Autore: Rebecca Ballancin – Senior Researcher – G.E.O Economia
L’attuale contesto geopolitico è segnato da una profonda instabilità, in cui tensioni economiche, diplomatiche e sociali si intrecciano con il continuo peggioramento della crisi climatica. Per lungo tempo, il modello di sviluppo dei Paesi occidentali si è fondato sul presupposto di approvvigionamenti fossili continui e a basso costo: questa certezza è ormai svanita e ha lasciato invece il posto alla percezione che gli impegni ecologici costituiscano un onere insostenibile per la competitività industriale e per il benessere sociale.
La realtà evidenzia tuttavia una dinamica differente: lo United Nations Development Programme (1), sottolinea che la transizione energetica non è da intendersi come una semplice somma di vincoli ambientali, bensì come un cambio strutturale di paradigma, fondato su tre dimensioni interconnesse: la diversificazione delle fonti energetiche, in un pianeta in cui circa l’80% dell’energia deriva da fonti fossili (2); la promozione dell’innovazione tecnologica, inserita in un contesto di rapida trasformazione del mercato del lavoro e di profondi cambiamenti sociali; la salvaguardia della giustizia sociale, contrastando la povertà energetica e assicurando equità, inclusione e giustizia per tutti. In questa prospettiva, il concetto di decarbonizzazione non si esaurisce nella diminuzione netta delle metriche di emissione, ma ridefinisce l’intera organizzazione logistica ed economica, convertendo la dipendenza da combustibili esteri in una base produttiva autonoma e ad alta intensità di investimenti.
Questo percorso poggia su un quadro multilaterale consolidato, inaugurato dall’Accordo di Parigi del 2015 e dagli obiettivi dell’Agenda 2030 dell’ONU. Attualmente risponde a chiare proiezioni di mercato, dato che secondo gli scenari globali le fonti pulite sono destinate a coprire fino al 90% della generazione mondiale di energia entro il 2050(3). Su scala continentale, l’Unione Europea ha recepito questa direttrice stabilendo il target vincolante di raggiungere almeno il 42,5% di energia da fonti rinnovabili nei consumi finali lordi entro il 2030 (con l’aspirazione di toccare il 45%). All’interno di questa cornice comunitaria, l’Italia ha allineato i propri impegni programmatici notificando un obiettivo nazionale del 39,4%, una quota giudicata dalla Commissione Europea coerente con la formula di ripartizione comunitaria.
A fronte di questi vincoli normativi e di un’ambizione continentale senza precedenti, resta aperta la questione centrale per la tenuta del sistema europeo: quali sono i costi reali — finanziari, infrastrutturali e occupazionali — necessari per realizzare tale trasformazione, e in quale misura i ritorni economici e sistemici attesi possono garantire la competitività e la coesione del continente?
Quattro scenari per il 2060
Uno studio modellistico condotto nell’ambito del progetto europeo ManOEUVRE ha pubblicato un report con 4 possibili scenari concernenti il sistema energetico europeo fino al 2060, con l’obiettivo di portare consapevolezza e linee guida all’interno di un contesto geopolitico teso e complesso (4).
Questi scenari prendono in considerazione la complessità del mondo che ci circonda, facendo riferimento alla trasformazione delle dinamiche sociali, all’innovazione tecnologica e all’instabilità geopolitica ed economica: emerge chiaramente che partendo da presupposti e intenzioni diverse il risultato finale cambia radicalmente.
I primi due quadri presentati, EU trinity e NECP Essentials, presentano un contesto geopolitico instabile, un progresso tecnologico piuttosto lento e non ottimizzante e l’assenza di un disegno comune a livello continentale. Nel primo caso, l’Europa non riesce a raggiungere l’obiettivo di neutralità climatica al 2050 e la transizione è disomogenea ed incompiuta nei vari Stati membri, mentre nel secondo le strategie a lungo termine previste per il 2040 vengono seguite rigidamente ma non c’è un disegno comune a livello continentale.
Se i primi due scenari appaiono scoraggianti, gli altri due permettono di comprendere quali sono gli elementi necessari per favorire l’accelerazione del progresso energetico e sociale.
Lo scenario REPowerEU++, vede un’Unione Europea molto più coesa, che faccia fronte alle gravi tensioni geopolitiche internazionali: ciò comporta quindi una forte spinta all’indipendenza energetica. La neutralità carbonica viene ampiamente raggiunta entro il 2050 e si crea un sistema energetico resiliente alle incertezze esterne.
Infine, l’ultimo quadro proposto (Go RES) è senza dubbio quello ideale. Il modello prevede uno scenario caratterizzato da grande stabilità e cooperazione globale, una consapevolezza profonda e maggiori investimenti in tecnologia ed innovazione, un’accelerazione della domanda di elettrificazione e l’eliminazione dei combustibili fossili. Si assiste inoltre ad una crescita economica diffusa e la neutralità climatica viene anticipata al 2045.
Ora, è necessario notare come questi scenari migliorino (o peggiorino) in progressione: questo significa che tra lo scenario peggiore e quello ideale, ci sono delle fasi intermedie sicuramente più raggiungibili e implementabili. Realisticamente è possibile affermare che ad oggi ci troviamo tra il primo e il secondo quadro e auspicabilmente gli sforzi politici ed economici si devono dunque concentrare sull’implementazione del terzo scenario: una comunità europea coesa e resiliente, capace di far fronte alle incertezze mondiali e che assicuri indipendenza energetica e investimenti tecnologici. A differenza del Go RES, che richiede una cooperazione globale oggi difficilmente immaginabile, il REPowerEU++ si fonda su una leva già interna all’Unione, la coesione tra Stati membri, e su una spinta geopolitica — la riduzione della dipendenza da fornitori terzi — che il contesto attuale rende urgente. I meccanismi necessari, inoltre, sono in parte già attivi: gli obiettivi vincolanti al 2030 e i piani di potenziamento delle reti transfrontaliere costituiscono le fondamenta su cui questo scenario può costruirsi, a condizione che vengano attuati con coerenza e senza le frammentazioni nazionali evidenziate in precedenza.
I costi
- I costi dell’immobilismo
La valutazione degli investimenti per la transizione energetica non può prescindere dall’analisi dei costi derivanti dal mantenimento della situazione attuale. L’Energy Transition Monitor (5) segnala che i danni climatici globali sono già pari all’1% del PIL mondiale, circa 1.4 trilioni di dollari all’anno. In Europa, l’Agenzia Europea dell’Ambiente (6) dimostra che questa vulnerabilità si traduce in oltre 200 miliardi di euro di danni diretti provocati da eventi meteorologici estremi dal 2021 al 2024. A questo onere, si aggiunge un costante esborso di risorse verso l’esterno: nel solo 2023 l’UE ha speso oltre 430 miliardi di euro (7) per importare combustibili fossili, capitali che vengono sottratti agli investimenti interni.
Altro tassello importante riguarda la spesa dei consumatori in energia: l’International Energy Agency (8) riporta che nel solo 2022 la spesa energetica globale è ammontata a circa 10 trilioni di euro, un totale che corrisponde al 20% in più rispetto alla media dei 5 anni precedenti. Nello stesso anno, già una persona su 10 nell’Unione Europea (pari a circa 40 milioni di cittadini) non riusciva a riscaldare adeguatamente la propria casa. Il sistema energetico attuale è infatti caratterizzato da profonde disuguaglianze, anche all’interno di economie avanzate come quella europea: il 10% più povero spende circa un quarto del proprio stipendio in energia e trasporti, pur consumando circa la metà dell’equivalente 10% più ricco (9).
Appare dunque evidente come la situazione attuale non corrisponda ad uno scenario di prosperità ed equità, ma anzi delinei un contesto di forte dipendenza ed incertezza, che grava principalmente sui consumatori.
- I costi del cambiamento
Sul piano economico, gli investimenti di capitale costituiscono una delle principali sfide della transizione.
Secondo le stime del rapporto Draghi (10) per i quattro settori industriali a maggiore intensità energetica (prodotti chimici, metalli di base, minerali non metalliferi e carta), il progetto di decarbonizzazione prevede una spesa complessiva di 500 miliardi di euro nei prossimi 15 anni, a cui si aggiungeranno circa 100 miliardi di euro all’anno dal 2031 al 2050 per convertire i segmenti più complessi dei trasporti, come l’aviazione e il trasporto marittimo.
A questi costi si aggiungono i massicci investimenti sistemici infrastrutturali: la Commissione Europea (11) stima infatti che gli investimenti nel sistema energetico ammonteranno a circa 570 miliardi di euro all’anno nel decennio 2021-2030, trainati dall’installazione su larga scala di impianti rinnovabili, dalla riqualificazione immobiliare – il cui tasso annuo di ristrutturazione deve triplicare per centrare i target – e dal potenziamento delle reti elettriche transfrontaliere e degli stoccaggi.
Si tratta di un’imponente spesa, che altera la struttura dei costi nel breve periodo: come evidenziato da un’analisi condotta da Matteo Prina nel 2025 (12), ridurre le emissioni di CO2 del 55% entro il 2030, richiede un aumento temporaneo della spesa energetica totale del 15%. Tale incremento, sebbene momentaneamente oneroso, potrebbe avviare un circolo virtuoso di reinvestimento di capitale a livello locale, permettendo un aumento della spesa reinvestita dal 12% al 36%.
Accanto alla spesa diretta per la decarbonizzazione, emergono costi finanziari ed infrastrutturali indiretti altrettanto ingenti. Da un lato, la transizione comporta infatti una massiccia svalutazione di asset non ancora del tutto ammortizzati nelle industrie fossili ed automobilistiche tradizionali, unita all’onere per le imprese di rinnovare prodotti e macchinari. Dall’altro lato, la costruzione di reti ed impianti richiede grandi investimenti di resilienza preventiva da eventi meteorologici estremi o da carenze idriche. Il Rapporto Draghi stima che questo fabbisogno costi dai 750 agli 800 miliardi di euro annui di investimenti per l’intera economia europea per rilanciare la competitività e la transizione.
La criticità delle reti infrastrutturali emerge in maniera netta nel caso dell’Italia: come evidenziato dalla Commissione Europea, il Paese non riesce a fare in modo che almeno il 15% della propria capacità elettrica sia collegata con i Paesi confinanti, rendendolo di fatto più isolato e peggiorando lo scambio di energia a basso costo. A ciò si sommano le difficoltà nel ridurre i consumi: le proiezioni italiane prevedono consumi energetici ancora troppo elevati rispetto agli obiettivi raccomandati dall’UE, collocando il Paese tra i pochi Stati membri che rischiano concretamente di non centrare i propri target vincolanti di riduzione delle emissioni al 2030 nei settori chiave di trasporti, edilizia e riscaldamento.
Infine, è necessario prendere in considerazione quello che il Rapporto Draghi definisce come lo snodo fisico più critico, ovvero la frammentazione delle infrastrutture di rete. Circa il 40% delle reti di distribuzione europee è stata creata ed installata più di 40 anni fa: il loro adeguamento ai flussi rinnovabili richiede dunque investimenti compresi tra i 375 e i 425 miliardi di euro nella sola distribuzione entro il 2030. Tuttavia, il loro mancato o ritardato potenziamento comporterebbe costi ancora più onerosi e deleteri: senza reti adeguate, i costi per compensare la saturazione delle linee e permettere di bilanciare il sistema rischiano di toccare i 50-100 miliardi di euro all’anno fino al 2040, ovvero oltre venti volte i livelli del 2022.
Sul fronte sociale, la transizione energetica è spesso percepita attraverso la lente del lavoro perso più che di quello creato. A livello macroeconomico aggregato in realtà, si assiste all’esatto contrario: le simulazioni di Eurofound (13) stimano un saldo netto positivo di circa 204mila posti di lavoro nell’UE nel 2030, trainato da edilizia, installazioni impiantistiche e servizi. Nell’Unione Europea, il settore delle rinnovabili impiega già 1,8 milioni di persone.
Nonostante questo dato incoraggiante, le problematiche legate al mondo del lavoro esistono e fanno riferimento a due grandi temi: l’asimmetria geografica e il divario di competenze. Nel primo caso si fa riferimento alla concentrazione di perdita di posti di lavoro in specifici bacini mono-industriali legati al carbone, all’estrazione fossile o alla chimica pesante; la criticità risiede nel disallineamento territoriale: mentre le perdite si concentrano in distretti storicamente dipendenti dalle fonti fossili, le nuove opportunità verdi nascono altrove e in modo frammentato, impedendo un riassorbimento immediato dei lavoratori licenziati nelle medesime aree. Il secondo caso invece, quello relativo al divario di competenze, ha a che vedere con la difficile e lenta riqualificazione della forza lavoro in uscita dai settori tradizionali a fronte di una carenza di manodopera tecnica qualificata.
A ciò si aggiunge una scarsa preparazione delle politiche nazionali: nella valutazione dei piani finali aggiornati infatti, la Commissione Europea sottolinea che gli Stati membri trattano l’impatto sociale in maniera superficiale. Mancano infatti definizioni univoche di povertà energetica, analisi d’impatto dettagliate e sostegno finanziario adeguato. Tale debolezza coinvolge direttamente anche il contesto italiano: come rilevato dalla Commissione Europea, i calendari di uscita dai combustibili fossili indicati dall’Italia nel piano nazionale non risultano ancora pienamente coerenti con i Piani Territoriali per la Transizione Giusta (TJTP) (14) . Parallelamente, la mancanza di metriche precise sulla vulnerabilità abitativa rischia di esporre le famiglie a basso reddito ai rincari tariffari prima ancora che possano beneficiare di veri e propri interventi di riqualificazione.
I benefici
Sebbene i costi sembrino piuttosto elevati e difficili da sostenere, è essenziale ricordare che i benefici che deriverebbero dalla transizione energetica andrebbero a compensare in misura più che proporzionale gli investimenti realizzati.
Come sottolineato a più riprese nel Rapporto Draghi, la decarbonizzazione offre un’opportunità unica all’Europa, permettendo di ridurre i prezzi dell’energia e di assumere la guida delle clean tech, diventando allo stesso tempo più stabile e sicura sul piano energetico.
A livello macroeconomico, è possibile notare come nel periodo 1990-2023 l’UE abbia ridotto del 37% le emissioni di gas serra; nello stesso periodo il PIL comunitario è cresciuto del 68%. Parallelamente, le simulazioni macroeconomiche del Max Planck Institute (15) dimostrano che anticipare di dieci anni il raggiungimento della neutralità climatica in Europa, realizzandola al 2040 anziché al 2050, comporterebbe un beneficio economico netto compreso tra 100 e 600 miliardi di euro lungo il trentennio 2020–2050. Una forbice così ampia dipende dal prezzo futuro del gas e del petrolio: il risparmio tocca il picco di 600 miliardi se le quotazioni fossili restano alte e instabili come nel triennio 2021–2023, mentre si riduce nel caso in cui i prezzi dei combustibili fossili importati diminuiscono tornando stabilmente ai livelli pre-crisi.
Tali dinamiche trovano riscontro nelle proiezioni dell’Agenzia Internazionale dell’Energia (16) per le economie avanzate: lo scenario Net Zero – modello in cui la totalità delle emissioni residue viene azzerata tramite massima elettrificazione, efficienza e assorbimento naturale entro il 2050 – prevede che entro il 2035 la spesa energetica totale a carico dei consumatori risulti inferiore del 20% rispetto allo scenario inerziale delle politiche correnti (STEPS)(17). L’efficienza dell’elettrificazione abbatte infatti il fabbisogno complessivo di energia primaria, compensando gli investimenti infrastrutturali iniziali con bollette strutturalmente più leggere e stabili nel medio periodo.
Fonte: : IEA (2021) Net Zero by 2050; IEA (2024) A Net Zero Roadmap; IEA (2024) World Energy Outlook; IEA (2025) Global Energy Review.
Dal punto di vista della competitività globale invece, la Commissione Europea ha affermato che il mercato globale per la produzione industriale di tecnologie pulite triplicherà entro il 2035, raggiungendo un valore annuo di circa 1,9 trilioni di euro: è dunque necessario investire nella transizione interna per poter offrire alle imprese la base produttiva per competere sui mercati esteri. Attualmente, la Cina detiene un netto vantaggio competitivo su fotovoltaico e batterie grazie ad economie di scala e costi inferiori: proprio per questo però, l’Europa non può limitarsi ad importare tecnologia da paesi terzi, ma deve dotarsi di una base manifatturiera interna e solida per evitare di sostituire una dipendenza fossile con una dipendenza tecnologica.
A questi guadagni si aggiunge un beneficio spesso sottovalutato: la riduzione dei costi sanitari legati all’inquinamento atmosferico. L’Agenzia Europea dell’Ambiente stima che inquinamento dell’aria, dell’acqua e del suolo generino nell’Unione Europea costi economici compresi tra 300 e 400 miliardi di euro all’anno, tra spese sanitarie dirette, giornate lavorative perse e mortalità prematura — quest’ultima responsabile da sola di circa 350 mila decessi annui in Europa. Decarbonizzare il sistema energetico significa dunque anche liberare risorse pubbliche oggi assorbite dalla cura delle patologie respiratorie e cardiovascolari legate alle emissioni.
Guardando invece al piano microeconomico, ci sono molte evidenze dei benefici creati dalla transizione energetica: ad esempio, nel triennio 2021-2023 i nuovi impianti eolici e solari hanno permesso ai consumatori di risparmiare circa 100 miliardi di euro (18), mentre nel 2025, i veicoli elettrici in Europa hanno evitato il consumo di 67 milioni di barili di greggio, un dato che si è tradotto in un taglio della spesa per importazioni petrolifere pari a 4.1 miliardi di euro (19). Paese particolarmente virtuoso a livello di energia verde è la Spagna: le rilevazioni della BCE nella prima metà del 2024, hanno dimostrato che, se si confrontalo scenario in cui la quota di rinnovabili fosse rimasta ai livelli del 2019 e la situazione attuale, si è verificata una diminuzione del 40% dei prezzi all’ingrosso dell’elettricità (20).
Tuttavia, è importante ricordare che questi enormi benefici non sono automatici, nè tanto meno immediati, ma sono invece il risultato di una pianificazione congiunta tra decarbonizzazione e politica industriale, come richiesto dal Rapporto Draghi: per questo è necessario superare l’inerzia e la frammentazione dei piani nazionali che spesso rallentano le riforme o mantengono sussidi fossili inefficienti. Parallelamente è essenziale un grande impegno e partecipazione da parte di tutta la società, in modo che i consumatori possano passare da soggetti passivi a parte attiva in questo cambio di paradigma: la transizione genera infatti benefici reali solo se è condivisa e percepita come un progetto sociale equo e necessario.
Conclusione
Il bilancio tra investimenti iniziali e benefici sul lungo termine, evidenzia come la transizione energetica non sia un gioco a somma zero, né tanto meno a perdita. Al contrario, permette di evidenziare la necessità di trasformare l’esborso di spesa corrente destinata agli idrocarburi in capitale fisso infrastrutturale interno, capace di stimolare il tessuto locale e ridurre in modo stabile e duraturo i costi industriali.
In questa prospettiva, la mappatura degli scenari al 2060 traccia un monito inequivocabile: l’inerzia e la frammentazione di decisori politici e leader non fanno altro che perpetuare un approccio rigido e disarticolato dei singoli piani nazionali, rendendo l’intero sistema energetico fino al 25% più costoso sul lungo periodo. Parallelamente, mercati divisi e poco collaborativi porterebbero al fallimento degli obiettivi di Parigi, con conseguente perdita di competitività. L’unica traiettoria realistica ed economicamente vantaggiosa coincide quindi con l’allineamento di RePowerEU++, scenario che permetterebbe di trasformare la decarbonizzazione in un pilastro di sovranità geopolitica.
Affinché ciò avvenga, è necessario che l’agenda europea si concentri sull’ammodernamento delle linee di distribuzione per valorizzare il costo marginale nullo delle rinnovabili, sul sostegno di investimenti massicci per un approccio comunitario e coeso, e sulla tutela di fette della popolazione esposte a povertà energetica.
La transizione non è dunque un vincolo ecologico astratto: se guidata da una politica industriale comunitaria e da infrastrutture condivise, essa costituisce una leva strategica per riconquistare autonomia e prosperità economica.
1 United Nations Development Programme (UNDP), «What is a sustainable energy transition and why is it key to tackling climate change?», Climate Promise, 2023, https://climatepromise.undp.org/news-and-stories/what-sustainable-energy-transition-and-why-it-key-tackling-climate-change
2 Ibidem
3 Ibidem
4 Hanto, J., Löffler, K., Barani, M., Moskalenko, N., Herpich, P., Diesing, A., & Dupke, R. (2024). Description of data inputs and modelling assumptions used for the EU-EnVis-2060 Scenarios (Deliverable D1.2, Project ManOEUVRE – CETPartnership). Technische Universität Berlin & NTNU.
5 Energy Transitions Commission (ETC), Energy Transition Monitor 2026, Settembre 2026
6 European Central Bank (ECB), «Speech by Frank Elderson, Executive Board of the ECB.», European Central Bank Speeches, 2 luglio 2026.
7 European Commission, Communication from the Commission to the European Parliament, the Council, the European Economic and Social Committee and the Committee of the Regions: EU-wide assessment of the final updated national energy and climate plans – Delivering the Union’s 2030 energy and climate objectives, COM(2025) 274 final, Brussels, 27 maggio 2025.
8 International Energy Agency (IEA), Strategies for Affordable and Fair Clean Energy Transitions, IEA Flagship Report, Parigi, 2024.
9 Ibidem
10 Mario Draghi, The future of European competitiveness: A European competitiveness strategy, Commissione Europea, Bruxelles, Settembre 2024
11 European Commission, EU-wide assessment of the final updated national energy and climate plans, COM(2025) 274 final, cit.,
12 Matteo Prina, «Simulating energy scenarios: How much does the energy transition cost?», Eurac Research Magazine, 2025.
13 Eurofound, Fit for 55: Climate transition and employment impacts across EU regions and sectors., Publications Office of the European Union, Lussemburgo, 2023.
14 I Piani Territoriali per la Transizione Giusta sono dei documenti strategici approvati dalla Commissione Europea per accedere alle risorse del Fondo per la Transizione Giusta. Essi individuano le aree industriali e carbonifere più vulnerabili per finanziare interventi di riconversione economica e riqualificazione dei lavoratori.
15 Max Planck Institute for Dynamics and Self-Organization, PyPSA-Eur continental macroeconomic dispatch modelling: Assessing the economic dividends of accelerating net-zero targets from 2050 to 2040, 2024.
16 International Energy Agency (IEA), Strategies for Affordable and Fair Clean Energy Transitions, IEA Flagship Report, Parigi, 2024.
17 Con STEPS si intende uno scenario proposto dall’IEA che delinea l’evoluzione del sistema energetico basandosi unicamente sulle misure legislative già effettivamente approvati o in vigore, fungendo da benchmark inerziale rispetto agli scenari di decarbonizzazione più ambiziosi.
18 European Commission, EU-wide assessment of the final updated national energy and climate plans, COM(2025) 274 final, cit.,
19 ECB, «Speech by Frank Elderson, Executive Board of the ECB». cit.
20 ECB, «Speech by Frank Elderson, Executive Board of the ECB». cit.
Classificazione delle fonti
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Contenuto dell’informazione |
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1 |
Confermata |
Confermata da altre fonti indipendenti; logica in sé; coerente con altre informazioni sull’argomento |
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2 |
Presumibilmente Vera |
Non confermata; logica in sé; consistente con altre informazioni sull’argomento |
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3 |
Forse Vera |
Non confermata; ragionevolmente logica in sé; concorda con alcune altre informazioni sull’argomento |
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4 |
Incerta |
Non confermata; possibile ma non logica in sé; non ci sono altre informazioni sull’argomento |
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5 |
Improbabile |
Non confermata; non logica in sé; contraddetta da altre informazioni sul soggetto |
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6 |
Non giudicabile |
Non esiste alcuna base per valutare la validità dell’informazione |
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Affidabilità della fonte |
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A |
Affidabile |
Nessun dubbio di autenticità, affidabilità o competenza; ha una storia di completa affidabilità |
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B |
Normalmente Affidabile |
Piccoli dubbi di autenticità, affidabilità o competenza, tuttavia ha una storia di informazioni valide nella maggior parte dei casi |
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C |
Abbastanza Affidabile |
Dubbio di autenticità, affidabilità o competenza; tuttavia, in passato ha fornito informazioni valide |
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D |
Normalmente non Affidabile |
Dubbio significativo sull’autenticità, affidabilità o competenza, tuttavia in passato ha fornito informazioni valide |
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E |
Inaffidabile |
Mancanza di autenticità, affidabilità e competenza; storia di informazioni non valide |
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F |
Non giudicabile |
Non esiste alcuna base per valutare l’affidabilità della fonte |
Bibliografia
- European Commission, Communication from the Commission to the European Parliament, the Council, the European Economic and Social Committee and the Committee of the Regions: EU-wide assessment of the final updated national energy and climate plans – Delivering the Union’s 2030 energy and climate objectives, COM(2025) 274 final, Brussels, 27 maggio 2025, https://eur-lex.europa.eu/legal-content/EN/TXT/?uri=CELEX%3A52025DC0274 (A-1)
- Hanto, J., Löffler, K., Barani, M., Moskalenko, N., Herpich, P., Diesing, A., & Dupke, R. (2024). Description of data inputs and modelling assumptions used for the EU-EnVis-2060 Scenarios (Deliverable D1.2, Project ManOEUVRE – CETPartnership). Technische Universität Berlin & NTNU. https://doi.org/10.5281/zenodo.13710869 (A-2)
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