Come si eredita il conto corrente se ci sono più eredi?


Le regole per sbloccare il conto del defunto, la gestione delle quote tra coeredi e le differenze tra conti singoli e cointestati.

La scomparsa di una persona cara apre una serie di questioni pratiche che spesso coinvolgono la gestione dei risparmi depositati in banca. Molti familiari si trovano smarriti davanti alle procedure necessarie per accedere alle somme depositate su libretti o conti. È una situazione comune che richiede la conoscenza di regole precise per evitare blocchi improvvisi o tensioni tra parenti. Una delle domande che tormenta maggiormente i successori è proprio come si eredita il conto corrente se ci sono più eredi, poiché la presenza di più soggetti complica il dialogo con l’istituto di credito. La banca, infatti, ha il dovere di tutelare il patrimonio del defunto finché non riceve certezze legali. Capire come muoversi tra documenti fiscali e diritti di firma permette di sbloccare i fondi in tempi ragionevoli e nel rispetto della legge, garantendo a ogni beneficiario la propria quota spettante senza inutili attese.

Cosa succede al conto corrente subito dopo la morte del titolare?

Quando una persona viene a mancare, i suoi rapporti con la banca subiscono una trasformazione immediata. Esistono due modi di vedere questa situazione nel mondo del diritto. Una prima visione sostiene che il contratto di conto corrente si estingua automaticamente. Questo accade perché il rapporto tra il cliente e la banca si basa su un mandato, ovvero sulla fiducia reciproca, che termina con la morte di una delle parti (Tribunale Roma n. 16048/2024). In questo caso, la banca non può più eseguire operazioni per conto del defunto ma deve solo custodire il denaro e restituirlo agli eredi legittimi. Ogni prelievo o pagamento che avviene dopo il decesso potrebbe essere considerato illegittimo se non autorizzato correttamente.

Una seconda visione, sostenuta anche dall’Arbitro Bancario Finanziario, suggerisce invece che il rapporto non muoia subito. Il contratto resterebbe in vita finché gli eredi non decidono esplicitamente di chiuderlo (Decisione n. 2237/2023). Gli eredi subentrano quindi nella posizione del loro parente. Indipendentemente dalla teoria seguita, il risultato pratico è lo stesso: appena la banca riceve la notizia del decesso, congela il saldo attivo. Questo blocco serve a proteggere l’asse ereditario e a garantire che nessuno prelevi somme che spettano ad altri. In questa fase, la banca deve agire secondo correttezza e buona fede, fornendo ai familiari tutte le informazioni necessarie sulla situazione economica del defunto.

Quali documenti servono per sbloccare i soldi in banca?

Per ottenere la disponibilità delle somme, gli eredi devono affrontare un percorso burocratico specifico. Il primo passo è la comunicazione del decesso. Non basta una telefonata: occorre presentare il certificato di morte ufficiale. In secondo luogo, bisogna dimostrare alla banca di essere effettivamente i successori. Questo si fa attraverso un atto di notorietà o una dichiarazione sostitutiva, documenti che attestano chi sono i chiamati all’eredità e se esiste un testamento (Decisione n. 2086/2023). Se è presente un testamento, serve anche il verbale della sua pubblicazione.


L’ostacolo più frequente è però di natura fiscale. La banca ha il divieto assoluto di pagare le somme se gli eredi non dimostrano di aver presentato la dichiarazione di successione (art. 48 d.lgs 346/1990). Questo documento serve allo Stato per calcolare le eventuali tasse dovute. Se la banca paga prima di vedere questo documento, rischia sanzioni molto pesanti. Per sbloccare la pratica, gli eredi devono quindi presentare:

  • il certificato di morte del titolare del conto;

  • l’atto di notorietà che indica gli eredi legittimi;

  • la copia della dichiarazione di successione con gli estremi di registrazione;

  • un documento di identità e il codice fiscale di ogni erede.

Esiste un’eccezione se l’eredità è piccola, non comprende immobili e il valore è inferiore a centomila euro. In quel caso si può fornire una dichiarazione che attesta l’assenza dell’obbligo di presentazione della successione (Decisione n. 6837/2023).

Un singolo erede può prelevare la sua quota senza gli altri?

Questa è una delle situazioni più spinose quando ci sono più fratelli o parenti. Spesso la banca sostiene di non poter pagare se non sono presenti tutti gli eredi contemporaneamente davanti allo sportello. Tuttavia, la legge e la Corte di Cassazione hanno chiarito un punto fondamentale. I crediti del defunto, come i soldi sul conto, entrano a far parte della comunione ereditaria. Questo non significa che il credito sia bloccato per sempre. Ogni singolo erede ha il diritto di chiedere alla banca il pagamento della propria quota o addirittura dell’intero importo, a patto di dimostrare il proprio status (Tribunale Latina n. 2181/2023).

Secondo l’orientamento più recente, la banca non può rifiutarsi di pagare a un solo erede sostenendo che serve il consenso di tutti (Decisione n. 2086/2023). Se un figlio si presenta con tutti i documenti in regola e chiede la sua parte del 33%, la banca deve liquidargliela. Il pagamento fatto a un solo erede libera la banca da ogni obbligo. Se poi gli altri coeredi non ricevono la loro parte, dovranno vedersela tra di loro in privato e non con la banca. Nella pratica, però, gli istituti di credito preferiscono che ci sia un accordo tra tutti per evitare contestazioni. Se un altro erede invia una formale opposizione, la banca ha il diritto di sospendere ogni pagamento finché un giudice non decide la ripartizione esatta.

Come funziona la successione di un conto cointestato?

Se il conto corrente era intestato al defunto insieme a un’altra persona, come il coniuge, le regole cambiano. In questo caso vige la presunzione di contitolarità. Si presume, cioè, che i soldi appartengano a metà a ciascun intestatario (art. 11 d.lgs 346/1990). Se sul conto ci sono diecimila euro, cinquemila sono considerati di proprietà del superstite e gli altri cinquemila cadono in successione (Tribunale Roma n. 9681/2024). La banca, di norma, dovrebbe bloccare solo la metà che apparteneva alla persona scomparsa.


La gestione quotidiana dipende però dal tipo di firma previsto nel contratto. Se il conto era a firma disgiunta, il cointestatario superstite mantiene il diritto di operare sul conto anche dopo la morte dell’altro. Egli può prelevare somme o fare bonifici. Tuttavia, la banca potrebbe comunque limitare i prelievi alla sola quota del superstite per ragioni di prudenza fiscale (Decisione n. 6837/2023). È fondamentale sapere che, se il superstite preleva più della sua metà, gli eredi del defunto potranno chiedergli la restituzione di quella parte nei rapporti privati tra di loro. Il diritto di firma serve solo a facilitare i rapporti con la banca, ma non cambia la proprietà effettiva dei soldi (Tribunale Avellino n. 1935/2023).

Cosa cambia se il conto prevede la firma congiunta?

Esistono casi in cui il conto cointestato richiede la firma di tutti gli intestatari per ogni operazione. In questa situazione, la morte di uno dei due titolari rende il conto praticamente paralizzato. Poiché non è più possibile avere la firma del defunto, il cointestatario superstite non può fare nulla da solo. Per ogni prelievo, anche minimo, sarà necessario che firmino insieme il superstite e tutti gli eredi del defunto (Tribunale Roma n. 9681/2024).

Questa è una situazione molto scomoda, specialmente se i rapporti tra parenti non sono idilliaci. Se anche un solo erede si rifiuta di firmare, le somme restano bloccate a tempo indeterminato. In questi casi, l’unica soluzione è rivolgersi a un giudice per ottenere un provvedimento che autorizzi lo sblocco delle quote o la chiusura del rapporto. Immaginiamo due soci che hanno un conto a firma congiunta: se uno muore, l’altro non potrà pagare i fornitori finché non avrà il consenso scritto di tutti i figli del socio scomparso. Per questo motivo, il conto a firma congiunta è quello che presenta i maggiori rischi di blocco operativo in caso di lutto.

Come si supera la presunzione di comproprietà del saldo?

Non sempre la divisione al 50% rispecchia la realtà dei fatti. Può capitare che un figlio sia cointestatario del conto del genitore anziano solo per aiutarlo a fare i pagamenti, ma che i soldi siano stati versati interamente dalla pensione del genitore. In questo caso, gli altri eredi potrebbero sostenere che l’intero saldo debba cadere in successione e non solo la metà. La legge permette di superare la presunzione di uguaglianza fornendo delle prove contrarie (Tribunale Alessandria n. 45/2025).

Se si riesce a dimostrare che il denaro proveniva esclusivamente da una persona, la divisione cambierà. Ad esempio:


  • attraverso l’analisi degli estratti conto che mostrano l’origine dei versamenti;

  • dimostrando che il cointestatario superstite non aveva redditi propri;

  • provando che la cointestazione era solo una delega mascherata per motivi di comodità.

Se viene provato che i diecimila euro sul conto derivano solo dalla vendita di una casa del defunto, gli eredi otterranno l’intera somma e il cointestatario superstite non avrà diritto a nulla, a meno che non sia egli stesso un erede (Tribunale Torino n. 3245/2024). Questa operazione di ricostruzione del patrimonio è molto frequente quando ci sono tensioni familiari e richiede un’analisi attenta dei movimenti bancari degli anni precedenti. È un modo per garantire che l’eredità sia equa e che nessuno si appropri di somme che non gli appartengono realmente.

Quali sono i doveri di trasparenza della banca verso i familiari?

Gli eredi hanno il diritto di conoscere con precisione qual era la situazione economica del loro caro al momento della morte. La banca non può trincerarsi dietro il segreto bancario. Al contrario, ha l’obbligo di fornire agli eredi identificati tutte le informazioni richieste, inclusi gli estratti conto degli ultimi anni. Questo serve a capire se ci sono stati prelievi sospetti poco prima del decesso o se esistono debiti nascosti. La trasparenza è un dovere che nasce dal principio di correttezza professionale (Decisione n. 2237/2023).

Se la banca nasconde informazioni o ritarda eccessivamente la consegna dei documenti, gli eredi possono rivolgersi all’Arbitro Bancario Finanziario. È bene ricordare che richiedere queste informazioni o avviare azioni legali per recuperare i crediti ereditari è un atto che comporta l’accettazione dell’eredità (Tribunale Latina n. 2181/2023). Quindi, prima di agire in modo aggressivo verso la banca, bisogna essere sicuri di voler accettare tutto il pacchetto ereditario, debiti inclusi. Una volta fatta questa scelta, il dialogo con l’istituto di credito deve basarsi sulla massima chiarezza documentale per arrivare alla liquidazione finale delle spettanze di ogni singolo parente.




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 Angelo Greco

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