte. Basti dire che penso sia evidente a tutti quanto questa guerra sia sanguinosa. E guardate: anche l’Ucraina ha pagato un prezzo altissimo. Abbiamo visto civili uccisi e attacchi contro Kiev. Abbiamo assistito a un aumento di questi episodi. Certamente, questa guerra non ha portato nulla di buono nemmeno all’Ucraina.
Penso, quindi, che entrambe le parti dovrebbero avere interesse a porre fine alla questione. La sfida è stata proprio quella di trovare una soluzione che entrambe possano accettare. Abbiamo provato e continueremo a cercare un punto d’incontro che conduca a questo risultato. Siamo pronti a svolgere questo ruolo, qualora se ne presenti l’occasione. Lo abbiamo ribadito oggi e lo avevamo già fatto in passato.
DOMANDA: La Cina ha avviato oggi esercitazioni a fuoco vivo nello Stretto di Taiwan…
SEGRETARIO RUBIO: Sì.
DOMANDA: …e, a quanto pare, ha utilizzato cannoni ad acqua contro alcune navi filippine nei pressi del banco di Scarborough.
SEGRETARIO RUBIO: Sì, si tratta di due episodi distinti, ma sì…
DOMANDA: Due episodi distinti?
SEGRETARIO RUBIO: Sì. Guardi, conoscono la nostra posizione su queste questioni. Ovviamente, ci siamo espressi pubblicamente sul lancio del missile. È un evento destabilizzante. Abbiamo visto anche quanto accaduto con le Filippine. Il mondo intero lo ha visto ed è inquietante. Queste azioni e queste rivendicazioni di sovranità sul territorio rappresentano una sfida crescente.
È per questo che continuiamo a ribadire il nostro impegno nei confronti dei Paesi con i quali abbiamo sottoscritto trattati, così come il nostro sostegno alla libertà di navigazione e al rispetto dei diritti territoriali nella regione. È uno dei pilastri del nostro impegno nell’Indo-Pacifico, soprattutto attraverso l’ASEAN, e l’ho sottolineato in ogni incontro al quale abbiamo partecipato qui.
DOMANDA: Signor Segretario, Trump ha affermato su Truth Social che gli Stati Uniti bombarderanno e distruggeranno un ponte o una centrale elettrica ogni volta che l’Iran prenderà di mira una nave nello Stretto. Si riferisce a infrastrutture civili? E ritiene che questa sia una strategia efficace?
SEGRETARIO RUBIO: Ecco di che cosa sta parlando. L’Iran ci implora, direttamente e indirettamente, di raggiungere un accordo e di avviare un dialogo. L’Iran ci implora ogni giorno. Il problema è che, ogni volta che gli iraniani concludono un accordo, chi è al comando lo viola o pretende di modificarlo.
Sembra, quindi, che non siano pronti a raggiungere un’intesa e continueranno a pagarne il prezzo. Ogni notte il prezzo diventa sempre più alto. È ciò che sta accadendo in questo momento e continuerà finché, forse tra qualche giorno, non saranno pronti a concludere un accordo, dopo essersi resi conto che questa situazione non è vantaggiosa per loro.
È proprio questo che il Presidente sta delineando: l’idea che la situazione continuerà e che non proseguirà alle condizioni attuali. Il prezzo aumenterà ogni notte, finché non rinsaviranno. Al momento, a quanto pare, non lo stanno facendo. Il Presidente, quindi, non ritiene molto utile rispondere alle loro aperture, perché francamente l’Iran non è ancora pronto a concludere un accordo, almeno non uno che sia disposto a rispettare.
DOMANDA: Ma si riferisce a infrastrutture civili, come i ponti?
DOMANDA: Signor Segretario, ieri lei auspicava una de-escalation nel Mar Rosso, ma ora gli Houthi hanno attaccato due navi saudite. Qual è la sua reazione?
SEGRETARIO RUBIO: Sì, spero che si fermino. Non dovrebbero assolutamente farlo. Sono stati ingannati dagli iraniani. Per gran parte del conflitto, gli Houthi sono stati abbastanza intelligenti da restarne fuori, ma ora, a quanto pare, si sono lasciati coinvolgere, prendendo di mira l’Arabia Saudita e le sue navi.
A proposito, qualche ora fa stavo leggendo alcune notizie riguardanti una petroliera saudita battente bandiera cinese. È una nave cinese. Hanno intenzione di far saltare in aria una nave cinese? Questo diventerebbe un problema per la Cina e per il mondo intero.
Spero che la situazione si calmi, perché penso che gli Houthi siano stati, francamente, ingannati dagli iraniani. Sono stati intelligenti a restarne fuori e dovrebbero continuare a farlo. Dovrebbero fermarsi. Vedremo che cosa accadrà. Ovviamente, non si tratta di uno sviluppo positivo.
DOMANDA: Che cosa ha determinato l’allentamento delle sanzioni contro Hong Kong la scorsa settimana, ossia la decisione di lasciare scadere il decreto esecutivo che le prevedeva?
SEGRETARIO RUBIO: No, non si è trattato di un allentamento delle sanzioni. L’ordine esecutivo è scaduto. Le condizioni alla base di alcune di quelle misure non sussistono più. Vi sono, tuttavia, altri individui che restano sottoposti a sanzioni.
La scadenza dell’ordine esecutivo ha riguardato alcuni individui, ma non altri. Dipende da come si interpreta la situazione. Secondo la valutazione del Presidente, erano cambiate la giustificazione e la logica alla base dell’ordine esecutivo originario.
A Hong Kong rimane comunque un numero significativo di individui sottoposti a sanzioni, che non erano inclusi nel decreto esecutivo. Questa situazione resta invariata. Ovviamente, la questione ci è stata sollevata ieri, ma non prevediamo cambiamenti nel breve periodo.
DOMANDA: Signor Segretario, il resoconto russo del vostro incontro menziona ancora una volta le proposte di Anchorage. Può descrivere in che cosa consistono e quanto siano ancora rilevanti?
SEGRETARIO RUBIO: Sì, voglio dire, non c’erano… cioè, le proposte sappiamo che sono state riportate… le chiamano “3+2”, sono… (incomprensibile), ma sono fallite. Non si può raggiungere un accordo di pace se entrambe le parti non sono d’accordo. Gli ucraini non lo erano ed è per questo che quel tentativo non ha funzionato.
Dovremo quindi trovare nuove proposte e nuove idee, perché certamente quella soluzione non era accettabile per l’Ucraina all’epoca e non credo che lo sia nemmeno oggi. Anzi, probabilmente lo è ancora meno.
Quando arriverà la pace, sarà grazie a nuove idee e a nuovi approcci. Noi siamo pronti a proporne alcuni nel contesto e nella sede appropriati. Qualora si presentasse un’opportunità e le condizioni fossero favorevoli, saremo pronti a svolgere questo ruolo in modo costruttivo.
DOMANDA: Gli Stati Uniti stanno cercando di rafforzare la propria strategia di sostegno a Manila, anche attraverso un incremento delle operazioni per la libertà di navigazione?
SEGRETARIO RUBIO: Sì. Siamo alleati in virtù di un trattato. Gli Stati Uniti e le Filippine hanno sottoscritto un trattato e noi lo rispetteremo. Ci impegniamo a sostenere i nostri alleati e, ovviamente, abbiamo già fatto molto.
Al momento dell’accaduto, infatti, nella regione era presente una nave della Guardia costiera statunitense, che ha contribuito a frapporsi tra le due parti, consentendo di soccorrere la persona ferita e di riportarla indietro affinché ricevesse le cure mediche necessarie.
Siamo già qui, siamo già presenti e abbiamo un ruolo. Non abbandoneremo i nostri alleati. Lo abbiamo chiarito ampiamente.
Avremo una relazione con la Cina, è chiaro? Stiamo parlando delle due economie più potenti del mondo, di due grandi apparati militari e di due potenze nucleari. Dobbiamo avere una relazione con la Cina e vogliamo che sia il più positiva possibile. Questo, però, non avverrà a scapito dei nostri alleati e partner nella regione, né della nostra presenza nell’area.
DOMANDA: Signor Segretario, è trascorso un giorno da quando le abbiamo chiesto dell’accordo sul nucleare saudita.
SEGRETARIO RUBIO: Sì.
DOMANDA: Ha avuto modo di approfondire la questione?
SEGRETARIO RUBIO: Bene, lasciatemi… No, ma vorrei fare riferimento a quanto accaduto – credo – nel novembre dello scorso anno.
So che se ne è parlato sulla stampa negli ultimi giorni, ma quando il Dipartimento dell’Energia ha stipulato questo accordo, i dettagli erano già stati definiti. Ovviamente, anche dopo l’annuncio ufficiale, sarà necessario seguire un iter di notifica al Congresso. Soltanto allora potremo parlarne in modo più approfondito.
Basti dire che gli Stati Uniti sono sempre alla ricerca di accordi di cooperazione con i propri alleati. L’Arabia Saudita è un partner strategico degli Stati Uniti. Senza entrare nello specifico dell’intesa, penso che sia necessario ricordare che non siamo l’unico Paese al mondo a offrire tecnologia nucleare.
Quando un Paese decide di avviare un programma nucleare civile per scopi pacifici, preferiremmo che lo facesse con noi, anziché con un altro Stato. Questo ci consente di influenzare la direzione che il programma assumerà e di garantire che siano predisposte adeguate misure di salvaguardia.
Nel caso dell’Arabia Saudita, stiamo parlando di un importante partner strategico. Sarebbe quindi logico stipulare un accordo di questo tipo. Una volta che l’intesa sarà resa pubblica, ne saranno divulgati anche i dettagli e potrete comprenderne meglio la portata. Soprattutto, l’accordo sarà sottoposto al vaglio del Congresso, che rappresenta una fase cruciale. A quel punto, molte altre domande troveranno risposta.
DOMANDA: Sarebbe favorevole all’arricchimento e al riprocessamento dell’uranio da parte dell’Arabia Saudita?
SEGRETARIO RUBIO: Lascerò che sia l’accordo a parlare. Basti dire che qualsiasi intesa stipulata con qualunque Paese del mondo nel settore dell’energia nucleare civile includerà garanzie volte ad assicurare che il programma non possa essere trasformato in un progetto militare.
Una delle migliori garanzie consiste nell’assicurarsi che siano coinvolte la tecnologia e le aziende statunitensi. Qualora, invece, un Paese sviluppasse la tecnologia nucleare con un altro Stato, non avremmo alcun controllo sull’applicazione di queste garanzie.
Lo ripeto: l’Arabia Saudita intende dotarsi di un programma nucleare civile e pacifico. Anche altri Paesi condividono questo obiettivo. Abbiamo già un accordo simile con gli Emirati Arabi Uniti e le aziende statunitensi rappresentano lo standard di riferimento mondiale in questo settore.
Siamo sempre alla ricerca di nuove opportunità, non soltanto nel campo dei reattori convenzionali, ma anche in quello dei piccoli reattori modulari, un settore nel quale stiamo investendo sempre di più e per il quale stiamo firmando memorandum d’intesa in tutto il mondo.
Per i Paesi che stanno valutando lo sviluppo dell’energia nucleare civile e pacifica, gli Stati Uniti vogliono rappresentare il partner di riferimento. Siamo quindi sempre alla ricerca di opportunità affinché siano la nostra tecnologia e le nostre aziende a fornire tali sistemi.
DOMANDA: Gli Stati Uniti imporranno sanzioni al progetto cinese Moonshot AI per aver apparentemente copiato tecnologia statunitense?
SEGRETARIO RUBIO: Oggi non ho alcun annuncio da fare al riguardo.
DOMANDA: I sauditi non dovrebbero accettare il Protocollo aggiuntivo? Rappresenta una sorta di standard di riferimento. Se l’Amministrazione sostiene che la non proliferazione costituisce un problema in Medio Oriente, non dovrebbe essere proprio questo il…
SEGRETARIO RUBIO: Qualsiasi accordo che stipuleremo con l’Arabia Saudita o con qualunque altro Paese nel settore dell’energia nucleare civile conterrà garanzie volte ad assicurare che non possa mai essere trasformato in un programma militare. Questo rappresenta lo standard più elevato.
Ovviamente, viviamo in una nuova epoca. Abbiamo dei concorrenti e dovremo quindi adattare i singoli accordi a questa realtà. Non siamo gli unici presenti sul mercato, ma siamo i migliori e vogliamo assicurarci che siano scelte le nostre aziende.
Ribadisco che comprendiamo come qualsiasi accordo stipulato con qualunque Paese debba essere sottoposto a un processo di revisione da parte del Congresso. Per ottenere l’approvazione del Congresso saranno quindi necessarie garanzie adeguate. Che siano strutturate in modo differente o in quale modo…
DOMANDA: Sulla politica nei confronti di Cuba, lei ha affermato di recente…
SEGRETARIO RUBIO: Sono in Asia e mi fate domande su Cuba. (Risate.)
DOMANDA: Giusto. Ma ieri ha detto di essere la persona di riferimento per la politica verso Cuba, quindi dovremmo rivolgerci a lei.
SEGRETARIO RUBIO: No, ho detto che sono particolarmente… Voi eravate… Qualcuno mi ha rivolto una domanda sulle persone coinvolte nella politica verso Cuba…
DOMANDA: Giusto.
SEGRETARIO RUBIO: …e ho detto che nessuno è più coinvolto di me. Quindi, prego.
DOMANDA: Sì, quindi questa è una domanda adatta a lei. Negli ultimi mesi ha affermato che il sistema economico non può migliorare se non avviene un cambiamento del sistema politico. È stato, però, molto vago su che cosa dovrebbe comportare questo cambiamento. Può fornirci maggiori dettagli? Il Partito Comunista resterebbe al potere, ma con una leadership diversa? I Castro sarebbero ancora al potere?
SEGRETARIO RUBIO: Volete che vi fornisca i dettagli del nostro piano?
DOMANDA: Sì, proprio…
SEGRETARIO RUBIO: Va bene, non oggi. No, non lo farò.
DOMANDA: Ma che cosa intende quando afferma che è necessario un cambiamento politico?
SEGRETARIO RUBIO: No, no. Ecco ciò che vi ho detto, ed è la verità: le persone che sono al comando del Paese non sanno che cosa stanno facendo. Non lo sanno. Non sanno come risanare la loro economia e non comprendono i concetti fondamentali.
Credo che la sfida affrontata da Cuba negli ultimi quindici anni sia stata quella di voler migliorare in qualche modo la propria economia, temendo però che, migliorandola troppo, si potesse perdere il controllo politico sulla popolazione. Questa è la sfida che si trovano ad affrontare.
DOMANDA: Signor Segretario…
SEGRETARIO RUBIO: Penso, quindi, che per noi si tratti di un’opportunità per influenzare la direzione che prenderà la situazione, perché Cuba si trova a 90 miglia dalle nostre coste. Vogliamo che Cuba sia prospera e vogliamo che sia libera.
Per quanto riguarda il livello di dettaglio che mi chiedete, basti dire che, finché le persone al potere continueranno a pensare e ad agire in questo modo, sarà difficile apportare i cambiamenti necessari affinché Cuba possa avere un futuro migliore.
Semplicemente, non capiscono. Alcuni sono incompetenti, altri non comprendono la situazione e altri ancora sono talmente recalcitranti che preferirebbero distruggere il Paese piuttosto che abbandonare un’ideologia fallimentare, anche se credo che il numero delle persone appartenenti a quest’ultima categoria sia più basso che mai.
Nella maggior parte dei casi, si tratta di persone che non sanno come dovrebbe funzionare un’economia. Non lo sanno davvero, perché si sono sempre affidate a finanziatori stranieri. Quel regime è sopravvissuto grazie ai sussidi dell’Unione Sovietica e, successivamente, di Chávez.
Questa è la prima volta che non dispongono di uno sponsor disposto a fornire loro sussidi gratuiti e non sanno che cosa fare, perché per tutti questi anni non hanno fatto altro che approfittarsi di quei Paesi. Il popolo cubano merita di meglio.
DOMANDA: Qual è la sua opinione riguardo a un livello adeguato di spesa per la difesa da parte di alleati come il Giappone e le Filippine?
SEGRETARIO RUBIO: Glielo abbiamo comunicato. In definitiva, credo che continuino a essere nostri partner e alleati, ma vogliamo che i Paesi si assumano maggiori responsabilità per la propria sicurezza. Per la maggior parte, credo che i Paesi di questa regione siano d’accordo.
Gli Stati Uniti continueranno a fare la propria parte, ma, allo stesso tempo, in molti casi abbiamo a che fare con economie avanzate e ricche, che hanno la possibilità di spendere di più per la propria difesa e dovrebbero farlo.
Credo che la responsabilità primaria di qualsiasi governo sia garantire la sicurezza nazionale del proprio Paese. Non ritengo, tuttavia, che questo rappresenti un motivo di contrasto tra noi e i governi della regione.
DOMANDA: Signor Segretario, per quanto riguarda il Mar Cinese Meridionale, intendete almeno intensificare il sostegno che ha menzionato, in particolare quello garantito dagli Stati Uniti?
SEGRETARIO RUBIO: Sì. Ripeto: abbiamo un trattato con le Filippine che intendiamo rispettare e una partnership di difesa di lunga data.
Non consideriamo tutto questo un atto ostile nei confronti di qualcuno. Lo consideriamo il rispetto degli impegni assunti verso alleati di lunga data, con i quali condividiamo numerosi valori, una storia comune e, speriamo, un futuro comune.
DOMANDA: Per quanto riguarda il Venezuela, lei ha affermato che il mese prossimo, credo, inizierà il processo di transizione.
SEGRETARIO RUBIO: Nella prima settimana di agosto, sì.
DOMANDA: Sì, tra il governo ad interim e…
SEGRETARIO RUBIO: L’Assemblea del 2015.
DOMANDA: …e l’Assemblea del 2015. Ci sarà un ruolo diretto per María Corina Machado e per il suo movimento di opposizione, che ha vinto le ultime elezioni?
SEGRETARIO RUBIO: Spetta ai venezuelani decidere. Sono certo che potrà svolgere un ruolo, qualora le venga consentito e qualora lo desideri.
L’Assemblea Nazionale del 2015 è l’istituzione che abbiamo riconosciuto come governo fino ai cambiamenti che hanno portato alla creazione di queste autorità provvisorie. Riteniamo, comunque, che si tratti di uno sviluppo davvero positivo.
In conclusione, direi che, affinché il Venezuela raggiunga la riconciliazione necessaria per progredire, ogni componente della società venezuelana debba essere rappresentata. Ovviamente, María Corina rappresenta un elemento importante in questo senso. Voglio dire, ha sostenitori e persone che la appoggiano, ma ce ne sono anche altri.
Noi siamo qui per facilitare il processo di riconciliazione, non per imporlo, e certamente forniremo guida e sostegno nella direzione in cui si svilupperà. Riteniamo che sia importante per il Paese intraprendere questo percorso e c’è molto lavoro da fare. Pensate a un Paese come questo, rimasto sotto un regime per venti o venticinque anni: i partiti politici devono passare dall’essere movimenti di protesta di piazza a vere e proprie forze elettorali.
È necessaria una stampa libera e indipendente, affinché possa comunicare in modo efficace. È fondamentale disporre di un consiglio elettorale che conteggi accuratamente i voti. È indispensabile garantire la sicurezza nelle strade, per assicurare che le urne siano protette e che nessuno venga intimidito. L’organizzazione di un’elezione richiede un impegno notevole, a partire dalla creazione delle infrastrutture necessarie.
Per molto tempo non si è investito a sufficienza in questo ambito e, in alcuni casi, si è addirittura manifestata ostilità nei suoi confronti. Ci sono quindi molti cambiamenti in arrivo, ma ciò che serve è pazienza e perseveranza. Dobbiamo rimanere concentrati, perché queste transizioni richiedono tempo. Non devono necessariamente durare un decennio, o nemmeno cinque o sette anni, ma richiedono più di qualche settimana, soprattutto quando si ha a che fare con un sistema rimasto in vigore per venticinque anni, purtroppo.
DOMANDA: Signor Segretario, alcuni importanti repubblicani hanno affermato di volere che lei assuma la guida dei negoziati con l’Iran. Si fidano di lei, ritengono che darà priorità agli interessi di Israele e stanno attaccando il vicepresidente Vance.
SEGRETARIO RUBIO: Chi sarebbero questi importanti repubblicani?
DOMANDA: Beh, il senatore Sheehy, la pagina delle opinioni del Wall Street Journal. Ci sono persone…
SEGRETARIO RUBIO: Beh, quello non è un repubblicano: è un giornale.
DOMANDA: Beh, loro…
SEGRETARIO RUBIO: Sei un piantagrane con queste domande. No…
DOMANDA: Penso che lei sappia che tende… tende a essere di centrodestra. (Risate.)
SEGRETARIO RUBIO: No, no. Guardate, ragazzi, ascoltate: ecco il punto cruciale. Sapete chi è il capo negoziatore? Si chiama Donald J. Trump, il Presidente degli Stati Uniti. È lui a dettare la nostra politica.
Ha una squadra di persone che lavorano insieme su questo dossier. Ognuno di noi ha un ruolo da svolgere, a seconda dell’argomento. Abbiamo ottimi negoziatori, come Steve Witkoff e Jared Kushner. Abbiamo il Vicepresidente degli Stati Uniti, che ricopre la seconda carica più alta del Paese, e questo vi fa comprendere l’importanza che abbiamo attribuito al dossier. Ovviamente, anch’io ho un ruolo da svolgere, così come il Dipartimento della Guerra.
Questo è il nostro approccio. Non si tratta, voglio dire, dell’iniziativa di una singola persona: è uno sforzo congiunto e dovrebbe sempre esserlo.
DOMANDA: Vorrebbe che le persone non la sostenessero affinché conduca personalmente i colloqui?
SEGRETARIO RUBIO: Voglio dire, siete voi a parlarmene, ma il nostro sistema non funziona così. Non è così che opera questa Amministrazione. Tutto parte dall’alto. Il Presidente è al comando e dispone di una squadra di persone che gli forniscono consulenza, ma il cui compito finale è attuare le sue direttive.
Abbiamo un’ottima squadra, che lavora molto bene insieme su questo argomento, così come su numerose altre questioni. Abbiamo lavorato come una squadra sul Libano e sul Venezuela. Abbiamo lavorato insieme per raggiungere l’accordo di pace tra Thailandia e Cambogia. Disponiamo di un eccellente gruppo centrale che si occupa di politica estera e sicurezza nazionale.
Spesso si tratta di uno sforzo congiunto tra diverse agenzie, perché anche il Dipartimento del Tesoro ha un ruolo da svolgere e, in alcuni casi, lo ha anche il Dipartimento dell’Energia. È così che funzionano queste cose. Non è opera di una sola persona.
Tutti i diversi organismi del nostro Governo devono lavorare in sinergia e di concerto, per dare esecuzione alle direttive del Presidente e alle indicazioni che ci sta fornendo.
DOMANDA: Signor Segretario, lei ha sostenuto che la Corte penale internazionale minaccia la sovranità degli Stati Uniti e dei loro alleati. Come concilia questa posizione con la necessità di un meccanismo internazionale che assicuri alla giustizia gli autori di crimini di guerra e di crimini contro l’umanità?
SEGRETARIO RUBIO: Ecco come la vedo. Non siamo membri della CPI. Non abbiamo mai firmato quel trattato e non vi abbiamo mai aderito. Eppure, in qualche modo, pretendono di avere il diritto di perseguire cittadini di Paesi che non aderiscono al trattato e di mandare in prigione capi di Stato e altre persone.
Da tempo abbiamo contrasti con loro. All’interno della CPI ci sono pazzi e squilibrati che parlano di incriminare membri delle Forze armate statunitensi, forse persino il Presidente o un futuro Presidente, per presunti crimini. Questo non accadrà. Semplicemente, non accadrà.
Non siamo membri di quella Corte e non abbiamo mai firmato quel trattato. Devono comprenderlo. Se qualcuno vuole firmare e far parte di quella stupida organizzazione, può farlo. Noi, però, non ne faremo parte e loro non applicheranno la propria giurisdizione ai cittadini americani.
Semplicemente, non accadrà. Non lo tollereremo, né ora né in futuro, e li abbiamo avvertiti ripetutamente. Ora vedranno le conseguenze dell’averci ignorato.
DOMANDA: Signor Segretario, posso tornare sulla questione ucraina, per favore? Il Ministero degli Esteri russo ha diffuso una dichiarazione nella quale si afferma che il signor Lavrov le avrebbe detto, o chiesto, che gli Stati Uniti devono smettere di armare l’Ucraina. Qual è stata la sua reazione?
SEGRETARIO RUBIO: Sì, io… cioè, non so che cosa dicano quelle dichiarazioni. So che cosa è accaduto durante il nostro incontro. Alla fine dei conti…
DOMANDA: Sì, ma che cosa ha risposto?
SEGRETARIO RUBIO: Beh, prima di tutto, la posizione degli Stati Uniti al riguardo è che noi non vendiamo armi.
DOMANDA: Sì.
SEGRETARIO RUBIO: Vendiamo armi attraverso il PURL, un’iniziativa che portiamo avanti nell’ambito della NATO. È in questo contesto che siamo coinvolti. Non c’è stato alcun cambiamento nella nostra politica al riguardo.
Vogliamo, però, un accordo di pace; vogliamo che la guerra finisca. Siamo pronti a svolgere qualsiasi ruolo positivo possibile per porre fine al conflitto. Per riuscirci sarà necessario raggiungere un accordo tra Russia e Ucraina. Questo non accadrà durante una conferenza stampa, né attraverso un singolo incontro qui nelle Filippine. Richiederà molto lavoro.
In passato abbiamo investito in questo processo. All’epoca non ebbe successo o, quantomeno, non produsse risultati. Se le condizioni e i fattori sono cambiati al punto da rendere possibile un nuovo tentativo, siamo pronti a ripartire. Il Presidente è impegnato in questo senso. Ogni giorno, qualora individuassimo un’opportunità per fare la differenza, la coglieremmo.
In fin dei conti, ciò che più interessa al Presidente non sono tutte le questioni di cui si discute, ma che le persone smettano di morire e di essere massacrate; che l’Ucraina possa vivere in pace; che gli ucraini possano tornare nel proprio Paese e ricostruirlo; che i giovani russi non vengano uccisi a migliaia, ogni settimana, sul campo di battaglia.
Il Presidente ritiene che sia una guerra stupida e insensata. Se possiamo svolgere un ruolo per porvi fine, utilizzeremo il potere e l’influenza degli Stati Uniti per farlo. Siamo pronti ad agire non appena se ne presenterà l’occasione e spero che ciò avvenga. È quanto abbiamo comunicato costantemente a entrambe le parti, tra l’altro.
DOMANDA: A questo proposito, signor Segretario, lei ha affermato di essere aperto a nuove idee. Ora che ha incontrato Lavrov, lei e il Presidente siete disposti a incontrare le vostre controparti ucraine, qualora si recassero a Washington la prossima settimana per i funerali?
SEGRETARIO RUBIO: Non so se verranno la prossima settimana. Credo che il Presidente Zelenskyy abbia espresso interesse a partecipare. Ci siamo incontrati… cioè, li abbiamo appena visti e li incontreremo ancora. Ci siamo incontrati spesso e parliamo frequentemente con loro.
Li abbiamo visti due settimane fa in Turchia. Direi che probabilmente abbiamo incontrato gli ucraini molte più volte di quanto abbiamo incontrato la parte russa. Sono certo che ci incontreremo nuovamente in futuro, in qualunque momento. Siamo sempre disponibili a incontrarli.
DOMANDA: Riguardo alla dichiarazione di Trump sui ponti e sulle centrali elettriche in Iran, vorrei soltanto un chiarimento. Escludete la possibilità di colpire infrastrutture civili?
SEGRETARIO RUBIO: Ragazzi, l’altro giorno ho sentito Araghchi, il loro ministro degli Esteri, affermare – o dire qualcosa del genere – che la loro politica è quella dell’«occhio per occhio». La politica del Presidente è quella della «testa per occhio». Onestamente, è così che andrà a finire.
Pagheranno un prezzo molto alto per ciò che stanno facendo. Stanno già pagando un prezzo elevatissimo. Voi non lo sapete perché non ve ne occupate direttamente. Non siete in Iran, non siete nelle strade. Non hanno una stampa libera. Continueranno, però, a pagare un prezzo molto alto.
La loro base industriale è stata decimata. La loro industria della difesa è stata decimata. Perdono lanciatori e radar ogni singola notte. Subiscono danni per miliardi di dollari e la loro economia è un disastro.
Nonostante tutto questo, queste persone ci chiamano ogni giorno implorandoci di raggiungere un accordo. Ci inviano messaggi attraverso altri Paesi, tramite Stati terzi. Voglio dire, stanno quasi esaurendo i Paesi attraverso i quali inviarci messaggi. Persino qui alcuni rappresentanti mi hanno detto: «Ho appena parlato con gli iraniani, vogliono raggiungere un accordo».
Il problema è che, ogni volta che queste persone concludono un accordo, o lo violano oppure, dopo averlo sottoscritto, pretendono di modificarlo.
Probabilmente non sono ancora pronti a raggiungere un’intesa, ma lo saranno presto, perché il prezzo che stanno pagando è altissimo. Questo nonostante le loro parole dure, il linguaggio ampolloso e gli stupidi video con i Lego che pubblicano sui social media. Non li ho mai visti, ma li pubblicano.
Nonostante tutta questa spavalderia, stanno soffrendo terribilmente e soffriranno ancora di più finché non rinsaviranno. Purtroppo, non lo hanno ancora fatto.
DOMANDA: Pensa che nei prossimi giorni ci sarà una forte escalation da parte degli Stati Uniti?
SEGRETARIO RUBIO: È una decisione che spetta al Presidente. Pagheranno un prezzo. Lo stanno già pagando ogni singola notte. Non si possono compiere gratuitamente le azioni che stanno compiendo. Pagheranno un prezzo.
DOMANDA: Per quanto riguarda la Russia e l’Ucraina, ha parlato con Wang Yi della possibilità che la Cina possa esercitare la propria influenza per contribuire a porre fine alla guerra?
SEGRETARIO RUBIO: No, non ne abbiamo parlato durante il nostro incontro. Non abbiamo discusso di Russia e Ucraina. Avevamo molte altre questioni da affrontare.
DOMANDA: Signor Segretario, ha discusso con Wang Yi della questione tecnologica e della possibilità che questa venga inserita nell’ordine del giorno della riunione dei leader prevista a settembre?
SEGRETARIO RUBIO: È un argomento molto vasto. A quale tecnologia si riferisce?
DOMANDA: All’intelligenza artificiale e alle controversie che la riguardano.
SEGRETARIO RUBIO: L’intelligenza artificiale. Sì, credo che abbiano espresso il desiderio di definire una governance globale per la regolamentazione dell’IA. Ovviamente, non sono certo che le nostre posizioni siano già allineate su questo punto, ma l’argomento è emerso.
Credo che abbiano manifestato interesse a discutere quali dovranno essere le regole per l’utilizzo futuro dell’intelligenza artificiale. Penso che sarà necessario un dialogo internazionale. Noi abbiamo alcune idee su come dovrebbe essere regolamentata e su quali dovrebbero essere gli standard. Forse sono differenti dalle loro, ma non abbiamo approfondito molto l’argomento. È comunque una questione che è emersa anche a Pechino.
DOMANDA: Signor Segretario, un’ultima domanda sull’Iran: qual è la via d’uscita per Teheran? Il tempo a disposizione della diplomazia sta per scadere?
SEGRETARIO RUBIO: Con l’Iran?
SEGRETARIO RUBIO: Non credo proprio che siano seriamente intenzionati a raggiungere un accordo. Voglio dire, più il Presidente li ha conosciuti, più si è reso conto di questo. Credo che lo abbia detto anche ieri, durante un discorso in Georgia. Il problema con queste persone è che non si può concludere un accordo con qualcuno che non lo rispetta. Queste persone raggiungono intese e poi le violano quasi subito, oppure decidono: «Cambiamo l’accordo». Non è così che funzionano gli accordi.
Hanno violato il protocollo d’intesa pochi giorni dopo la sua entrata in vigore, mentre noi abbiamo rispettato la nostra parte. Ora ne stanno pagando il prezzo. Forse cambieranno idea nei prossimi giorni, mentre continueranno a subire gravi perdite.
DOMANDA: Signor Segretario, lei conosce il Senato meglio di chiunque altro. Proprio in queste ore si sta discutendo il nuovo disegno di legge sulla politica militare, dopo l’approvazione da parte della Camera. Uno degli aspetti più controversi riguarda l’integrazione tra le Forze armate statunitensi e quelle israeliane nel campo della coproduzione. Avete qualche preoccupazione sotto il profilo della sovranità, qualora gli Stati Uniti volessero inviare armi? L’Iron Dome era stato proposto per l’Ucraina quando gli israeliani…
SEGRETARIO RUBIO: Si sta riferendo all’NDAA? Sì, voglio dire, è in gran parte il Dipartimento della Guerra a gestire quel portafoglio legislativo. Sono quindi a conoscenza della disposizione di cui state parlando, relativa alla cooperazione tecnologica. In fin dei conti, la verità è che lo facciamo con Paesi di tutto il mondo.
DOMANDA: Quindi la appoggiate?
SEGRETARIO RUBIO: Voglio dire, se qualcuno… Beh, non ho letto la disposizione specifica e quindi non posso illustrarvela nel dettaglio. Comprendo, però, l’argomento, perché non è nuovo.
Nel settore della difesa aerea, per esempio, collaboriamo da tempo con gli israeliani. Se noi realizziamo un’innovazione nel nostro sistema, oppure loro ne sviluppano una nel proprio, possiamo condividerla per migliorare entrambi i sistemi. Se, per esempio, hanno trovato un metodo innovativo per neutralizzare i droni, ovviamente vorremmo conoscerlo e trarne vantaggio.
Tra l’altro, Israele non è l’unico Paese al mondo con il quale agiamo in questo modo. Lo facciamo anche con altri Stati.
Penso quindi che sia questa la disposizione alla quale si riferisce. È qualcosa che stiamo già facendo e che esiste già. Non credo, tuttavia, che abbia a che fare con la sovranità. Non è che le forze statunitensi finiranno sotto il comando e il controllo di un generale straniero o qualcosa del genere.
DOMANDA: Ma quando l’Ucraina chiese l’Iron Dome, gli Stati Uniti e alcuni legislatori, tra cui Lindsey Graham, volevano inviare la batteria dell’Iron Dome che si trovava sulla costa orientale. Netanyahu pose il veto al trasferimento, perché si trattava di un sistema coprodotto…
SEGRETARIO RUBIO: Sì, ma ogni volta che si avvia una coproduzione esistono restrizioni di questo tipo. Se forniamo armamenti a un Paese nell’ambito di un accordo, quel Paese non può trasferirli a uno Stato terzo senza la nostra approvazione.
Israele non è l’unico Paese al mondo ad applicare questa regola. Anche altri Stati lo fanno con i propri sistemi. È una procedura normale: quando si effettuano vendite di armi, una delle restrizioni prevede il diritto di veto sul loro trasferimento a un Paese terzo. Non riguarda soltanto noi o Israele, ma tutti i Paesi.
DOMANDA: Il Presidente Trump verrà a Manila per il vertice dei leader dell’ASEAN, in programma a novembre?
SEGRETARIO RUBIO: Penso che gli piacerebbe partecipare. Non so ancora come sarà organizzato il programma. Non posso impegnarlo per quel viaggio, perché non ho il controllo sulla sua agenda.
Era presente lo scorso anno e penso che ne parleremo. È un forum importante e credo che l’APEC si terrà pochi giorni dopo. Non posso, però, fare annunci sul programma oggi.
DOMANDA: Signor Segretario…
DOMANDA: Signor Segretario, escluderebbe una sua candidatura alla presidenza nel 2028?
SEGRETARIO RUBIO: Fare che cosa? Non rispondo a domande politiche.
DOMANDA: Lo escluderebbe?
SEGRETARIO RUBIO: Forza, ragazzi.
DOMANDA: Signor Segretario, ritiene che questa visita abbia dissipato le preoccupazioni per un possibile ridimensionamento dell’impegno statunitense in Asia?
SEGRETARIO RUBIO: Questa visita ha dissipato le preoccupazioni riguardo al nostro impegno in Asia? Voglio dire, siamo impegnati in Asia ogni singolo giorno. Ovviamente, questa è una conferenza: siamo qui e partecipiamo, ma la nostra presenza nella regione è quotidiana.
Il Dipartimento della Guerra è presente in tutta l’Asia. Il Dipartimento di Stato e le nostre ambasciate operano ogni giorno nella regione. Abbiamo solide collaborazioni e importanti legami economici con numerosi Paesi asiatici. Praticamente ogni Paese rappresentato qui nell’ASEAN è uno Stato con il quale intratteniamo rapporti quotidiani.
Nel mondo esistono molti interessi contrapposti, quindi credo che ci sarà sempre il timore che l’America sia così concentrata su una determinata area da non riuscire a occuparsi anche delle altre. Uno dei grandi punti di forza del nostro Paese, però, è il fatto di essere una nazione grande e potente.
Abbiamo la capacità di essere presenti nell’emisfero occidentale, nell’Indo-Pacifico, in Europa, in Africa, in Medio Oriente e ovunque siano in gioco i nostri interessi vitali, compreso l’Artico, tra l’altro.
DOMANDA: Signor Segretario, pensa che sarebbe più facile raggiungere un accordo con l’Iran se gli Stati Uniti non eliminassero così tanti livelli della sua leadership? Trump afferma spesso che ora si trovano al terzo livello. Pensa che questo renda un accordo più facile o più difficile?
SEGRETARIO RUBIO: Penso che i primi due livelli non fossero necessariamente composti dalle persone più gentili del mondo. Immagino che continueremo a scendere di livello. Non credo, però, che i primi due fossero formati da riformatori. Non erano uomini del Rinascimento, capite che cosa intendo? Non credo quindi che il problema riguardi i livelli della leadership.
Alla fine dei conti, si tratta di un Paese governato da religiosi radicali. Credo che all’interno del loro sistema vi siano anche degli esponenti politici. Non li definirei moderati, ma almeno comprendono che l’iperinflazione, l’aumento dei prezzi dei generi alimentari e la carenza di benzina sono problemi.
Credo, invece, che quando si arriva al livello clericale, queste persone siano completamente indifferenti a tutto ciò e stiano distruggendo il proprio Paese.
Ecco il punto: l’Iran è un Paese ricco. Potrebbe essere il Paese più ricco del Medio Oriente, se lo volesse. Invece, prende il proprio denaro e lo destina a Hezbollah, ad Hamas, agli Houthi e alle milizie sciite; lo utilizza per finanziare il terrorismo e cercare di uccidere persone in tutto il mondo, nonché per costruire droni e missili e portare avanti un programma nucleare militare. È così che ha speso le proprie risorse.
Se avesse investito quel denaro nel proprio popolo e nella propria economia, oggi l’Iran sarebbe probabilmente il Paese più ricco della regione, se volete sapere la verità.
DOMANDA: Detto questo, signor Segretario, gli Stati Uniti stanno cercando di ottenere un cambio di regime in Iran oppure vogliono semplicemente modificarne il comportamento?
SEGRETARIO RUBIO: Credo che gli Stati Uniti vogliano un Iran denuclearizzato, che non possieda mai un’arma nucleare. Il futuro dell’Iran, ovviamente, sarebbe migliore se al potere vi fossero persone che non desiderano dotarsi di armi nucleari, ma, in definitiva, è questo il nostro interesse.
Il nostro principale interesse, così come la maggiore minaccia che l’Iran rappresenta per il mondo, riguarda la possibilità che questi pazzi entrino in possesso di un’arma nucleare. Questo non accadrà, almeno finché Donald Trump sarà Presidente.
Non so che cosa farà un futuro Presidente. So che alcuni Presidenti del passato hanno concluso accordi sbagliati e che altri, semplicemente, non hanno affrontato il problema. Il nostro obiettivo, la nostra preoccupazione e il fulcro della nostra politica sono, però, la denuclearizzazione dell’Iran. Non potrà mai possedere un’arma nucleare. Non so quante volte il Presidente dovrà ripeterlo.
DOMANDA: Ma se questo gruppo di persone, che lei descrive come pazzi, decidesse di raggiungere un accordo con gli Stati Uniti…
SEGRETARIO RUBIO: Beh, alcuni di loro sono pazzi, altri sono malvagi e altri ancora sono pazzi e malvagi. Si può essere entrambe le cose.
DOMANDA: Quindi gli Stati Uniti sarebbero disposti a lasciare questi pazzi malvagi al loro posto?
SEGRETARIO RUBIO: Non possono assolutamente avere un’arma nucleare. Non possono possedere un’arma nucleare. Voglio dire, immaginate che cosa farebbero al mondo.
DOMANDA: Che cosa è cambiato rispetto all’inizio della guerra, quando il Presidente aveva lasciato intendere che non sarebbe stato così e che il cambio di regime fosse uno degli obiettivi del conflitto?
SEGRETARIO RUBIO: No, non ha mai affermato che il cambio di regime fosse un obiettivo. Fin dall’inizio, sin dal primo giorno dell’operazione, era chiaro che avremmo distrutto i loro lanciamissili, i loro droni, le loro fabbriche e la loro Marina.
La Marina iraniana non esiste più. Non esiste più una vera Marina iraniana. È rimasta soltanto una manciata di imbarcazioni, ma in realtà non dispongono più di una forza navale significativa. Non hanno un’Aeronautica e le loro difese aeree sono state annientate fin dall’inizio.
Ciò che il Presidente ha sottolineato è che il popolo iraniano merita una leadership migliore. Voglio dire, massacrano la propria popolazione a migliaia. Sparano alle persone alla testa e le uccidono nelle strade. Sì, tutto questo non ci piace e non riteniamo che sia positivo per l’Iran.
Il nostro obiettivo e il nostro interesse nazionale nei confronti dell’Iran consistono, tuttavia, nell’impedire che possa mai dotarsi di un’arma nucleare. È proprio ciò che avrebbe cercato di fare se fosse riuscito a proteggersi dietro un arsenale composto dal doppio dei missili e dal doppio dei droni di cui disponeva. A quel punto sarebbe arrivato nel giro di circa un anno, se avesse continuato a produrli allo stesso ritmo.
Nonostante la loro economia fosse in crisi e la popolazione soffrisse, continuavano a spendere il proprio denaro in questo modo, malgrado le sanzioni. Le risorse che riuscivano a ottenere venivano destinate a queste attività. Questo vi dice tutto ciò che c’è da sapere su di loro.
SEGRETARIO RUBIO: Bene, ragazzi, grazie.
Tre leader mondiali. Tre decisioni incredibilmente sbagliate
Thomas L. Friedman ci offre, dal prestigioso palcoscenico del New York Times, la sua visione di tre leader – Trump, Putin e Netanyahu – che, benché profondamente diversi per cultura, estrazione sociale, personalità e contesto nel quale operano, sembrano essere accomunati da alcune analogie decisamente meritevoli di attenzione.
Questo editoriale, pubblicato il 21 luglio scorso, ha suscitato diversi dibattiti negli ambienti politici e intellettuali statunitensi, consentendoci di entrare in un mondo, quello americano, di non facile comprensione per noi europei.
Leggiamo insieme.
Donald Trump, Benjamin Netanyahu e Vladimir Putin sono uomini profondamente diversi, ma hanno una caratteristica importante in comune: ciascuno di loro pensa di essere la persona più intelligente in qualunque stanza entri.
Purtroppo, però, tutti e tre hanno commesso l’errore più grave che un leader possa compiere: circondarsi di adulatori. In questo modo si sono cacciati in guerre senza via d’uscita, dalle quali oggi possono sottrarsi soltanto ammettendo i propri errori e facendo marcia indietro.
Attenzione: non c’è niente di più pericoloso di un leader sconsiderato che si trova ad affrontare una situazione difficile. In questi casi, il suo istinto può essere quello di perseverare in una strategia perdente.
Cominciamo dal primo ministro israeliano. Il segnale che Netanyahu abbia perso la testa – trascinando con sé anche la dirigenza del celebre servizio segreto israeliano, il Mossad – risiede in due decisioni a dir poco folli: la prima è l’idea che Israele possa rovesciare il regime di Teheran con un unico e potente attacco aereo; la seconda è la convinzione di poter scegliere il nuovo leader dell’Iran.
Prima di spiegare quanto tutto ciò fosse folle, è necessario un breve preambolo. Da quando ho osservato da vicino il modo in cui la milizia cristiana libanese dei falangisti contribuì a ingannare il Mossad nel 1982, facendogli credere che, attraverso una rapida invasione, Israele avrebbe potuto insediare a Beirut il leader anti-palestinese Bashir Gemayel come Presidente, ho sempre seguito questa regola riguardo al tanto celebrato servizio segreto israeliano: se vuoi che qualcuno venga assassinato a Beirut o a Teheran, chiama il Mossad; se vuoi comprendere le tendenze politiche e sociali di Beirut o Teheran, non chiamarlo. Proprio ciò che lo rende efficace nel primo caso, infatti, lo rende inefficace nel secondo.
Il Mossad è molto abile nel dare la caccia ai nemici di Israele e nell’eliminarli, soprattutto perché sa reclutare cittadini scontenti in Libano, Iran, Cisgiordania e in altre parti del mondo arabo: persone che odiano i propri regimi e sono disposte a collaborare con Israele per rovesciarli.
Il problema è che questi stessi agenti, mossi dal risentimento o dal denaro, tendono a esagerare la debolezza dei rispettivi regimi e la facilità con cui sarebbe possibile abbatterli.
Vogliono che Israele faccia il lavoro sporco al posto loro. Il risultato è che un ingenuo come Trump, che non conosce la storia, presume che, siccome il Mossad è abile nell’assassinare le persone, sia altrettanto capace di prevedere che cosa accadrà la mattina successiva alla loro morte.
Questo spiega perché, dopo l’incontro alla Casa Bianca di febbraio, quando Netanyahu e l’allora direttore del Mossad, David Barnea, sostennero, in sostanza, che se Israele e gli Stati Uniti avessero assassinato i massimi leader iraniani il governo sarebbe caduto e al suo posto sarebbero subentrate persone perbene, Trump non li abbia liquidati con una risata. Il Presidente evidentemente dava per scontato che, poiché il Mossad possedeva capacità di assassinio su vasta scala, disponesse anche di altrettanto vaste capacità analitiche e che, quindi, l’Iran sarebbe caduto nelle sue mani nello stesso modo in cui era caduto il Venezuela quando gli Stati Uniti avevano rimosso il suo Presidente, Nicolás Maduro.
Come hanno raccontato i miei colleghi Maggie Haberman e Jonathan Swan nel loro imperdibile libro Regime Change, il direttore della CIA, John Ratcliffe, ha utilizzato una sola parola per descrivere gli scenari elaborati da Netanyahu per un cambio di regime in Iran: «farseschi». Trump, convinto di saperne di più, ignorò il suo parere, così come quello di altri, e da allora ne sta pagando le conseguenze.
Una prova ancora più evidente del fatto che sia Netanyahu sia i suoi servizi segreti si fossero lasciati inebriare dal potere emerge da un’altra incredibile storia portata alla luce dal Times: il Mossad stava preparando l’ex Presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad a guidare l’Iran dopo la caduta del regime della Guida Suprema, l’ayatollah Ali Khamenei.
Come hanno riferito i miei colleghi: «La decisione di Israele di costruire un piano per il cambio di regime attorno al signor Ahmadinejad rappresenta una svolta straordinaria nella storia delle relazioni del Paese con l’ex Presidente, noto per aver accelerato il programma nucleare iraniano, per aver invocato regolarmente la distruzione di Israele e per aver negato l’Olocausto».
Ehi, Israele, conosci qualcosa della storia moderna dell’Iran? Hai mai sentito parlare di Mohammad Mossadegh? Fu il Primo ministro dell’Iran, eletto democraticamente, dal 1951 al 1953, e venne deposto da un colpo di Stato orchestrato dalla CIA e dall’MI6 britannico dopo la nazionalizzazione dell’Anglo-Iranian Oil Company. La rabbia per quel colpo di Stato, che portò al potere a Teheran l’uomo scelto dall’Occidente, arde ancora nel cuore di molti iraniani.
È pura follia pensare che Israele potesse insediare Ahmadinejad e che il corpo politico iraniano non lo avrebbe rigettato come un organismo umano respinge un organo trapiantato. Netanyahu e il Mossad credevano davvero che gli iraniani, orgogliosi e nazionalisti, persino quelli che odiano i religiosi che li governano, avrebbero detto: «Oh, grazie, Bibi, per aver scelto il nostro prossimo leader»? La vanità e l’arroganza di pensare che 7,2 milioni di ebrei israeliani potessero decidere chi avrebbe governato oltre 90 milioni di musulmani iraniani sono sbalorditive.
Trump e Netanyahu sono in buona compagnia con Putin, che ha finito per credere alla propria propaganda, presumendo che tutti gli ucraini non vedessero l’ora di tornare a far parte della Madre Russia e che il governo democraticamente eletto di Kiev sarebbe caduto facilmente.
«L’errore fondamentale di Putin è stato credere alla propria narrazione, secondo la quale ucraini e russi sarebbero “un solo popolo” e l’indipendenza ucraina sarebbe semplicemente una costruzione artificiale dell’Occidente», ha osservato lo scorso anno Robbin Laird, analista militare. «Questo punto cieco ideologico lo ha portato ad aspettarsi che le forze russe sarebbero state accolte come liberatrici».
In una situazione analoga a quella verificatasi in Iran, l’intelligence russa sembra essersi affidata eccessivamente «a fonti filorusse che riferivano a Mosca ciò che voleva sentirsi dire», ha affermato Laird, «anziché fornire informazioni accurate sul campo riguardo al sentimento e alle capacità dell’Ucraina».
Netanyahu, nonostante le sue vittorie tattiche contro Hamas, Hezbollah e Teheran, non è riuscito a trasformarle in una nuova realtà strategica per Israele. Per farlo sarebbe stato necessario chiarire che le operazioni militari condotte a Gaza, in Libano e in Iran erano finalizzate a garantire la sicurezza della regione in vista di una pace israelo-palestinese.
Invece, ciò che il mondo intero vede è Netanyahu che cerca di rendere la regione sicura per consentire l’annessione israeliana di Gaza e della Cisgiordania. È pronto a gettare alle ortiche tutto il resto – la normalizzazione dei rapporti con l’Arabia Saudita, il sostegno di molti giovani americani, l’appoggio del Partito Democratico, il sostegno dell’Europa occidentale e l’indipendenza della magistratura israeliana – pur di raggiungere il proprio obiettivo.
Nel frattempo, Trump ha indebolito e isolato l’America, scegliendo avventatamente di invadere l’Iran senza alleati, senza una legittimazione internazionale e senza un piano alternativo per eliminare la capacità di Teheran di costruire un’arma di distruzione di massa.
Al contrario, Trump ha permesso all’Iran di scoprire due armi di distruzione di massa incredibilmente economiche ed efficaci: il controllo dello Stretto di Hormuz e il bombardamento degli alleati americani nel Golfo Persico quasi ogni volta che gli Stati Uniti colpiscono l’Iran.
Putin, invece di impegnarsi a fondo per rendere la Russia una società libera e aperta, capace di esercitare una reale attrazione sugli ucraini, ha trasformato quella che era una debole democrazia russa in un vero e proprio Stato di polizia, dotato di una vulnerabile economia petrolifera.
Oggi la Russia è completamente assente dalla rivoluzione dell’intelligenza artificiale. È come se le automobili fossero appena state inventate e Putin avesse dichiarato di preferire investire in un maggior numero di cavalli e nella propria fantasia ottocentesca di una madrepatria russa unificata.
Ciò che abbiamo oggi sono tre leader che cercano di uscire da un vicolo cieco a suon di bombe.
Non dimentichiamo, però, i leader perversi, cinici e incompetenti che governano l’Iran dal 1979. Anche loro si trovano in un vicolo cieco. Invece di valorizzare la propria popolazione, ricca di talenti, i dittatori religiosi iraniani hanno scelto di consolidare il proprio potere per 47 anni, eliminando gli oppositori, imponendo con la forza un islam puritano alla popolazione e sperperando miliardi di dollari nel tentativo di distruggere Israele.
Speriamo che un giorno il popolo iraniano riesca a rovesciarli da solo, magari con l’aiuto di una sorprendente potenza non sovrana. I leader iraniani hanno sfruttato sconsideratamente l’ambiente e costruito troppe dighe sui fiumi per ricompensare gli amici del regime. Ora sono totalmente vulnerabili a un nemico molto più potente di Trump o Netanyahu: Madre Natura.
Il rapporto più allarmante sul futuro dell’Iran è stato pubblicato sette mesi fa da alcuni analisti sulla prestigiosa rivista Bulletin of the Atomic Scientists e non menzionava mai le armi nucleari. Si occupava esclusivamente della grave crisi idrica del Paese, che potrebbe aver provocato la chiusura di un numero di istituzioni iraniane superiore a quello causato complessivamente da Israele e dagli Stati Uniti.
«Durante l’estate del 2025, l’Iran ha subito un’ondata di calore eccezionale, con temperature diurne che, in diverse regioni, tra cui Teheran, hanno raggiunto i 50 gradi Celsius (122 gradi Fahrenheit), costringendo alla chiusura temporanea di uffici pubblici e banche», hanno affermato gli analisti. «Nello stesso periodo, i principali bacini idrici che riforniscono la regione di Teheran hanno raggiunto i minimi storici. […] Le autorità hanno avvertito che la capitale potrebbe addirittura dover essere evacuata, qualora le riserve idriche non dovessero ripristinarsi».
In definitiva, tutti questi conflitti si concluderanno con dei negoziati, perché nessuno di questi leader può sostenere all’infinito le proprie stupide guerre. L’unica domanda è quando saranno costretti a chiamare il cameriere e a dire: «Giovanotto, potrebbe portarmi un piatto di corvo, per favore?».
https://www.nytimes.com/2026/07/21/opinion/trump-netanyahu-putin-war.html
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Stefano Silvio Dragani già generale di Brigata dell’Arma dei Carabinieri. Laureato in Scienze Politiche e in Scienze della Sicurezza, ha ottenuto anche un master di II livello in Studi Africani. Dopo incarichi operativi in Italia, ha svolto missioni internazionali in Albania, Kosovo, Ghana, Somalia, Ruanda e Belgio, lavorando come esperto di sicurezza e stabilizzazione in aree di crisi, anche per conto dell’Unione Europea. Ha tenuto docenze e seminari in Italia e all’estero – dall’Università di Padova alla Scuola Ufficiali dei Carabinieri, fino ai congressi ONU sul terrorismo globale – ed è stato special advisor sia del Ministro della Sicurezza della Somalia che delle forze di polizia di Rwanda e Uganda.
È autore di cinque saggi pubblicati da Fawkes Editions, casa editrice romana: “Frammenti di vita”(2022), dedicato alla sua lunga esperienza africana; “La Cavalleria: uno stile di vita” (2023), un affresco storico-militare; “Conflitti e parole”(2024), centrato sui rapporti tra Africa e grandi potenze; “Un altro mondo” (2025) e “Ultimo Miglio” (2026), un’analisi attuale delle crisi in Medio Oriente e Ucraina. Ha vissuto sedici anni in Friuli Venezia Giulia, cinque dei quali a Sistiana, alle porte di Trieste, città a cui è profondamente legato. La sua visione internazionale si coniuga con una forte consapevolezza del ruolo strategico dell’Italia e del nostro territorio nel contesto geopolitico globale.
Articolo di Stefano Silvio Dragani
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