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Hélène Rey, lei ha presieduto il gruppo di lavoro sugli squilibri globali in occasione dell’ultimo G7. Potrebbe spiegarci perché, al di là dell’aspetto tecnico, si tratta di uno degli elementi chiave di questo momento geopolitico in relazione alla globalizzazione?
Hélène ReyGli squilibri globali sono gli squilibri delle partite correnti. Un paese in surplus concede prestiti al resto del mondo, mentre un paese in deficit ne riceve, ad esempio per consumare o importare. Gli Stati Uniti ne sono l’esempio tipico: da tempo consumano più di quanto producano e finanziano la differenza prendendo in prestito dall’estero.
D’altra parte, qualcuno deve pur prestare, ovvero esportare i beni che gli americani consumano. Si tratta in gran parte della Cina. Nel 2025, secondo i dati doganali, la Cina ha esportato beni per un valore di 1.200 miliardi di dollari, assorbiti dagli Stati Uniti, dall’Europa e, in misura sempre maggiore, dalle economie emergenti.
L’Europa occupa una posizione intermedia. Il suo modesto surplus, in calo, riflette un risparmio leggermente superiore agli investimenti. Lo squilibrio si manifesta quindi soprattutto tra gli Stati Uniti e la Cina, ma l’Europa ne risente comunque.
Perché dovremmo preoccuparcene?
Perché la storia dimostra che i grandi squilibri, come è avvenuto nel 1985 o nel 2007, finiscono per provocare tensioni internazionali. Quando un paese come la Cina esporta in modo massiccio, destabilizza la capacità industriale dei paesi importatori. Quando queste esportazioni diventano così destabilizzanti come oggi, alimentano il protezionismo.
L’altro rischio è di natura finanziaria. Questi flussi commerciali hanno come contropartita dei flussi di capitali: si accumulano crediti, posizioni di finanziamento, a volte con effetto leva. Quando i volumi sono molto elevati e non si capisce più bene chi finanzia cosa, l’instabilità diventa una minaccia. È ciò che è accaduto nel 2007-2008: enormi squilibri finanziati in parte dall’Asia, un consistente deficit statunitense e, di conseguenza, una grave crisi. Gli stessi attori sono ancora presenti e questo tipo di rischio può ripresentarsi.
Nel 2007, tuttavia, l’Europa non si preoccupava dei propri surplus. Non c’è forse un doppio standard nell’analisi che facciamo dello sviluppo cinese?
La Cina potrebbe effettivamente rimproverarcelo. E bisogna ammettere che non aver previsto l’aumento del rischio finanziario vent’anni fa non è certo un successo. All’inizio degli anni 2000, il sistema era troppo indebitato, in particolare per finanziare il settore immobiliare statunitense. Anche in Europa, paesi in deficit e in pieno boom immobiliare, come la Spagna o l’Irlanda, erano finanziati dalle economie del cuore dell’area.
La crisi del 2008, la più grave dagli anni ’30, ha colpito gli Stati Uniti e poi l’Europa. Questi paesi sono stati costretti a raggiungere un avanzo di bilancio al prezzo di un aggiustamento macroeconomico molto doloroso; la Grecia, un caso leggermente diverso, ha vissuto la stessa prova. La lezione da trarre da questo periodo è che occorre prendere molto sul serio questi grandi squilibri.
Cosa proponete?
La mia tesi principale, sviluppata nella relazione che abbiamo presentato al G7, è che, per correggere questi squilibri, occorre correggere le politiche macroeconomiche che li generano.
Negli Stati Uniti si tratta di una spesa di bilancio eccessiva in un’economia in cui la domanda è già forte. In Cina, si tratta di una struttura degli investimenti distorta, orientata verso l’industria e le esportazioni a scapito dei servizi. I consumi delle famiglie cinesi sono compressi: troppi investimenti nell’industria manifatturiera e in alcuni settori tecnologici, ma non abbastanza nei servizi né nel consumo.
Se questi due modelli non riusciranno a ristabilire un equilibrio e se l’Europa non accelererà i propri investimenti produttivi e la propria crescita, gli squilibri persisteranno. Si accumuleranno quindi vulnerabilità finanziarie da un lato e tensioni commerciali dall’altro, il tutto difficile da gestire.
Pierre Wunsch, il suo articolo evoca un ritorno dell’«eurosclerosi» degli anni ’70-’80. Non è forse una diagnosi esagerata?
Pierre WunschIl nostro articolo si articola in due fasi: la ripetizione, poi la rottura. Si potrebbero copiare e incollare brani del rapporto Draghi nei rapporti degli anni ’70 o ’80: è la stessa storia di un’Europa in ritardo, troppo regolamentata, che innova e cresce troppo poco. Da quaranta o cinquant’anni, il dibattito europeo ripete gli stessi messaggi, con sempre la stessa risposta: «più Europa» e grandi progetti, senza mai risolvere davvero il problema.
Non è stato tutto negativo. Dopo le crisi petrolifere, abbiamo fatto una scelta chiara: il mercato unico, l’apertura commerciale, una politica di concorrenza rigorosa e nessuna politica industriale, perché i tentativi di salvare le vecchie industrie erano costati caro senza portare a risultati. Si è formato un consenso, sia a sinistra che a destra, per affidarsi ai mercati. La politica commerciale è stata delegata alla Commissione, che negoziava a nome degli Stati membri applicando i principi del libero scambio.
Ha funzionato piuttosto bene. In un mondo basato sulle regole, l’Europa – dove il processo decisionale è complesso, con 27 Stati membri, il Consiglio e il Parlamento – era nel suo elemento. Ci eccellavamo addirittura, al punto da esportare i nostri standard nel resto del mondo: è il cosiddetto «effetto Bruxelles».
Ma abbiamo continuato a perdere le onde dell’innovazione. La strategia di Lisbona avrebbe dovuto renderci il continente più innovativo del mondo; non lo siamo. Non figuriamo tra i «Sette Magnifici» e oggi, nel campo dell’intelligenza artificiale e della robotica, gli Stati Uniti e la Cina sono in testa, mentre l’Europa è, nella migliore delle ipotesi, terza. Resta da vedere se essere terzi sia poi così grave: dipenderà dalla struttura di questi mercati e dal fatto che l’intelligenza artificiale diventi o meno di uso comune.
Allora, cosa è cambiato?
Stiamo passando da un mondo basato sulle regole a un mondo transazionale. Ogni giorno ci pone di fronte a una serie di decisioni che non rientrano in alcuna regola, mentre l’Europa si colloca all’estremo opposto: da noi, tutto è regolato da norme.
Le scelte che ieri si sono rivelate efficaci non possono più essere applicate così come sono. Innanzitutto perché l’autonomia strategica ora include l’accesso alle terre rare. In secondo luogo, a causa delle nostre norme in materia di clima: produrre in modo decarbonizzato ci rende non competitivi in alcuni settori, in particolare nell’industria pesante.
Vogliamo quindi produrre laddove non disponiamo di un vantaggio comparativo naturale, cosa che una soluzione puramente di mercato non consente. Occorre trovare una via di mezzo, essere in un certo senso «a metà strada»: rispettare le regole in generale, ma disporre di strumenti per i casi in cui non potremo farlo, che si tratti di sovvenzioni, di politica industriale o di barriere commerciali. Il commercio deve continuare a basarsi su regole, con dei limiti alla politica industriale per evitare una corsa all’eccesso tra i paesi europei, ma a volte sarà necessario discostarsene. Tutta la difficoltà sta nel conciliare quarant’anni di rispetto delle regole con un presidente degli Stati Uniti come Donald Trump che ogni giorno inventa qualcosa di nuovo.
Bisogna assumere una posizione a favore dell’Europa?
È soprattutto necessario riaprire il dibattito sulla base di argomenti concreti. Il vecchio equilibrio non funziona più, ma non bisogna buttare via il bambino con l’acqua sporca: l’intervento deve rimanere eccezionale e disciplinato da regole chiare. Occorre poi valutare l’efficacia degli strumenti. Una preferenza per la produzione locale può essere pertinente in alcuni settori, ma non necessariamente in tutti. Spetta agli economisti confrontare gli strumenti caso per caso.
Come dovrebbe comportarsi l’Europa nei confronti degli Stati Uniti?
Per rispondere, farò un esempio. Donald Trump si reca in Scozia, vede delle turbine eoliche vicino al suo campo da golf, le detesta e pensa di imporre dazi doganali proprio per questo motivo. Per noi, le turbine eoliche vicino a un campo da golf non hanno nulla a che vedere con il commercio. Per lui, tutto è collegato a tutto. L’Europa ha sempre trattato il commercio, la difesa e l’ambiente come ambiti separati. Ma di fronte a qualcuno che gioca tutte le sue carte e dice a Zelensky «tu non hai le carte in mano», questo approccio non funziona più.
Bisogna trovare una via di mezzo, essere in un certo senso “a metà strada”: rispettare le regole in generale, ma disporre di strumenti per i casi in cui non potremo farlo.
Pierre Wunsch
Dobbiamo abbattere questi compartimenti stagni e costruire la nostra strategia, collegando difesa, commercio e ambiente, cosa che finora abbiamo fatto ben poco. Dobbiamo anche definire il nostro posizionamento geopolitico tra Stati Uniti e Cina, un esercizio che abbiamo a lungo evitato. La Russia sta facendo la guerra all’Ucraina, noi sosteniamo l’Ucraina e la Cina sostiene la Russia. In passato, questi temi rimanevano separati. Oggi sorge la domanda: possiamo ignorare il fatto che un paese che dovrebbe rispettare le nostre regole comuni sia anche il miglior alleato del nostro peggior nemico?
L’Europa dispone degli strumenti necessari per reagire?
Hélène ReyPer quanto riguarda il commercio, mi pronuncio a favore di un ordine maggiormente basato sulle regole. Abbiamo tratto vantaggio dall’ordine multilaterale sin dalla Seconda guerra mondiale, ed è facile sottrarsi ad esso quando si è il principale attore commerciale.
Ma fin dall’inizio, le norme del GATT e, successivamente, dell’OMC hanno riconosciuto che un libero scambio totale non sarebbe mai stato politicamente sostenibile. Gli afflussi improvvisi di importazioni possono causare danni troppo ingenti. Ecco perché tali norme prevedono delle clausole per far fronte a questa eventualità.
Esistono le ben note misure antidumping e quelle antisovvenzioni, piuttosto limitate, che coprono solo una piccola parte delle esportazioni cinesi. C’è soprattutto la clausola di salvaguardia che, nello spirito stesso del GATT, autorizza l’applicazione di dazi doganali o di contingenti di fronte a un afflusso di importazioni che danneggia l’economia. Diventata troppo onerosa da attuare, viene utilizzata sempre meno.
Il nostro rapporto propone di tornare a questo spirito originario e di facilitarne l’utilizzo. Essa protegge temporaneamente un’economia, il tempo necessario affinché questa si adatti. È inoltre non discriminatoria, poiché fedele al principio della nazione più favorita, e si applica a tutte le importazioni di un settore, il che la rende più accettabile dal punto di vista politico. È sul piano giuridico che rimane complessa ed è proprio lì che occorre migliorarla.
Gli Stati Uniti seguono un’altra linea, ma una parte considerevole del commercio mondiale non li riguarda. Se il resto del mondo si coordinasse, rispettasse le regole e le adeguasse nello spirito del GATT senza abbandonarle, queste tensioni sarebbero notevolmente ridotte.
E di fronte alla coercizione economica?
Hélène ReyÈ l’altro versante: il mondo in cui «posso costringervi perché dipendete da me». L’Europa deve proteggersi da questo rischio individuando i punti di strozzatura dell’economia mondiale, quei nodi chiave da cui dipendiamo. Si tratta, ad esempio, del dollaro nel sistema finanziario internazionale o delle terre rare e dei minerali critici necessari all’elettrificazione, che sono in gran parte controllati dalla Cina.
Si tratta di un’altra forma di difesa: diversificare gli approvvigionamenti con i propri alleati o produrre autonomamente per impedire che si creino tali dipendenze nelle nostre catene del valore. È ciò che si osserva attualmente, sia negli Stati Uniti che in Europa.
Non esiste un consenso europeo sulla Cina, e l’industria tedesca continua a tenere molto al proprio accesso al mercato cinese, anche se questo sta diventando sempre meno importante. Come procedere?
Pierre WunschÈ proprio questo che rende complesse queste questioni, anche se l’Europa disponeva già di alcuni strumenti. Per molto tempo questi argomenti non sono stati affatto discussi; ci eravamo abituati a questo sistema. Ora è necessario riconsiderare l’uso di questi strumenti.
Un giornalista giapponese mi ha chiesto di recente se l’Europa avrebbe escluso le imprese giapponesi dal proprio mercato in nome delle proprie regole. La situazione non è paragonabile. Concedersi del tempo di fronte alla concorrenza di numerosi paesi è una cosa; affrontare un unico paese molto grande che non rispetta le regole è un’altra.
La Cina non è un’economia di mercato e ha perseguito una politica industriale volta a dominare determinati settori. Il primo «shock cinese» ha colpito alcuni paesi, come il Portogallo, molto più del resto d’Europa. Oggi la Cina ha una politica industriale in ogni settore e non lo nasconde: vuole essere autonoma in tutti i campi e non importare più nulla.
Si discute se la Cina manipoli il proprio tasso di cambio, ma i dati cinesi presentano alcune zone d’ombra. Tuttavia, un paese non può avere un vantaggio comparativo in tutti i settori senza manipolare pesantemente la propria valuta. Se la Cina superasse tutti su tutti i fronti, ciò si rifletterebbe nei dati; per il momento, non è proprio così.
La mia posizione è quindi la seguente: costruiamo alleanze e manteniamo il libero scambio con i partner che rispettano le regole, ma la Cina è un caso a sé stante. Non bisogna agire con precipitazione, poiché queste scelte avranno delle conseguenze.
Il renminbi è quindi notevolmente sottovalutato?
Hélène ReySì, ma bisogna capirne il motivo. L’avanzo cinese è dovuto alla combinazione di politiche attuate a Pechino. Il settore delle esportazioni ha beneficiato di aiuti mirati. Parallelamente, una grave crisi immobiliare ha ridotto drasticamente i consumi delle famiglie, senza che venissero adottate misure di stimolo fiscale adeguate, in particolare nel settore dei servizi.
Abbiamo beneficiato dell’ordine multilaterale sin dalla Seconda guerra mondiale, ed è facile sottrarsi a esso quando si è il principale attore commerciale.
Hélène Rey
In un’economia che combina un immenso settore delle esportazioni con un consumo interno molto basso, l’unico equilibrio possibile passa attraverso un tasso di cambio reale fortemente sottovalutato. A farne le spese sono le famiglie: il loro consumo non è sostenuto e lo scoppio della bolla immobiliare ha ridotto in modo duraturo il loro patrimonio.
Perché Pechino non cambia rotta?
Gran parte della politica industriale viene decisa a livello regionale e i dirigenti locali sono incentivati a creare i propri “campioni”, in particolare nel settore dei veicoli elettrici. Tuttavia, i governi regionali traggono la maggior parte delle loro entrate dalla tassazione della produzione industriale locale. Quando un settore viene dichiarato prioritario, ogni regione cerca quindi di massimizzare la propria produzione, per poi ripetere il processo con il settore successivo.
Questo modello di governance è difficile da riformare, come ogni equilibrio consolidato, sia in Cina che in Europa o negli Stati Uniti. La sovrapproduzione che ne deriva deprezza il renminbi in termini reali, non tanto a causa del tasso di cambio nominale, che rimane abbastanza stabile, quanto piuttosto a causa della deflazione dei prezzi alla produzione, come avviene nel settore automobilistico. Non basterà quindi rivalutare la moneta: occorre affrontare la causa, ovvero l’insieme delle politiche.
Questo modello può durare?
Non all’infinito, e Pechino lo sa bene. A forza di esportare molto e importare poco, i mercati di sbocco si riducono, tanto più che le esportazioni hanno un peso sempre minore nell’economia cinese. Se il resto del mondo diventa più protezionista, come sta accadendo attualmente, la Cina si troverà di fronte a un ostacolo insormontabile. A ciò si aggiungono le preoccupazioni relative all’occupazione: i germi di un cambiamento esistono, resta da vedere come e quando.
La Commissione sta orientandosi verso una politica industriale più attiva. L’Unione dispone dei mezzi necessari?
Pierre WunschÈ proprio questo il problema del bilancio. In mancanza di margini a livello europeo, la politica industriale, non appena autorizzata, torna a essere gestita a livello nazionale. Nel settore siderurgico, ad esempio, la Commissione ha autorizzato gli Stati membri a sovvenzionare gli investimenti verdi. Risultato: il Belgio stanzia una somma modesta, la Germania 700 milioni. Si corre così il rischio di frammentare il mercato unico, poiché gli Stati si sostituiscono a un’Europa priva di mezzi.
Se il resto del mondo dovesse diventare più protezionista, come sta accadendo attualmente, la Cina si troverà di fronte a un ostacolo insormontabile.
Hélène Rey
Per agire nel modo giusto, bisognerebbe combinare strumenti commerciali e industriali, scegliendo il più efficace settore per settore, e dubito che l’attuale sistema lo consenta. Finché il bilancio europeo rimarrà al livello attuale, una politica industriale efficace a livello dell’Unione rimarrà molto limitata. Siamo costretti a scegliere strumenti compatibili con la mancanza di risorse finanziarie, che non sono necessariamente i migliori. Per questo motivo occorrerà affrontare anche la questione dei dazi doganali, senza escluderli a priori.
I tassi d’interesse stanno risalendo sui mercati obbligazionari. È forse un segnale premonitore di una crisi?
Direi che questo aumento deriva da una buona notizia: un’economia dinamica e una crescita degli investimenti. Resta da vedere se questi investimenti saranno redditizi. Dopo un lungo periodo di eccesso di risparmio a livello mondiale, siamo passati bruscamente a una carenza di risparmio, il che esercita una pressione sulle finanze pubbliche.
Siamo d’accordo sulla soluzione ideale: che gli Stati Uniti e la Cina riequilibrino il proprio risparmio e i propri investimenti. La vera domanda è questa: e se non lo facessero? L’instabilità aumenterebbe quindi in un contesto di tassi in rialzo. Sono preoccupato per i paesi, compresi quelli europei, che presentano ingenti deficit pubblici e non dispongono di alcun margine di manovra per assorbire uno shock.
Mi preoccupa inoltre l’equilibrio tra il mercato unico, gli obiettivi climatici e il libero scambio. Temo che alcune aziende chiudano stabilimenti in Germania o in Belgio per riaprirli negli Stati Uniti, in Medio Oriente o in Cina a causa della nostra politica climatica, senza che ciò comporti una riduzione delle emissioni globali. Si tratterebbe di un problema grave, innanzitutto per la Germania, ma senza dubbio anche per il Belgio.
Alcuni imprenditori mi hanno confidato che non acquistavano mai attrezzature cinesi, ma che la pressione era diventata troppo forte: i prodotti sono di buona qualità e costano circa un terzo del prezzo europeo. Come spiegare ai lavoratori che stanno perdendo il posto di lavoro a causa dei prodotti cinesi, mentre la Cina sostiene la Russia nella sua guerra contro l’Ucraina e accumula surplus colossali? A lungo termine, non avremo più una narrativa credibile e le conseguenze politiche sono preoccupanti. Siamo d’accordo sulla soluzione ideale, ma se questa rimane lontana, il periodo di transizione sarà politicamente molto pericoloso.
Quali sono i fattori alla base di questo aumento dei tassi?
Hélène ReySono molteplici. Il boom dell’intelligenza artificiale sta creando una forte domanda di investimenti, non solo negli Stati Uniti, ma anche in economie come quella della Corea del Sud. Per quanto riguarda i tassi a breve termine, l’inflazione rimane persistente a causa dei prezzi dell’energia e le banche centrali hanno dovuto reagire, come nel 2022.
Dal punto di vista dei mutuatari, l’economia mondiale ricorre ampiamente al credito: i giganti del cloud stanno crescendo molto rapidamente e gli Stati, a cominciare dagli Stati Uniti, contraggono prestiti su larga scala. Ciò potrebbe spingere i tassi al rialzo. Non si osserva ancora un effetto di spiazzamento marcato, ma è necessario tenerlo sotto controllo.
Se i capitali affluiscono negli Stati Uniti e l’intelligenza artificiale genera aumenti di produttività abbastanza rapidi, non c’è alcun problema: si sarà creato valore. Il pericolo sarebbe quello di assistere nuovamente a operazioni finanziarie opache, come nel 2007, che finiscono per crollare e provocare effetti a catena. È questo il rischio da tenere d’occhio.
Di fronte a Trump, Xi e Putin, è necessaria un’industria della difesa europea finanziata congiuntamente?
Pierre WunschIn linea di principio, non posso che essere d’accordo. Tuttavia, ho lavorato alla definizione delle esigenze comuni, fino ai caschi dei soldati, e passare ad acquisti collettivi tra 27 paesi mi sembra troppo ambizioso: era già molto difficile tra Francia e Germania. Diffido anche dell’idea di provare per cinque anni per vedere come va, poiché in alcuni settori i danni possono manifestarsi rapidamente. La mia cautela deriva anche da una politica commerciale che è stata percepita come troppo poco protettiva nei confronti dei perdenti della globalizzazione.
Il prestito congiunto potrebbe quindi essere una soluzione?
Non di per sé. Senza riforme strutturali, indebitarsi non risolve nulla. Occorre cercare nuovi strumenti di finanziamento piuttosto che trasporre a livello europeo gli strumenti nazionali. Non escluderei, ad esempio, l’introduzione di dazi doganali moderati, che garantirebbero una certa protezione e risorse per finanziare queste politiche. Più la politica industriale e quella della concorrenza saranno organizzate a livello europeo, meglio sarà; altrimenti, si ricadrà nel sistema dei «campioni nazionali».
Come spiegare ai lavoratori che stanno perdendo il posto di lavoro a causa dei prodotti cinesi, mentre la Cina sostiene la Russia nella sua guerra contro l’Ucraina e accumula surplus colossali?
Pierre Wunsch
Hélène ReyL’anno scorso, insieme ad alcuni colleghi, abbiamo proposto che una coalizione di paesi contragga prestiti congiunti per finanziare il recupero del ritardo nei settori della difesa aerea, del cloud militare e della tecnologia quantistica. Queste tecnologie hanno senso su scala europea: che senso ha avere un satellite in Germania e un altro in Francia? Esse beneficiano di economie di scala e sono spesso a duplice uso.
Il prestito comune finanzierebbe la fase di recupero, della durata di circa dieci anni. Successivamente, una volta estinto il debito iniziale, subentrerebbe un finanziamento strutturale, tramite un debito o un’imposta europea, per far fronte a esigenze più modeste.
A che punto è il dialogo all’interno del G7?
Il nostro primo compito era quello di formulare una diagnosi condivisa, cosa che non era affatto scontata. Alcuni vedevano in questi squilibri una questione di manipolazione dei tassi di cambio, mentre altri la consideravano una questione di politica industriale. Al termine di numerosi scambi, è emersa una diagnosi più condivisa: sono le combinazioni di politiche macroeconomiche a spiegarne la persistenza. Per quanto riguarda le risposte, ritrovare lo spirito delle regole e ridare spazio a questi strumenti ha, credo, ispirato in parte ciò che si sta facendo oggi. Non ce ne attribuiremo il merito, ma vi abbiamo contribuito, e il 2026 dovrebbe portare nuovi progressi.
Un debito comune rafforzerebbe il ruolo internazionale dell’euro?
Ne sono convinto. L’emissione di debito comune consente di creare un’attività sicura, il che può contribuire all’internazionalizzazione dell’euro. Entrano in gioco molte altre condizioni, in particolare la profondità dei mercati, ma l’interesse per queste tematiche è reale e sono in corso diverse iniziative. Sarà inoltre necessario garantire parità di condizioni competitive in materia di regolamentazione, sia per le banche che per gli operatori non bancari.
Il rischio si è spostato verso gli istituti finanziari non bancari, soggetti a una regolamentazione meno rigorosa rispetto alle banche?
I sintomi rimangono simili. Quando gli squilibri sono significativi, il rischio si nasconde da qualche parte nel settore finanziario: nelle banche, sui mercati obbligazionari o altrove. È quindi necessario tenerli sotto controllo per individuare dove una correzione dei prezzi potrebbe diventare sistemica e ripercuotersi sui cittadini.
Se un titolo quotato subisce una correzione e le perdite vengono ripartite tra gli investitori senza danneggiare il resto dell’economia, questo scenario è gestibile. Se invece gli operatori non bancari sono strettamente interconnessi con le banche e una loro difficoltà si propaga al sistema bancario, ci si ritroverebbe in una situazione simile a quella del 2007-2008, con conseguenze molto gravi.
È proprio questo che stiamo cercando di monitorare. Non è semplice, perché disponiamo di molti meno dati sul settore non bancario rispetto a quelli relativi alle banche: questa è una delle nostre principali lacune statistiche.
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