“Ridare voce alla democrazia. Società, partecipazione e istituzioni”: è il titolo – ma soprattutto l’impegno condiviso – dell’incontro che ha riunito alcune delle principali realtà dell’associazionismo cattolico italiano a Roma, il 6 luglio, presso l’Istituto Luigi Sturzo.
Una convocazione che aveva lo scopo di mettere insieme le forze e le esperienze, di fronte a una sfida sentita come cruciale: rafforzare la qualità della democrazia e riportare al centro del dibattito pubblico le grandi questioni sociali: povertà, lavoro povero, crisi demografica, disuguaglianze educative, fragilità dei territori, integrazione degli immigrati e disaffezione verso la politica.
Perché, come Acli, abbiamo scelto con convinzione di esserci? Non certo per rivendicare rendite o pretendere di rappresentare il variegato mondo cattolico, che ad ogni elezione viene rispolverato solo come bacino potenziale di voti.
Ogni organizzazione che ha dato disponibilità a questo incontro e che in questi anni ha continuato a tenere un filo di confronto sui temi cari alla democrazia ha una propria vocazione, un’azione sociale e pastorale. Le persone che le animano non si scelgono per appartenenza politica ma per prospettiva di vita, per maturare un percorso di fede.
Ciò nonostante, crediamo che le nostre comunità siano un luogo nel quale nascono anche vocazioni alla vita politica, e questo impegno non è mai considerato estraneo alla vita cristiana. La lettera a Diogneto è ancora oggi fonte di grande riflessione su questo tema.
Preoccupati per la democrazia
Siamo preoccupati perché la democrazia, così come ci ha cullato in questi ottant’anni, oggi sembra non rispondere più a quelle esigenze di dignità, uguaglianza, promozione che hanno ispirato le nostre generazioni. Non è un discorso pessimistico, è il riscontro della realtà.

L’astensionismo dilagante riguarda sicuramente la sfiducia nelle istituzioni e la disaffezione verso le proposte roboanti che spesso la politica non riesce a mantenere.
Molteplici sono le ragioni. A partire dall’incremento delle diseguaglianze, dagli squilibri interni, da aspirazioni e diritti negati. La democrazia è sempre legata alle domande sociali. Nasce e si nutre nello scostamento tra aspettative, promesse e realtà. Cresce nella disperazione delle famiglie affaticate, sempre più divise e lasciate sole. Si nutre della stessa forte contrapposizione che non fa altro che aumentare astio e ricercare ricette buone per la pancia, meno per il nostro futuro.
La democrazia oggi sembra avere tempi e modi che non rispondono a questo tempo veloce ed esigente. Così le preoccupazioni e le sfide del tempo presente non sembrano alla sua portata.
Faccio solo dei titoli: la sfida climatica, quella dell’economia diventata così vorace e poco redistributiva, la sfida migratoria, la preoccupazione della pace, le transizioni ecologiche, energetiche e tecnologiche che preoccupano questo tempo.
Tutto questo mentre siamo di fronte al dilagare di forme di individualismo che lasciano il campo al populismo, ma non ci fanno sentire popolo.
Dalla riforma dei partiti alle Assemblee partecipative
Per questo le Acli si sono impegnate per una riforma dei partiti. Nell’articolo 49 della Costituzione i partiti sono chiamati in causa come strumento per realizzare il diritto fondamentale dei cittadini alla partecipazione democratica.


Per questo nella nostra proposta abbiamo messo al centro la loro forma democratica, il finanziamento pubblico e l’attenzione al ruolo educativo, formativo e di sostanziale elaborazione culturale che devono far ricadere nel territorio. E non certo solo quella di essere strumenti in mano a leader che determinano le traiettorie personali dei singoli “politici” più o meno obbedienti.
Accanto a questa proposta abbiamo sostenuto la realizzazione della costituzione di Assemblee partecipative (dare corpo a luoghi di studio, confronto e proposta su temi di interesse suggeriti da un gruppo di cittadini), strumento complementare al tema della vita democratica dei partiti per favorire e allenare la partecipazione dei cittadini, la partecipazione in senso lato, al di fuori ma non contro la dimensione delle istituzioni rappresentative.
Per un voto sempre più accessibile
Insieme a queste, nel dibattito generale ci sono altre proposte di senso come quella sul voto all’estero, sul voto dei fuori sede, sulla digitalizzazione del voto.
La democrazia alla fine è questa. Non è aspettare un voto come la fine di una partita dove uno vince e l’altro perde, ma convocare le energie migliori, ascoltare, dare spazio, aprire confini, nutrire di pazienza il dialogo. Non è solo elezione di capi. È anzitutto discussione e formazione discorsiva della volontà collettiva. La democrazia come spazio di discussione non è solo immagine. Il conflitto non è un perdurare nello scontro per avere solo rendite di posizione.
La democrazia e i suoi sistemi di voto eleggono rappresentanti di una parte che li ha votati, ma dall’altro devono prendere coscienza che rappresentano il tutto. Una tensione che chiede moralità, etica pubblica, disponibilità al martirio della pazienza.
Disarmare le parole, superare la logica di guerra
Per questo il nostro impegno nell’iniziativa lanciata poco tempo fa su “Disarmare le parole” (senza ripetere le parole del Papa sulla MH 134, già citate nel messaggio del Cardinale Zuppi) per cercare uno stile di radicale nonviolenza, un impegno al confronto per ricostruire pratiche politiche fondate sul rispetto del senso delle parole, sullo sforzo di comprensione delle ragioni altrui, non difendere le proprie idee a prescindere ma sforzarsi sulla ricerca delle soluzioni più opportune ai bisogni di ognuno.
Naturalmente queste poche parole potrebbero essere usate per definire una postura internazionale che comunque ci preoccupa soprattutto quando la logica della guerra è accettata come normale nelle opzioni della politica, quasi un suo prolungamento naturale, mentre la logica bellica infiamma i mercati e corrode le nostre aziende conducendo un’economia fragile verso produzioni indegne e inutili che tradiscono il senso vero dell’economia: costruire, unire, evolvere, sviluppare, inventare.
Riformare la legge elettorale non basta
Oggi il dibattito pubblico si sta concentrando sulla riforma della legge elettorale con la stessa voracità tipica delle grandi questioni che salveranno il paese dalla deriva.
Per i motivi espressi prima, anche questo strumento, la legge elettorale, può condizionare una maggiore e migliore partecipazione, ma non può da sola invertire un fenomeno senza riforme più ampie di strumenti e prassi che possono migliorare la democrazia.
Su questo voglio essere chiaro: questa legge non risponde a ciò che ho provato a declinare prima e mi preoccupa nel metodo e nel merito.
Nel metodo, per i tempi di elaborazione: in grande fretta prima di una tornata elettorale.
Le riforme costituzionali, le regole della democrazia e della convivenza, appartengono a tutti (e lo è sicuramente la legge elettorale, anche se non ha forza di legge costituzionale). Non sono appannaggio dei governi e delle maggioranze pro tempore.
Tutte le forze politiche, senza eccezioni, hanno commesso nel recente passato l’errore di forzare la mano, di usare gli strumenti previsti dalla Costituzione tradendo però le intenzioni del costituente, che chiaramente non pretendeva l’intangibilità della Carta ma ne voleva condizionare le modifiche a una larga condivisione.
Nel merito, una legge elettorale che può migliorare il rapporto con gli elettori deve consentire a questi di poter scegliere chi eleggere e non lasciarlo appannaggio delle segreterie dei partiti. Tra parlamentare e territorio, tra eletto ed elettore deve tornare a fondarsi una relazione forte e positiva.
Ci sono diversi modi per farlo. Assistiamo invece oggi, tra le gravi storture della legge attuale, a un uso dei collegi e delle liste bloccate in modo da prestabilire l’ordine di elezione dei candidati secondo volontà calate dall’alto. Non vorremmo che questa situazione si perpetuasse, o peggio che una nuova legge penalizzasse ancora più l’elettore.
Una legge elettorale si basa sul dar voce alla rappresentanza, e se la stabilità può essere un valore importante non può essere costruita mortificando le rappresentanze parlamentari, tanto più con premi di maggioranza che servono solo a confermare “potere” a minoranze elette (tali sono per la scarsa affluenza), e a contraddire il dettato costituzionale che affida al raccordo tra maggioranza e opposizioni la responsabilità di eleggere organi di garanzia costituzionale.
Ancora più grave troviamo l’indicazione del premier per la coalizione che si presenta alle elezioni. Non solo perché tocca le prerogative del Presidente della Repubblica, ma perché esplicita un’idea malsana che affida all’idea del leader di turno il potere di governare, dimenticando la centralità del Parlamento.
Tutto questo culturalmente è lontano dall’idea di confronto che ho provato a spiegare prima. Le elezioni politiche non possono ridursi alla mera scelta del governo, tanto meno alla scelta del premier. Tutto questo ci trascinerebbe solo in una contrapposizione perenne sulla deriva amico-nemico, conflitto per il conflitto. Denigrando il valore della rappresentanza.
Cosa siamo disposti a fare noi? Le Acli lo hanno dimostrato nel tempo: la fedeltà alla democrazia ci incoraggia a cercare un confronto serio, ma anche a protestare affinché il dibattito pubblico si animi, perché la democrazia si rafforzi, proprio perché attiene alla dignità di ognuno
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Chiara Ludovisi
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