Un round da 270 milioni di dollari, una valutazione dichiarata di 1,7 miliardi e un salto di oltre trenta volte in appena due anni. Dal 15 settembre Exein, società romana specializzata nella cybersecurity dei dispositivi e dei sistemi embedded, entra ufficialmente nel club degli unicorni, le startup valutate almeno un miliardo di dollari. Il finanziamento è guidato dal fondo statunitense Headline, con la partecipazione di Sofina, Goldman Sachs, European Investment Bank attraverso European Tech Champions Initiative, KfW Capital e T.Capital, il corporate venture capital di Deutsche Telekom. Al round partecipano anche investitori già presenti nel capitale.
L’annuncio ha una portata che supera la singola operazione, perché fa tornare in primo piano un’annosa domanda apparentemente semplice e in realtà sorprendentemente controversa: quanti sono davvero gli unicorni italiani?
La risposta dipende innanzitutto da che cosa si decide di contare. Se si sommano aziende private e quotate, startup ancora indipendenti e società acquisite, imprese nate in Italia e aziende fondate da italiani all’estero, il numero può diventare molto elevato. Se invece si applica la definizione originaria in modo rigoroso, l’elenco si accorcia parecchio.
E il caso Exein diventa interessante proprio per questo. Segnala che anche dall’Italia possono nascere aziende capaci di raccogliere capitali internazionali nell’ordine delle centinaia di milioni. Non dimostra però, da solo, che il Paese abbia già costruito una macchina capace di trasformare sistematicamente startup in scaleup globali.
Quanti sono davvero gli unicorni italiani
La definizione convenzionalmente utilizzata da venture capital e ricerca accademica è relativamente precisa. La Stanford Graduate School of Business definisce unicorno una startup privata, venture-backed, con una valutazione riportata superiore a un miliardo di dollari. È sostanzialmente lo stesso criterio utilizzato da CB Insights.
La parola decisiva è “privata”. Quando la società si quota, viene acquisita oppure passa stabilmente sotto il controllo di un grande gruppo industriale o di private equity, può continuare a essere ricordata come former unicorn, ma non appartiene più allo stesso insieme.
C’è poi una seconda domanda: quando un unicorno può dirsi italiano?
Il criterio più difendibile per confrontare gli ecosistemi è considerare il luogo in cui l’impresa è stata costruita e ha il proprio quartier generale, non semplicemente la nazionalità dei fondatori. Dealroom, per esempio, attribuisce le aziende al Paese in cui sono state fondate o hanno sede.
Applicando insieme queste due condizioni — privata e venture-backed; fondata o sostanzialmente basata in Italia — al 15 settembre 2026 il nucleo degli unicorni italiani è molto più ristretto di quanto suggeriscano alcune classifiche.
| Categoria | Società | Perché |
|---|---|---|
| Unicorni privati italiani attuali | Satispay | Fintech nata in Italia, quartier generale operativo a Milano, privata e ancora venture-backed; Dealroom indica un enterprise value di circa 1,8 miliardi di dollari (Dealroom.co) |
| Domyn | Fondata a Milano nel 2016 come iGenius, privata e venture-backed; Dealroom indica un valore nell’ordine di 1,9 miliardi (Dealroom.co) | |
| Exein | Fondata e con sede a Roma, privata e venture-backed; il round annunciato il 15 settembre 2026 attribuisce alla società una valutazione di 1,7 miliardi di dollari | |
| Caso di confine | Scalapay | È comunemente indicata come unicorno italiano e anche la Bei la definisce tale, ma Dealroom colloca il quartier generale a Dublino e la storia societaria nasce tra Australia ed Europa. L’operatività italiana resta comunque centrale (Dealroom) |
| Ex unicorni / società passate a un’altra fase | Bending Spoons | Ha superato da tempo il miliardo, ma dal 1° luglio 2026 è quotata al Nasdaq: non è quindi più un unicorno privato (Nasdaq) |
| Prima Assicurazioni | Nel 2025 AXA ha acquisito il 51% per 538 milioni di euro, implicando un valore superiore al miliardo: è però oggi controllata dal gruppo assicurativo francese (Prima) | |
| Facile.it | Ha superato il miliardo con il buyout di Silver Lake del 2022; è un caso di private equity più che il classico unicorno venture-backed (Silver Lake) | |
| Namirial | Dealroom attribuisce circa 1,2 miliardi all’operazione con Bain Capital del 2025, ma si tratta di un buyout di una società fondata nel 2000, non del tipico percorso startup-VC-unicorno (Dealroom.co) | |
| Tech italiane quotate sopra il miliardo | Technoprobe | Vale molti miliardi in Borsa, ma è quotata dal 2022 e nasce nel 1993: chiamarla oggi unicorno altera la definizione originaria (Dealroom) |
| Fondate da italiani all’estero | Faire, Trade Republic, Kong e altri casi | Sono parte del successo della diaspora imprenditoriale italiana, non del numero di unicorni prodotti direttamente dall’ecosistema nazionale |
Da qui una risposta che può sembrare sorprendente: gli unicorni italiani attuali e difficilmente contestabili sono tre: Satispay, Domyn ed Exein. Scalapay può essere aggiunta se si utilizza una definizione più ampia, basata sull’identità imprenditoriale e sulla forte presenza italiana anziché sulla sede e sull’origine societaria.
Non è una sottigliezza statistica. È proprio questa oscillazione dei criteri a spiegare perché, a seconda della fonte, gli “unicorni italiani” possano essere tre, quattro, nove oppure diciassette.
Perché Dealroom conta 17 unicorni italiani
Dealroom offre un ottimo esempio della differenza tra i diversi perimetri. La sua pagina dedicata all’Italia indica 17 valuation outcomes superiori al miliardo. Ma la stessa piattaforma spiega che la propria definizione comprende società che abbiano raggiunto in qualsiasi momento una valutazione o un’exit superiore a un miliardo, incluse aziende oggi quotate.
È quindi un indicatore dell’output storico dell’ecosistema, non il censimento degli unicorni privati esistenti oggi.
Lo dimostra la presenza di Bending Spoons e Technoprobe tra i due decacorni attribuiti all’Italia. La prima è quotata al Nasdaq da luglio 2026; Technoprobe è in Borsa dal 2022. Entrambe sono casi di successo tecnologico italiano, ma nessuna delle due corrisponde più alla definizione classica di unicorno.
L’approccio Dealroom ha senso quando l’obiettivo è misurare quanto valore un ecosistema sia stato capace di generare nel tempo. È invece fuorviante utilizzarlo per affermare che “l’Italia ha oggi 17 unicorni”.
Anche il recente Italian Diaspora Index aiuta a separare i due fenomeni. Dealroom calcola che imprenditori cresciuti in Italia abbiano partecipato alla creazione di 30 unicorni costruiti all’estero, per un valore attribuibile ai founder italiani di circa 42 miliardi di dollari. È un indicatore interessante della qualità del capitale umano italiano, ma racconta una storia diversa da quella delle società cresciute nel sistema nazionale.
I percorsi italiani verso il miliardo
Anche limitando il confronto ai casi più solidi, non emerge un unico modello.
Satispay ha seguito il percorso classico della fintech venture-backed. Nel settembre 2022 ha raccolto 320 milioni di euro in un round guidato da Addition, superando la valutazione di un miliardo. Da allora ha ampliato prodotti, mercati e servizi finanziari; Dealroom le attribuisce oggi un valore di circa 1,8 miliardi di dollari.
Domyn, nata come iGenius, rappresenta invece la scommessa italiana sull’intelligenza artificiale enterprise e sulle infrastrutture di calcolo. Dealroom colloca la società milanese nella fascia 1-2,5 miliardi e ne indica un enterprise value intorno a 1,9 miliardi.
Exein arriva al miliardo attraverso un’altra traiettoria ancora: deep tech, cybersecurity e embedded security. Il passaggio da 55 milioni a 1,7 miliardi in due anni è particolarmente rapido e coincide con una fase in cui la sicurezza si sta spostando dal cloud alle macchine, ai robot, ai veicoli autonomi e alle infrastrutture industriali.
Bending Spoons costituisce un quarto modello. Ha superato la soglia del miliardo quando era ancora privata, ma ha costruito la propria crescita sempre più attraverso acquisizioni di software globali e nel luglio 2026 ha completato l’IPO al Nasdaq. L’offerta ha collocato quasi 58 milioni di azioni a 29 dollari: circa 34,4 milioni di nuova emissione e 23,6 milioni vendute da azionisti esistenti. (Nasdaq)
In altre parole, le storie italiane che arrivano al miliardo non sono variazioni dello stesso schema. Fintech, AI, cybersecurity e consolidamento software hanno richiesto capitale, tempi e strategie molto differenti.
Il paradosso del venture capital italiano
Il nuovo unicorno arriva inoltre in un momento ambiguo per il mercato italiano.
Il Venture Capital Report Italy Q2-26 & H1-26 di Growth Capital e Italian Tech Alliance registra nel primo semestre del 2026 813 milioni di euro investiti in 145 round. Un anno prima erano stati 545 milioni distribuiti su 210 round. Il capitale è quindi aumentato di quasi il 50%, mentre il numero delle operazioni è diminuito di circa il 31%.
È forse il dato più importante per interpretare Exein.
Le fasi pre-seed e seed rappresentano ancora il 59% dei round, ma raccolgono complessivamente soltanto 172 milioni. Al contrario Serie A e Serie B+ concentrano 550 milioni, il 68% di tutto il capitale, pur rappresentando appena il 21% delle transazioni.
Il mercato sta quindi dimostrando una maggiore capacità di finanziare alcune aziende mature con ticket consistenti, ma contemporaneamente restringe la base da cui dovrebbero emergere le scaleup future.
La pipeline è il punto delicato. Se diminuiscono le società finanziate nelle prime fasi, fra tre o quattro anni potrebbe esserci un numero insufficiente di imprese abbastanza grandi da raccogliere Serie B, Serie C e growth round.
E resta un’altra debolezza strutturale. Nel 2025 Growth Capital osservava che tutti i round italiani superiori a 20 milioni avevano coinvolto almeno un investitore internazionale.
Non è necessariamente un problema: una startup globale deve saper raccogliere capitale globale. Diventa però un limite se l’ecosistema domestico non è in grado di accompagnare le aziende nelle fasi in cui servono centinaia di milioni.
Una valutazione da un miliardo non equivale a un miliardo in banca
C’è infine un equivoco ricorrente intorno agli unicorni: interpretare la valutazione come se fosse il prezzo certo dell’intera società.
Quando un investitore sottoscrive un nuovo round, il prezzo pagato per una piccola quota viene normalmente utilizzato per ricavare la valutazione dell’intero capitale. Se, per esempio, una nuova classe di azioni viene acquistata a un prezzo che implica una post-money da 1,5 miliardi, si dice che la startup “vale 1,5 miliardi”.
Ma non tutte le azioni sono necessariamente uguali.
Nel paper Squaring Venture Capital Valuations with Reality, pubblicato sul Journal of Financial Economics, Will Gornall e Ilya Strebulaev hanno analizzato i contratti di 135 unicorni statunitensi. Lo studio mostra che le valutazioni post-money riportate erano in media circa il 48% superiori alla stima del fair value ottenuta tenendo conto delle differenti condizioni attribuite alle diverse classi di azioni.
La ragione è che gli investitori degli ultimi round ricevono spesso azioni privilegiate, con diritti che possono comprendere preferenze in caso di liquidazione, garanzie sul rendimento in una IPO, maggiore seniority o protezioni nel caso di quotazioni a valutazioni inferiori.
Il paper non permette naturalmente di affermare che questo avvenga nelle stesse proporzioni per Exein, Satispay o qualunque altra società italiana. Serve invece a spiegare perché la cifra annunciata nell’ultimo round non debba essere interpretata come il valore immediatamente monetizzabile di tutte le azioni esistenti.
Il test successivo al miliardo
Diventare unicorno è quindi un punto di passaggio, non un risultato industriale definitivo. Vale anche e soprattutto per l’ecosistema italiano.
Il dato interessante non sarà quanti nomi riusciremo ad aggiungere a una lista costruita con criteri sempre diversi. Sarà verificare quante società nate oggi riusciranno a passare dal seed al Series A, dal Series A al growth capital e da lì a ricavi internazionali nell’ordine delle centinaia di milioni..
L’Italia produce più scaleup di qualche anno fa e dispone di imprese tecnologiche capaci di competere su mercati globali. Continua però ad avere una base di venture capital relativamente piccola, una pipeline che nel 2026 si sta restringendo per numero di operazioni e una capacità ancora limitata di accompagnare con capitale domestico le società nelle fasi più avanzate.
Il prossimo traguardo, dunque, non è arrivare a quattro, cinque o dieci unicorni cambiando il perimetro statistico. È fare in modo che il prossimo Exein sia meno sorprendente.
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