Intelligenza artificiale, Google e Amazon aumentano consumi


La corsa all’intelligenza artificiale sta accelerando, ma insieme ai nuovi modelli generativi e ai servizi digitali crescono anche i consumi energetici dell’innovazione. I grandi protagonisti del cloud mondiale stanno investendo miliardi per costruire l’infrastruttura necessaria all’AI, ma i loro stessi bilanci di sostenibilità mostrano un effetto collaterale sempre più evidente: più data center, più elettricità consumata e una pressione crescente sulle emissioni.

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Secondo quanto si legge su Il Sole 24 Ore, Google e Amazon, due dei principali fornitori globali dell’infrastruttura cloud su cui funzionano chatbot, applicazioni aziendali e sistemi di intelligenza artificiale, hanno chiuso il 2025 con consumi energetici in forte aumento. Entrambe le società rivendicano progressi su energie rinnovabili, efficienza dei server e tecnologie di raffreddamento, ma la crescita della domanda legata all’AI sta mettendo alla prova gli obiettivi climatici del settore tecnologico.

Google: domanda elettrica record per sostenere AI

Nel suo 2026 Environmental Report, Google segnala che nel 2025 la domanda di elettricità è aumentata del 37%, il più grande incremento annuale mai registrato dall’azienda. La crescita è stata trainata dall’espansione dell’infrastruttura necessaria per alimentare l’intelligenza artificiale, il cloud, il motore di ricerca, YouTube e gli altri servizi digitali del gruppo.


Sul fronte delle emissioni operative il bilancio appare più positivo: Google ha registrato una riduzione del 2%, grazie anche agli investimenti in energia pulita e agli acquisti di elettricità rinnovabile. Tuttavia, il quadro cambia guardando alla catena di fornitura: le emissioni indirette legate alla produzione di hardware e infrastrutture sono aumentate del 25%.

Il motivo è semplice: l’impatto ambientale dell’AI non riguarda solo l’elettricità consumata nei data center. A pesare sono anche la produzione di chip avanzati, server ad alte prestazioni, apparati di rete e tutte le infrastrutture fisiche necessarie per costruire la nuova generazione di sistemi digitali.

Amazon, più emissioni con l’espansione dei data center

Anche Amazon fotografa una situazione simile nel proprio 2025 Sustainability Report. Il gruppo ha dichiarato un’impronta carbonica complessiva di 80,85 milioni di tonnellate di CO2 equivalente, in aumento del 16% rispetto al 2024.

A crescere soprattutto sono state le emissioni legate all’elettricità acquistata, salite del 34%, spinte dall’espansione dei data center, dall’elettrificazione della rete logistica e dagli investimenti negli edifici. Le emissioni indirette della categoria Scope 3 hanno raggiunto 61,74 milioni di tonnellate, con un incremento del 20%.

Amazon sottolinea comunque i progressi sul fronte dell’efficienza: per i data center indica un Power Usage Effectiveness (PUE) medio globale di 1,14, un valore considerato elevato rispetto alla media del settore, e una Water Usage Effectiveness (WUE) di 0,12 litri per kWh di carico IT, a indicare una gestione più efficiente dell’acqua utilizzata per il raffreddamento.


L’AI cambia il ruolo dei data center

Per anni il settore tecnologico ha costruito la propria narrativa ambientale intorno a un principio: la digitalizzazione avrebbe potuto ridurre gli sprechi grazie a maggiore efficienza, servizi cloud, lavoro da remoto e strumenti come videoconferenze capaci di diminuire spostamenti e consumi.

L’intelligenza artificiale generativa sta però modificando questo equilibrio. I nuovi modelli richiedono enormi quantità di potenza di calcolo, infrastrutture specializzate, acceleratori dedicati e sistemi di raffreddamento sempre più sofisticati. Non basta quindi avere energia rinnovabile: serve anche una rete elettrica capace di sostenere una domanda in rapida crescita e data center localizzati nei punti strategici per garantire velocità e prestazioni agli utenti.

Google lo riconosce apertamente: lo sviluppo dell’infrastruttura AI sta procedendo più rapidamente rispetto alla decarbonizzazione delle reti elettriche. Amazon, dal canto suo, ha spiegato di aver aggiunto nel 2025 più capacità globale di data center rispetto a qualsiasi altro operatore, con oltre 1,2 gigawatt di nuova capacità solo nel quarto trimestre, prevedendo ulteriori investimenti nel cloud e nell’intelligenza artificiale.

Cresce l’opposizione ai nuovi progetti

L’impatto ambientale dei data center sta diventando anche una questione politica e territoriale. Negli Stati Uniti e sempre più anche in Europa, comunità locali e amministrazioni pubbliche stanno contestando nuovi insediamenti per i timori legati a consumo energetico, utilizzo dell’acqua e pressione sulle infrastrutture locali.

Nel 2026, secondo le stime disponibili, opposizioni pubbliche e proteste avrebbero già contribuito a bloccare o rinviare almeno 75 progetti di data center nel mondo, per un valore complessivo vicino ai 130 miliardi di dollari. Il nodo centrale è il cosiddetto “effetto scala”: i miglioramenti tecnologici rendono ogni singolo server più efficiente, ma il numero complessivo di macchine necessarie per alimentare l’AI cresce a una velocità superiore.


Sfida delle big tech: far crescere l’AI riducendo i consumi

Google sostiene di aver siglato nel 2025 accordi per oltre 12 gigawatt di nuova energia pulita e afferma che le proprie iniziative ambientali abbiano evitato più di 58 milioni di tonnellate di CO2 equivalente. Ma il problema resta aperto: la domanda di intelligenza artificiale cresce più rapidamente della capacità del sistema energetico di trasformarsi.

La prossima sfida per i giganti tecnologici non sarà soltanto costruire modelli AI sempre più potenti, ma dimostrare che questa crescita può essere sostenuta senza trasferire il costo ambientale sulle comunità, sulle reti elettriche e sul clima.


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