Temptation Island a scuola? Un’idea che fa discutere: il reality come strumento didattico divide gli esperti. Ma il punto è un altro: cosa vogliamo davvero dall’istruzione?


La proposta ha fatto il giro del web in poche ore, scatenando reazioni opposte. Enrico Galiano, professore e scrittore noto per la sua capacità di intercettare i fermenti del mondo scolastico, ha affidato a Il Libraio un’idea destinata a dividere: portare Temptation Island nelle scuole. E attenzione, precisa lo stesso Galiano, non si tratta di una boutade estiva né di una provocazione fine a se stessa.

Il ragionamento, in apparenza, ha una sua logica. Il reality di Canale 5 mette in scena dinamiche relazionali tossiche, gelosie malate, amori possessivi che troppo spesso i ragazzi finiscono per normalizzare.


Mostrarlo in classe, decostruirlo, analizzarlo, potrebbe diventare un’occasione per sviluppare sguardo critico e distanza emotiva. Un modo per dire: guardate, ecco cosa non dovrebbe essere l’amore. Eppure, a un esame più attento, la proposta solleva questioni ben più profonde che meritano di essere affrontate senza pregiudizi, ma anche senza facili entusiasmi.

L’istruzione come carosello di emergenze

C’è un’abitudine che Galiano, volente o nolente, finisce per assecondare: quella di trasformare la scuola in un contenitore di tutte le ansie sociali. Riscaldamento globale? Un’ora di ecologia. Mafie? Un’ora di legalità. Ludopatia? Un’ora di prevenzione. Relazioni tossiche? Un’ora di Temptation Island.

Il meccanismo è sempre lo stesso: si individua un problema, si grida “bisognerebbe insegnarlo a scuola“, e si scarica sul sistema dell’istruzione la responsabilità di risolvere ciò che la società non riesce a gestire. Il risultato è un orario scolastico sempre più frammentato, sempre più distante da quella che dovrebbe essere la missione principale della scuola: trasmettere saperi, costruire competenze profonde, formare cittadini capaci di pensare con la propria testa.

Galiano, nella sua riflessione, sembra esserne consapevole. Tanto che formula una domanda che merita attenzione: “Davvero vogliamo che tutti guardino quelle scene senza che nessuno aiuti a decifrarle?”.

Il punto è proprio qui. Perché la domanda giusta non è “dobbiamo far guardare Temptation Island a scuola?“, ma piuttosto “la scuola sta già fornendo gli strumenti per decifrare Temptation Island senza bisogno di mostrarlo?”.


La scuola ha già le armi per decifrare il trash

Se ci fermiamo un attimo a riflettere, un buon percorso scolastico offre già tutto ciò che serve per guardare un programma come Temptation Island con occhi critici.

L’ora di italiano, con il suo insegnamento dell’acribia lessicale, permette di smascherare la retorica vuota e i luoghi comuni che popolano i dialoghi del reality. La filosofia abitua a seguire passaggi logici, a smontare argomenti, a distinguere tra ragione ed emozione. La storia offre la prospettiva per capire come le dinamiche di genere e le concezioni dell’amore siano costruzioni sociali, non dati immutabili. La letteratura, infine, mette a disposizione secoli di riflessioni sulla complessità dei sentimenti umani, da Francesco Petrarca a Luigi Pirandello.

Uno studente che ha studiato bene queste discipline guarderebbe Temptation Island per quello che è: un prodotto televisivo costruito per generare ascolti, con protagonisti che recitano una parte e situazioni montate per creare tensione. Non un manuale di educazione sentimentale, ma una tragicommedia involontaria, una specie di candid camera in costume da bagno.

La domanda allora diventa un’altra: se la scuola fa bene il suo lavoro, Temptation Island non ha bisogno di entrare in classe. Se la scuola non fa bene il suo lavoro, mostrare il reality non servirà a insegnare nulla.

I rischi di una scorciatoia apparentemente moderna

Il fascino della proposta di Galiano sta nella sua apparente modernità. In un’epoca in cui i ragazzi passano ore davanti agli schermi, l’idea di utilizzare i loro stessi linguaggi per veicolare messaggi educativi sembra intelligente e innovativa.


Ma è proprio qui che si nasconde il pericolo. Perché portare il reality in classe rischia di legittimarlo come oggetto degno di attenzione culturale, di nobilitarlo, di trasformarlo in qualcosa che “si studia”. E allora il messaggio che passa, magari involontariamente, è che la televisione commerciale e la cultura sono sullo stesso piano, che i contenuti trash meritano lo stesso spazio dei grandi autori.

C’è poi una questione pratica che Galiano non affronta: il tempo. Le ore di lezione sono già poche, i programmi sono già compressi, gli insegnanti sono già in affanno tra burocrazia e classi sempre più numerose. Inserire un’ora di visione del reality significherebbe toglierla ad altro. A cosa? Alla letteratura? Alla filosofia? Alla storia?

Sarebbe forse più onesto ammettere che la proposta, nelle intenzioni di Galiano, non vuole sostituirsi alla didattica tradizionale ma affiancarsi. Il problema è che non sempre ciò che si aggiunge è un arricchimento. A volte, come in questo caso, rischia di essere una distrazione.

La provocazione nella provocazione

C’è però un’interpretazione più sottile della proposta di Galiano, e forse è quella vera. Forse il professore sta giocando una partita più complessa di quanto sembri.

Il suo intervento potrebbe nascondere un ragionamento paradossale: se Temptation Island diventasse materia obbligatoria, con verifiche, interrogazioni e voti, i ragazzi smetterebbero immediatamente di guardarlo. Come tutto ciò che la scuola rende obbligatorio, perderebbe il suo fascino trasgressivo per trasformarsi in un altro compito noioso da sbrigare.


La proposta non sarebbe un invito a portare il reality in classe, ma una denuncia indiretta di quanto la scuola fatica a rendersi interessante, a intercettare le passioni dei giovani, a parlare il loro linguaggio. Una critica alla distanza tra l’istituzione scolastica e il mondo degli studenti, più che un serio progetto didattico.

Se questa è l’interpretazione corretta, allora Galiano merita attenzione per la capacità di sollevare un problema reale, anche se la soluzione proposta resta discutibile.

La scuola come alternativa, non come specchio

Arriviamo così al punto centrale della riflessione. La scuola non deve inseguire i linguaggi del mondo esterno, non deve adeguarsi al basso livello culturale diffuso, non deve trasformarsi in un prolungamento della televisione o dei social media.

La scuola è un’alternativa al mondo esterno. È il luogo dove per alcune ore al giorno si fa esattamente ciò che non si fa fuori: si legge in profondità, si scrive con cura, si riflette senza distrazioni, si costruiscono competenze che richiedono tempo e fatica.

Ciò non significa che la scuola debba essere arroccata in una torre d’avorio, impermeabile alla realtà. Al contrario, deve essere capace di interrogare la realtà, di decifrarla, di darne una lettura critica. Ma per farlo non ha bisogno di importare nella classe i suoi prodotti più banali. Ha bisogno di insegnare così bene che i prodotti banali diventano automaticamente irrilevanti.


Un ragazzo che ha imparato a leggere un poema di Omero, che ha compreso la complessità di un romanzo di Dostoevskij, che ha seguito il filo di un ragionamento filosofico, non ha bisogno che qualcuno gli spieghi cosa c’è di sbagliato in Temptation Island. Lo capisce da solo. O meglio: lo capisce perché la scuola gli ha dato gli strumenti per farlo.

Il coraggio di scegliere

La proposta di Galiano, al di là delle apparenze, ci costringe a fare i conti con una domanda scomoda: che cosa vogliamo dalla scuola? Vogliamo un’istituzione che insegua le mode, che si adatti ai gusti degli studenti, che cerchi di competere con l’intrattenimento? O vogliamo una scuola che abbia il coraggio di proporre qualcosa di diverso, di più alto, di più difficile?

Galiano è un insegnante che ama il suo mestiere e che cerca, a modo suo, di renderlo significativo. La sua provocazione merita di essere presa sul serio, ma anche di essere superata. Perché la vera sfida dell’istruzione oggi non è trovare il modo di rendere interessante la spazzatura culturale, ma di far capire ai ragazzi perché la cultura, quella vera, è più interessante di qualsiasi spazzatura.

E per farlo, forse, basterebbe avere il coraggio di insegnare bene. Senza bisogno di reality show.



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 Andrea Carlino

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