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Chi si prenderà cura di una popolazione che invecchia? E, soprattutto, chi si prenderà cura di chi oggi dedica una parte della propria vita ad assistere un genitore anziano, un figlio o un familiare con disabilità?
Sono le due domande che hanno attraversato l’incontro “Chi si prende cura di noi?”, ospitato mercoledì 30 settembre a Materia nell’ambito del percorso “Il valore del vicino” promosso da Confartigianato Imprese Varese.
Una serata nata per parlare di non autosufficienza e caregiver familiari, ma che ha finito inevitabilmente per toccare molti dei punti deboli del sistema della cura: l’invecchiamento della popolazione, la carenza di assistenti familiari, la difficoltà di orientarsi tra servizi e prestazioni, il peso economico sostenuto dalle famiglie, il ruolo delle imprese e del volontariato e la necessità di mettere realmente in comunicazione pubblico, Terzo settore e società civile.
Una società che invecchia e una cura che entra nelle case
Il punto di partenza sono stati i numeri illustrati da Sara Bartolini di Confartigianato Imprese Varese. Nel territorio di Varese e Como l’aumento della longevità procede insieme alla crescita della popolazione anziana e delle situazioni di fragilità. Una parte sempre più importante dell’assistenza si svolge inoltre al domicilio.
È qui che la questione demografica smette di essere una statistica e diventa un problema quotidiano. Perché dietro ogni persona non autosufficiente che rimane nella propria abitazione deve esserci qualcuno che organizza visite, terapie, pratiche amministrative, spostamenti e assistenza quotidiana.
Le stesse Cure Domiciliari di ATS Insubria prevedono, tra le condizioni per l’accesso, la presenza di una rete familiare formale o informale di supporto. Il domicilio è dunque uno dei luoghi centrali della cura, ma proprio per questo la disponibilità di una rete attorno alla persona diventa decisiva.
Nel frattempo diminuisce la disponibilità di colf e assistenti familiari e cambia anche il loro modo di lavorare. Una trasformazione che Carmela Tascone, presidente del Patronato Acli di Varese, osserva direttamente. «L’evoluzione è stata un passaggio abbastanza importante dalla convivenza alla prestazione a ore» ha spiegato. Secondo l’osservatorio del patronato, la disponibilità alla convivenza raggiunge ormai a malapena la metà delle assunzioni seguite.
Dietro questo cambiamento c’è anche una questione che riguarda la dignità del lavoro di cura. «Non possiamo pensare di vivere sempre sul fatto che queste persone rinuncino al loro progetto di vita perché devono essere al servizio delle nostre situazioni familiari», ha sottolineato Tascone.
La domanda, quindi, diventa anche un’altra: come rendere il lavoro dell’assistente familiare una professione riconosciuta, qualificata e sufficientemente attrattiva?
Quando il welfare diventa familiare
Una delle espressioni più nette della serata è arrivata da Giacomo Licata dello Spi Cgil di Varese: «Il welfare oggi è familiare». Il senso è semplice: quando arriva la non autosufficienza, una parte consistente della risposta continua a ricadere sulla famiglia. E all’interno della famiglia, molto spesso, sulle donne.
Secondo Licata il problema nasce dal fatto che «abbiamo un welfare pensato per un’Italia che non esiste più». La struttura demografica è cambiata profondamente, mentre il sistema di protezione sociale fatica ad adeguarsi con la stessa velocità.
Il tema è anche culturale. La cura viene ancora associata prevalentemente alle donne e per cambiare questa impostazione, ha sostenuto Licata, bisogna partire dall’educazione e contemporaneamente ridisegnare le politiche sociali.
Non si tratta però soltanto di riconoscere il caregiver. In Lombardia la figura è oggi espressamente riconosciuta dalla normativa regionale come soggetto che si integra con servizi sociali, sociosanitari e sanitari e partecipa al percorso di assistenza della persona. La questione posta durante l’incontro riguarda ciò che viene dopo il riconoscimento: servizi, formazione, sostegni e una presa in carico che impedisca alla famiglia di rimanere sola.
La cura è entrata anche nelle imprese
È proprio da questa constatazione che nasce la scelta di Confartigianato Imprese Varese di occuparsi di un tema apparentemente lontano dalle tradizionali questioni d’impresa. «Prima di essere imprenditori siamo anche noi persone», ha ricordato il presidente Paolo Rolandi. «Siamo figli di genitori che invecchiano, abbiamo collaboratori che hanno questo tipo di problemi, sappiamo che cosa vuol dire affrontare in solitudine la problematica di trovare una badante in maniera urgente».
La sintesi scelta da Rolandi è che «l’impresa entra come pezzo del sistema di cura di una comunità». Perché il caregiver può essere il dipendente che deve assistere un genitore, ma può essere anche lo stesso titolare dell’azienda. Permessi, congedi, flessibilità e welfare aziendale non sono più quindi questioni marginali rispetto all’organizzazione del lavoro.
Da qui l’idea che anche le imprese possano entrare in una rete territoriale più ampia, non sostituendosi al pubblico ma contribuendo a intercettare bisogni che ormai entrano quotidianamente nei luoghi di lavoro.
Chi si prende cura di chi cura?
La domanda riguarda anche chi della cura ha fatto una professione. Maurizio Martegani, presidente di Federsolidarietà Confcooperative Insubria, ha richiamato l’attenzione sulle condizioni degli operatori delle cooperative sociali: lavoratori che a loro volta invecchiano e che svolgono professioni ad alto impatto emotivo e relazionale.
Per continuare a prendersi cura degli altri servono, ha spiegato, «una dignità nel proprio lavoro», anche economica, servizi di welfare e strumenti come la supervisione psicologica e pedagogica. Ma serve soprattutto non perdere il significato del lavoro di cura: «Il senso vero del suo lavoro è la dignità della persona».
Una riflessione che durante il dibattito ha trovato una testimonianza particolarmente significativa nelle parole di un’assistente familiare presente in sala. Una professionista italiana che lavora soprattutto con persone con Alzheimer, Parkinson e decadimento cognitivo e che ha ricordato un aspetto spesso dimenticato: anche chi assiste può soffrire.
Quando muore una persona accompagnata magari per mesi o anni, ha raccontato, il rapporto non scompare insieme al contratto di lavoro. Anche l’assistente familiare può avere bisogno di essere accompagnata nell’elaborazione di quella perdita.
Anche il volontariato invecchia
Alla crisi demografica si aggiunge quella del volontariato. Martino Villani, direttore del Csv Insubria, ha spiegato che non è corretto sostenere semplicemente che i giovani non vogliano più impegnarsi. Sono cambiate piuttosto le loro vite e le modalità della partecipazione.
Le emergenze riescono ancora a mobilitarli rapidamente, mentre è più difficile costruire una disponibilità continuativa attorno a temi come anzianità, disabilità e non autosufficienza. Il problema diventa allora accompagnare i giovani alla cittadinanza attiva attraverso scuola, servizio civile e altre esperienze. Ma anche qui non basta invocare genericamente la “rete”.
Per Villani oggi occorre parlare soprattutto di collaborazione e coprogettazione, mettendo insieme soggetti che possiedono competenze differenti. «Chi può guidare la rete? Chi è capace, chi ha le competenze».
Una rete che esiste sulla carta ma che le famiglie faticano a vedere
È stato probabilmente questo il punto sul quale interventi dei relatori e testimonianze del pubblico hanno trovato la maggiore convergenza. Il territorio non è privo di servizi. Il problema è che per chi entra improvvisamente nel mondo della non autosufficienza è spesso difficilissimo capire dove andare.
Una caregiver presente tra il pubblico ha descritto il sistema come una «giungla»: prestazioni e opportunità vengono spesso conosciute attraverso il passaparola. Un’altra donna, sorella di una persona con disabilità grave, ha raccontato invece il peso della burocrazia anche per operazioni apparentemente semplici, come ottenere la sostituzione di una carrozzina. È una fragilità che diventa doppia: alla fatica fisica ed emotiva della cura si aggiunge quella necessaria per capire a chi rivolgersi.
Sul territorio esistono già tentativi di rispondere al problema. Durante l’incontro è stata portata l’esperienza dei Centri per le Famiglie, pensati proprio per informazione, orientamento e accompagnamento. ATS Insubria ne indica attualmente tredici sul proprio territorio, con attività che comprendono anche orientamento e supporto ai caregiver e interventi per la conciliazione tra vita e lavoro.
Anche le Case di Comunità sono state più volte richiamate durante la serata come uno degli snodi attorno ai quali costruire l’assistenza territoriale. ATS Insubria le inserisce nella nuova rete destinata a garantire maggiore accessibilità e continuità dell’assistenza. La domanda sollevata dalla platea rimane però concreta: le persone sanno che questi servizi esistono e sanno come raggiungerli?
Non basta dire “facciamo rete”
Tascone ha posto il problema in termini ancora più ampi. La rete, ha spiegato, non dovrebbe limitarsi a mettere insieme soggetti chiamati a intervenire quando il bisogno è già esploso. Chi quotidianamente incontra famiglie, anziani, caregiver e persone con disabilità dovrebbe anche contribuire a leggere ciò che sta cambiando nella società e portare questa conoscenza alle istituzioni.
Licata ha indicato nei Piani di zona e nella contrattazione sociale luoghi che già esistono e che potrebbero svolgere questa funzione: non necessariamente nuovi tavoli, dunque, ma strumenti esistenti da rendere realmente operativi.
Martegani ha invece invitato il mondo della cooperazione a recuperare la capacità di sperimentare: non limitarsi a gestire unità d’offerta già definite, ma costruire risposte nuove sulla base dei bisogni che emergono.
E Villani ha ricordato che la coprogettazione prevista dalla riforma del Terzo settore attribuisce agli enti sociali un ruolo nella costruzione degli interventi insieme al pubblico. Una collaborazione che, tuttavia, richiede competenze, tempo e risorse.
Dal pubblico la richiesta di non dimenticare l’empatia
Tra gli interventi più intensi della serata c’è stato quello di un uomo con disabilità che ha richiamato un elemento difficile da racchiudere in una norma o in un bilancio: l’empatia.
Non basta organizzare servizi, ha sostenuto. Occorre educare alla disabilità e alla capacità di mettersi nei panni dell’altro, a partire dalla scuola. Un richiamo che ha riportato la discussione al significato più profondo della domanda scelta come titolo dell’incontro.
Perché “chi si prende cura di noi?” non riguarda soltanto chi oggi ha una disabilità o una persona anziana da assistere. Riguarda una società nella quale aumenta il numero di persone che avranno bisogno di aiuto mentre diminuiscono quelle che, almeno secondo i modelli tradizionali, potrebbero garantirlo.
La risposta emersa da Materia non è una soluzione unica. È piuttosto l’indicazione di una strada: uscire dall’idea che la non autosufficienza sia una faccenda privata della famiglia.
Pubblico, cooperative, volontariato, sindacati, patronati e imprese possiedono ciascuno un pezzo della risposta. Il problema è trasformare quei pezzi in un percorso comprensibile per chi, magari da un giorno all’altro, scopre di essere diventato caregiver. Perché è proprio quando arriva quel momento che una famiglia non dovrebbe essere costretta a chiedersi da sola da quale porta cominciare.
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