Benzina e diesel sempre più cari, bollette di luce e gas alle stelle, spread in salita. Il costo della vita aumenta e la preoccupazione degli italiani anche. Ieri è arrivata la notizia di un salto in avanti dell’inflazione, che da agosto a settembre passa dal 3,3 al 4,2%. Sono numeri che dicono poco, ma se andate a comprare frutta e verdura al mercato o al supermercato, ve ne accorgerete. E comunque, questi altri numeri forse chiariscono il quadro: secondo l’Unione nazionale consumatori, questo aumento equivale per una coppia con due figli a un salasso di 1.516 euro in più all’anno (senza figli, «solo» di 1.122 euro).
Oggi, insomma, non cominciamo bene (non per colpa nostra) e dobbiamo proseguire su binari non propriamente ottimistici: con il mancato dirottamento nel volo Dubai-Tel Aviv, che potrebbe essere un fallito atto di terrorismo.
Comunque sia, benvenuti a Prima Ora di giovedì 1 ottobre 2026.
Mettiamo giù qualche dato, a cominciare da quello generale che vede, secondo l’Istat, salire l’inflazione dello 0,7% in un solo mese. Il dato annuo, 4,2%, è il valore più alto da tre anni. Peggio di Francia e Germania. Come direbbe il Leporello del Don Giovanni, il catalogo è questo:
- Beni energetici: dal +17,1% di agosto al +22,3% di settembre, su base annua
- Alimentari non lavorati: da +3,8% al +5,5%
- Servizi ricreativi, culturali e per la cura della persona: da 2,6% al 2,9%
- Servizi di trasporto: da 0,8% all’1,6%.
- Gas sul mercato tutelato: da +31% a +47%
- Elettricità sul mercato tutelato: stabile al +9,7%
- Gas sul mercato libero: da 11,3% a +16.7%
- Elettricità sul mercato libero: da 18,6% a +21,5%
- Gasolio per mezzi di trasporto (diesel): da +26,7% a +34,9%
- Gasolio per riscaldamento: da +31,8% a +38,5%
- Benzina: da +16,3% a +21,8%
- Che fare? Alcune compagnie petrolifere, come è noto, hanno messo un tetto ai prezzi. Sono Eni e Ip, e da oggi anche Q8. Un intervento frutto anche della «moral suasion» del governo e che ha fatto calare, sia pure di poco, il prezzo dei carburanti: in città la benzina ha un prezzo medio di 2,111 al litro, mentre il diesel è di 2,316. Come ci racconta Marco Galluzzo, la premier da tempo è impegnata in un tour de force diplomatico per provare a convincere i leader di altri Paesi, che controllano le compagnie, a contenere i prezzi. Meloni ha anche confermato la sua partecipazione a Riad, a fine ottobre, al primo incontro ad alto livello fra l’Ue e i Paesi del Golfo persico, dopo quello di Bruxelles del 2024.
- Nel frattempo, se volete capire se cambiare fornitore, leggete qui.
- La minaccia Secondo il Financial Times, Donald Trump potrebbe decidere di tagliare l’esportazione di diesel: noi dipendiamo per una quota importante dal gasolio americano e quindi sarebbe un disastro. Ma non è tutto: secondo alcune ipotesi, potrebbe decidere di bloccare anche l’esportazione di petrolio e di gas naturale.
- Giorgia Meloni La premier ha annunciato che scriverà alla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen per chiedere la possibilità di fare nuova spesa, in extra deficit. La richiesta, in sostanza, è di rivedere la quota di flessibilità per le spese in difesa, riducendole a favore del caro carburanti. Da segnalare che il ministro Guido Crosetto aveva chiesto di non tagliare fondi alle missioni all’estero. Meloni ha spiegato: «Noi crediamo che a fronte di una crescita inflazionistica dovuta al caro energia a livello globale, sia necessario riconoscere agli Stati membri una flessibilità aggiuntiva per sostenere famiglie e imprese».
- Matteo Salvini Il leader della Lega prosegue sulla sua strada, quella di tassare gli extraprofitti, provvedimento al quale è fortemente contrario Forza Italia. Salvini ringrazia le compagnie petrolifere e rilancia: «Conto che ora si passi alla bolletta della luce e del gas. Nella Legge Bilancio sono sicuro che anche le grandi banche che stanno guadagnando decine e decine di miliardi grazie alle commissioni e gli interessi pagati dai cittadini, faranno lo stesso sforzo per decine di miliardi».
- Roberto Gualtieri Il sindaco dem di Roma, nelle vesti di presidente della Lega delle Autonomie locali italiane ha presentato una proposta: usare 5 miliardi di euro, spostandoli dalle accise, per potenziare il trasporto pubblico e garantire un abbonamento annuale a 50 euro per tutti gli italiani.
Il tentato dirottamento del Dubai – Tel Aviv
- Che cos’è successo Un volo partito da Dubai e diretto a Tel Aviv, due ore dopo la partenza segnala un’emergenza, trasmettendo il codice 7500, ovvero dirottamento. L’aereo perde quota e scende praticamente in picchiata: perde 14 mila piedi (4.267 metri) in meno di trenta secondi. Secondo le prime ricostruzioni, il co-pilota (di nazionalità omanita) accoltella il comandante, indiano, e prende i comandi. A quel punto un passeggero interviene e lo immobilizza e altri lo aiutano, disarmando l’uomo. Sul volo ci sono altri piloti fuori servizio, che prendono i comandi e conducono l’aereo per un atterraggio d’emergenza a Tabuk, in Arabia Saudita. In serata i passeggeri sono rientrati a Tel Aviv.
- Chi è l’attentatore Un collega del pilota attentatore lo ha descritto come «un estremista religioso che pregava tutto il tempo».
- Le testimonianze Un passeggero ha raccontato al premier Benjamin Netanyahu, all’aeroporto Ben Gurion, di avere bloccato l’aggressore: «Quando sono entrato ho visto il terrorista che era ai comandi, l’ho bloccato ed ho iniziato a trascinarlo fuori. Stava cercando di distruggere i comandi per poter disabilitare l’aereo». A quel punto ha tirato su la cloche, spiegando poi di avere imparato guardando una serie tv. La prima a intervenire, però, racconta Davide Frattini, è una donna, che dal bagno sente le urla e fa irruzione nella cabina, che era stata aperta dal comandante ferito (dall’11 settembre, per motivi di sicurezza, è bloccata dall’interno).
- L’italo-israeliano. Greta Privitera ha intervistato Daniel Schlichter, 60 anni, nato a Torino e abitante di Tel Aviv dal 1975. Che ha spiegato di avere aiutato i «tre eroi» che hanno bloccato l’attentatore, dando loro i fili degli auricolari per legarlo: «Non ci siamo sentiti al sicuro a lungo. Ci chiedevamo se altri piloti o assistenti di volo fossero coinvolti».
- Qui il video.
- Qui i precedenti, raccontati da Guido Olimpio.
- Le ipotesi Non ci sono ancora certezze, ma il ministro della Difesa Israel Katz si è detto sicuro: «È stato un tentativo di attacco jihadista. L’intento del terrorista era uno solo: far schiantare l’aereo con tutti i passeggeri». Bezalel Smotrich, ministro delle Finanze e leader dei coloni, spiega che «bisogna annientare l’organizzazione o lo Stato che voleva assassinare gli israeliani». Il premier Benjamin Netanyahu aveva allertato il Paese martedì di attentati in arrivo. Ma uno dei capi dell’opposizione Yair Lapid dice che «la minaccia a cui alludeva il premier non ha nulla a che fare con questo assalto».
Legge elettorale in Aula: gli scenari
Ieri c’è stata la discussione generale per la terza e definitiva lettura alla Camera della legge elettorale. Materia altamente infiammabile perché se non dovesse passare, silurata dai franchi tiratori, la premier ha già fatto sapere che potrebbe dimettersi e mandare tutti a casa. C’è chi pensa, nell’opposizione, che Giorgia Meloni non sarebbe poi così scontenta di andare a votare a gennaio con questa legge. Ci saranno comunque tre voti di fiducia e due voti segreti. Il voto finale è previsto per giovedì 8. Intanto Riccardo Magi, leader di +Europa, è in sciopero della fame, per protesta.
Ustica, forse non si archivia
La Procura di Roma ha ritirato la richiesta di archiviazione per la tragedia di Ustica del 1980 e il gip si è riservato di decidere. E’ la conseguenza dell’apertura degli archivi promessa dal governo di Emmanuel Macron, su sollecitazione della premier Giorgia Meloni. Cos’è successo quel giorno? Dopo aver parlato a lungo di «cedimento strutturale», un processo civile ha stabilito che l’aereo è stato abbattuto da un missile, ma un successivo processo penale ha definito «fantascienza» quella ricostruzione. E si è parlato anche di una bomba a bordo. Una delle ipotesi è che si volesse abbattere il leader libico Muammar Gheddafi, in volo lungo quella tratta, e ci sia stato un errore. Di chi? Della Francia? Non era l’unica potenza straniera potenzialmente interessata: ce n’erano altre, Stati Uniti, Gran Bretagna e Israele.
Il 29 settembre del 1906, a Milano, nacque la Cgl, Confederazione generale del lavoro: non un «sindacato di mestiere», scrive Enrico Marro, «ma una confederazione appunto, portatrice di una visione generale, ieri come oggi, di matrice socialista. Ecco perché il segretario della Cgil Maurizio Landini, celebrando alla Scala, alla presenza del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, i 120 anni del sindacato, non ha esitato a riproporre un cambiamento del modello economico e sociale, bocciando “la corsa al riarmo”, denunciando i pericoli “per la democrazia” e riproponendo, a margine della celebrazione, l’idea di una “rivolta sociale”, da realizzare attraverso la “partecipazione”, come avvenuto con la bocciatura del referendum sulla giustizia promosso dal governo Meloni». Landini ha rilanciato la mobilitazione della Cgil, che il 17 ottobre sarà in piazza a Roma con le oltre cento associazioni che aderiscono a «La via maestra», alleanza in difesa della Costituzione. All’uscita il capo dello Stato è stato salutato da una standing ovation della sala.
Schlein è pronta, ma la road map non c’è
«Sono pronta», dice Elly Schlein. A cosa? Da tempo si aspetta la road map, con il programma del Pd, la definizione del perimetro delle alleanze, uno schema di punti condivisi con le altre forze e le (eventuali) primarie per la scelta del candidato premier. Si aspetta, ma non arriva. Scrive Maria Teresa Meli: «Secondo la leader dem le primarie “vanno tenute più in là”. Praticamente quasi a ridosso delle elezioni politiche. Quanto al programma, anche quello non vedrà la luce troppo velocemente. Entro fine ottobre (e non prima) partiranno i tavoli. Anche su questo Schlein ha idee ben precise, come spiega ai dirigenti dem nella riunione della segreteria: “Il programma lo scriviamo con tutti. Pd-M5S-Avs e forze moderate e centriste”». Non solo con M5S e Avs, insomma, come vorrebbero Nicola Fratoianni e Giuseppe Conte.
La mediazione di Bettini: Kiev nella Ue ma non nella Nato
Goffredo Bettini, eminenza grigia del centrosinistra, interviene sul Corriere prendendo atto, innanzitutto, che «il Campo largo sembra paralizzato sulla questione Ucraina». La divisione è nota: il Pd è in maggioranza per l’invio di armi a Kiev, M5S per il no alle armi e per un pacifismo più spinto. Bettini prova una mediazione, anche se sembra più sulle posizioni di Giuseppe Conte che su quelle di Elly Schlein. Spiega che «la Russia ha aperto una guerra sciagurata e criminale» e che noi «avevamo l’obbligo di aiutare l’Ucraina». Ma, aggiunge, «dal giorno dopo, avremmo dovuto spingere per la trattativa, la via diplomatica per la pace». L’Europa, dice, «ha contribuito ad alimentare il clima guerresco», identificando «Putin con Hitler» e «invocando la vittoria finale su quel grande impero». Bettini vuole che sia «smontata l’alleanza dei “volonterosi”» e che tutta l’Europa cambi rotta. «Si lavori su una trattativa concreta con alcuni punti: “Tregua sulla linea del fronte. Una fascia smilitarizzata garantita da forze neutrali sotto la bandiera dell’Onu. Sì a l’Ucraina nell’Unione europea. No nella Nato”». Bettini cita l’atto finale di Helsinki del 1975 e spiega che Kiev «deve farsi carico della propria collocazione geopolitica». A quel punto, dice, «il centrosinistra deve uscire dal dilemma pressante, armi sì o armi no»: «Se si avvia un percorso vero, pattizio e di tregua, nel corso di esso è del tutto legittimo e opportuno sostenere la parte dell’Ucraina ancora libera, con armi difensive: che impediscano, nel corso della trattativa, ulteriori danni al popolo ucraino». Ammesso che la soluzione piaccia all’Ucraina, la variabile indipendente, naturalmente, è la disponibilità di Vladimir Putin. È la logica su cui si basa tutto il ragionamento, compreso quello di Conte: che l’autocrate russo voglia trattare e arrivare a un compromesso. Fino a oggi, non è sembrato affatto.
Regeni, lo Stato chiederà al Cairo il risarcimento
La via del governo nei rapporti con l’Egitto, dopo la condanna di tre funzionari dei servizi segreti per il caso di Giulio Regeni, è molto stretta. Impossibile rompere i rapporti diplomatici (vedi il pezzo di Francesco Battistini), come vorrebbe parte dell’opposizione, considerando gli stretti legami economici. Ma impossibile anche far finta di nulla e considerare, come ha fatto il ministro Antonio Tajani, i tre condannati come tre semplici cittadini. Per questo, il governo ora promette che insisterà con Il Cairo per ottenere le somme dovute all’Italia, parte civile al processo contro gli agenti della National security egiziana. I giudici hanno fissato a 150 mila euro i ristori destinati alla presidenza del Consiglio con una provvisionale «immediatamente esecutiva». Un misero ristoro, considerando anche che dei tre non si sa nulla e che l’Egitto non ha mai collaborato nel rintracciarli e individuare le responsabilità.
Sei nuovi Cpr in arrivo e stop ancora a Schengen con Madrid
Saranno costruiti sei nuovi Cpr, centri di rimpatrio per i migranti. Lo ha annunciato ieri il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi. «Ennesima iniziativa elettorale», protesta il presidente della Toscana, il dem Eugenio Giani: «I Cpr sono assolutamente inefficaci per le procedure di rimpatrio, che non si attivano se non ci sono convenzioni fra l’Italia e i rispettivi Paesi». In Campania è stata decisa una manifestazione nazionale il 24 ottobre a Castel Volturno, il paese dove il Viminale ha deciso di costruire il Cpr. Dal Viminale, intanto, hanno annunciato l’ennesima proroga di quindici giorni dello stop a Schengen, con il ripristino dei controlli alle frontiere con la Spagna.
Il capo dello Stato Sergio Mattarella ha emanato il decreto legge sulla scuola, che prevede il tetto agli stranieri e il divieto di coprirsi il volto in aula.
Diana Bianchedi si dimette da capo delegazione della Nazionale
L’ex schermitrice Diana Bianchedi, che era stata nominata da Giovanni Malagò fra le polemiche, ha comunicato la propria decisione di dimettersi da capo delegazione della Nazionale di calcio con una lettera: «Sono stati messi ingiustamente in discussione i miei valori». Il riferimento è a quello che era successo qualche ora prima, quando c’erano state le pesanti parole del ministro Andrea Abodi sul commissariamento della Federazione Italiana Pesistica.
Garlasco, la difesa di Garofalo
Sulla vicenda di Garlasco, la consulenza della anatomopatologa Cristina Cattaneo ha riscritto la dinamica dell’omicidio di Chiara Poggi. Il delitto, a quanto pare, si è protratto «per decine di minuti». Un lasso temporale che sarebbe incompatibile con la colpevolezza di Alberto Stasi, che però è stato condannato e ha trascorso molti anni in carcere. Segnaliamo anche l’intervista di Alfio Sciacca a Luciano Garofalo, che si difende dalle accuse: «C’è chi sta provando a demolire me e il Ris. Non abbiamo nascosto dati favorevoli a Stasi. I carabinieri non mi amano? È invidia».
Le opinioni
- Ernesto Galli della Loggia sostiene che l’Europa «ha smarrito il centro», assediata «dall’estremismo di destra e di sinistra».
- Aldo Cazzullo risponde a un lettore che sta rileggendo il celebre articolo di Oriana Fallaci, «La rabbia e l’orgoglio», pubblicato dal Corriere della Sera, e la replica di Tiziano Terzani. Chi aveva ragione? E cosa penserebbero oggi? «L’11 settembre – scrive Cazzullo – cominciò una guerra che – come aveva intuito Terzani – non è mai finita».
- Riccardo Luna nota che i timori di un’apocalisse sono migrati dalla questione climatica all’intelligenza artificiale e spiega che bisognerebbe tornare a parlare d’ambiente e di clima, ma «mettendo l’accento sulle soluzioni e sulla speranza».
- Rita Querzè si interroga su come affrontare il declino dei salari reali.
- Danilo Taino fa il punto sulla questione di Taiwan.
Il Caffè con Massimo Gramellini
«Il Dibba Club»
«Non condivido sempre quello che dice Di Battista, ma ho davvero apprezzato quello che ha detto a diMartedì, riguardo alla sua malattia. L’ironia dolente e umanissima con cui ha annunciato di essere entrato nel club di coloro che, visitati da un tumore, si chiedono “perché proprio a me?”. Soprattutto la totale assenza di retorica, particolarmente toccante in un tribuno che fin qui la retorica l’aveva sempre maneggiata con perizia, ma senza risparmio. Avrebbe potuto descriversi come un eroe della resistenza al cancro, un guerriero in lotta contro l’invasore. Sarebbe stata una scelta molto comune, molto “social”, ma anche molto avvilente per i malati che non guariscono e non per questo meritano di essere definiti dei deboli o dei perdenti. Invece Dibba ha riconosciuto la sua fragilità di fronte al mistero del male, auspicando che la forza assista non tanto lui, quanto i medici che lo hanno in cura. E non si è limitato a dirlo: guardandolo, si capiva che lo pensava sul serio.
Succede ormai così di rado di cogliere la sincerità nello sguardo di un essere umano: spesso sembriamo marionette mosse soltanto da orgogli e pregiudizi. Nel momento più difficile della sua vita, il Peter Pan dei Cinque Stelle si sta rivelando, forse anche a sé stesso, un uomo. Era talmente sincero quando parlava della sua malattia da avermi trasmesso la convinzione che lo sia anche quando parla di tutte le altre cose, comprese quelle su cui magari non andiamo d’accordo».
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