C’è una progressione, in questo Festival della Filosofia 2026 a Veroli, che non è casuale. Ogni sera aggiunge un pannello al quadro. Pievani aveva ragionato su cosa l’intelligenza artificiale non può fare: immaginare, raccontare storie, porsi domande. Friedman aveva spostato il fuoco sulla politica: cosa fa l’AI alle democrazie, al consenso, all’informazione. Ferraris aveva portato il paradosso più provocatorio: l’AI ha già realizzato una forma di collettivizzazione dei dati che assomiglia, nella struttura, alle utopie del Novecento. (Leggi qui: Veroli, Friedman e la domanda che l’Ue non può rimandare: chi governa chi?. E qui: (Leggi qui: A Veroli la filosofia apre con Pievani: l’AI non racconta storie. Noi sì).
Ieri sera in Piazza Santa Salome è arrivato Claudio Cerasa, direttore de Il Foglio, intervistato dalla giornalista Lorenza Di Brango. E il pannello che ha aggiunto al quadro è quello che mancava: non la filosofia dell’AI, non la politica dell’AI, non l’economia dell’AI. Il giornalismo dell’AI. Il mestiere di chi racconta il mondo nel momento in cui gli strumenti del racconto stanno cambiando più velocemente di qualsiasi adattamento possibile.
La domanda che resta umana
C’è una frase, uscita nel finale del dialogo, che vale come sintesi dell’intera serata: «L’intelligenza artificiale ci darà molte risposte. La differenza continueranno a farla le persone che sapranno porre le domande migliori».
Non è una rassicurazione. È una sfida. Perché porre domande migliori non è un’abilità naturale: si costruisce con il tempo, con l’esposizione alla complessità, con la disponibilità a non accontentarsi della prima risposta disponibile. È esattamente quello che un sistema generativo non fa — risponde, non domanda — e che il giornalismo, nel suo momento migliore, ha sempre fatto.
Cerasa ha scelto di non cedere né all’entusiasmo acritico né alla paura paralizzante che accompagnano ogni grande trasformazione. «L’intelligenza artificiale non è un fenomeno da subire, ma uno strumento da comprendere e governare», ha detto. La vera sfida non è fermare il cambiamento ma imparare a orientarlo con consapevolezza. È una posizione che suona ovvia enunciata così, ma che nella pratica del giornalismo quotidiano richiede decisioni concrete, immediate, irreversibili: cosa si pubblica, come si verifica, dove si mette la firma.
Trasparenza come regola del nuovo gioco
Sul futuro dell’informazione, Cerasa ha indicato un principio che ha il sapore di una norma professionale ancora da scrivere: «La trasparenza diventerà un elemento imprescindibile. Sapere quando un articolo o un contenuto è stato realizzato con il supporto dell’intelligenza artificiale sarà una garanzia nei confronti di chi legge».
È un punto che sembra tecnico ma è profondamente etico. Il rapporto tra chi informa e chi riceve le informazioni è fondato sulla fiducia. La fiducia si regge sulla trasparenza. Se un lettore non sa se il testo che legge è stato scritto da un giornalista o generato da un modello linguistico — o da una combinazione dei due — quella fiducia è già incrinata, anche se il contenuto è accurato. La trasparenza sull’uso dell’AI non è un obbligo burocratico: è la condizione minima per mantenere il patto con chi legge.
È una riflessione che risuona in modo particolare in una piazza come quella di Veroli, dove il pubblico seduto ad ascoltare è lo stesso che ogni giorno consuma informazione senza sempre avere gli strumenti per valutarne la provenienza. Il festival, in questo senso, non è solo un luogo di riflessione: è una palestra di pensiero critico applicato.
La creatività come territorio non colonizzabile
Sul mondo del lavoro e delle professioni creative, Cerasa ha tracciato una distinzione che merita di essere tenuta: «L’intelligenza artificiale può aiutarci a lavorare meglio, ma non può sostituire ciò che nasce dall’intuizione, dall’esperienza e dalla sensibilità. La creatività resta un fatto profondamente umano».
Non è nostalgia. È una descrizione tecnica di un limite strutturale dei sistemi generativi: producono combinazioni statisticamente plausibili di ciò che hanno visto, non intuizioni che nascono dall’esperienza vissuta. Un giornalista che ha seguito per anni una vicenda politica complessa porta nel suo pezzo qualcosa che nessun modello linguistico può replicare: la memoria incarnata di come quella storia è cambiata nel tempo, di cosa non è stato detto, di chi ha mentito e quando.
Ma Cerasa ha anche rovesciato il timore in opportunità: questa trasformazione aprirà nuove prospettive occupazionali e richiederà competenze inedite. A condizione (ed è la condizione che il festival ripete ogni sera in modi diversi) di formare persone capaci di governare la tecnologia, non di esserne governate.
Il pessimista disinformato
C’è una battuta, nel corso della serata, che merita di essere trattenuta per la sua densità: «Oggi il pessimista è un ottimista che è stato disinformato». È una formula che capovolge lo schema consueto. Di norma si pensa che il pessimismo sia il risultato di un’analisi lucida della realtà, e l’ottimismo una forma di ingenuità. Cerasa suggerisce il contrario: il pessimismo diffuso sull’AI (come su molti altri fenomeni del presente) nasce spesso da un’informazione distorta, che amplifica le minacce e oscura le opportunità.
Non è un invito alla spensieratezza. È un invito a costruire gli strumenti culturali necessari per distinguere ciò che è attendibile da ciò che non lo è. Trasparenza, responsabilità, spirito critico: le stesse parole che il giornalismo ha sempre usato per descrivere se stesso e che oggi devono essere applicate anche alla lettura dei fenomeni tecnologici.
L’Aperitivo Filosofico e il senso del formato
Prima della serata principale, il quarto appuntamento dell’Aperitivo Filosofico aveva visto protagonisti Stefano Pigliacelli e Valentino Sperati. Un incontro con ampia partecipazione di pubblico: la conferma che il formato inventato da questa edizione funziona non come introduzione alle serate principali ma come momento autonomo di confronto. La filosofia che scende dal palco e si mescola alla città, dicevamo all’inizio del festival. Quattro appuntamenti dopo, quella scommessa si è rivelata vincente.
I prossimi appuntamenti
Il 10 luglio, al Chiostro di Sant’Agostino, sarà ospite Francesco Miano. Il 14 luglio Piazza Santa Salome accoglierà Elio Germano e Teho Teardo in un incontro che intreccerà teatro, musica e riflessione filosofica. È una chiusura che dice qualcosa sul metodo del festival: iniziare dalla scienza con Pievani, attraversare la politica con Friedman, l’economia con Ferraris, il giornalismo con Cerasa, e chiudere con l’arte. Non perché l’arte venga per ultima, ma perché è il luogo in cui tutte le domande precedenti confluiscono senza trovare risposta definitiva.
Che è esattamente il posto giusto dove finire una settimana di filosofia.
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