Ripetenza, bocciatura. Due parole che, nel lessico scolastico, sembrano appartenere alla normalità amministrativa, ma che nella vita di uno studente possono assumere il peso di una ferita. Dietro una non ammissione alla classe successiva ci sono storie profondamente diverse. C’è chi sa di non aver studiato, chi ha scelto di non impegnarsi e, in fondo, si aspetta quell’esito. Ma c’è anche chi ha lottato fino all’ultimo giorno di scuola, fino all’ultima interrogazione, convinto che il proprio impegno potesse bastare. E poi ci sono gli studenti che non arrivano neppure allo scrutinio finale, esclusi per il mancato raggiungimento del monte ore minimo di frequenza. Alcuni potranno beneficiare delle deroghe deliberate dal Collegio dei Docenti per situazioni eccezionali e adeguatamente documentate, altri no, perché ogni istituzione scolastica, nella sua autonomia, definisce criteri che possono differire. Dietro ogni decisione, tuttavia, resta sempre una persona, con la propria storia, le proprie fragilità e le proprie aspettative.
Ogni volta che una scuola decide di non ammettere uno studente alla classe successiva dovrebbe interrogarsi non soltanto sulla correttezza formale della decisione, ma soprattutto sul suo significato educativo. La bocciatura non è mai un atto neutro. Non rappresenta semplicemente la registrazione di insufficienze accumulate durante l’anno, né può essere interpretata come la conseguenza automatica di una media numerica. È un evento che entra nella biografia di un ragazzo, modifica l’immagine che ha di sé, influenza il rapporto con gli adulti, con i compagni, con la scuola e, spesso, anche con la propria famiglia.
Affermare che la bocciatura non è una risposta non significa negare il valore dell’impegno, dello studio o della responsabilità personale. Significa riconoscere che il fallimento scolastico è quasi sempre il sintomo di una storia più complessa. Dietro voti insufficienti possono nascondersi difficoltà cognitive, fragilità emotive, problemi familiari, demotivazione, disagio relazionale o una progressiva perdita di significato attribuito alla scuola. Le insufficienze, allora, non raccontano soltanto ciò che uno studente non ha imparato, ma anche ciò che, lungo il percorso, non siamo riusciti a comprendere prima che fosse troppo tardi.
Oltre la logica della sanzione
Per troppo tempo la bocciatura è stata pensata come strumento di rigore. Si è creduto che trattenere uno studente nello stesso anno potesse rappresentare una forma di giustizia scolastica, una tutela del valore del titolo di studio, una garanzia di serietà nei confronti di chi si impegna. Questa preoccupazione non va liquidata. La scuola non può fingere che tutti abbiano raggiunto gli stessi traguardi quando non è così, né può svuotare la valutazione del suo significato.
Eppure, proprio perché la scuola è un’istituzione educativa e non un tribunale, il problema non può essere risolto con la sola logica della sanzione. La domanda decisiva non è soltanto se uno studente meriti o non meriti la promozione. La domanda più profonda è che cosa sia accaduto durante il percorso, quali occasioni siano state offerte, quali segnali siano stati colti, quali interventi siano stati messi in campo, quale relazione educativa sia stata costruita intorno a quella difficoltà.
Quando la bocciatura arriva come esito inevitabile, spesso porta con sé un senso di sconfitta condivisa. Non solo dello studente, ma anche della scuola che non è riuscita a trasformare per tempo l’insuccesso in occasione di ripartenza. Non sempre tutto si può evitare, poiché ci sono situazioni complesse, assenze prolungate, rifiuti, contesti familiari difficili, fragilità personali. Tuttavia la scuola non può limitarsi a certificare il naufragio, ma deve interrogarsi sul proprio ruolo prima, durante e dopo quel naufragio.
Il fallimento come messaggio
Il fallimento scolastico parla. Lo fa attraverso i compiti non consegnati, le interrogazioni evitate, le assenze strategiche, il banco occupato con il corpo ma non con la mente, lo sguardo basso, la provocazione, il silenzio, la rinuncia. Spesso ciò che appare come disinteresse è, in realtà, una forma di difesa: ci si sottrae perché si teme di non farcela, si ostenta indifferenza perché ammettere la fatica sarebbe troppo doloroso, si interrompe il legame con la scuola prima che la scuola possa dire ufficialmente che quel legame non ha prodotto i risultati attesi.
Per questo il fallimento non dovrebbe essere visto soltanto come una mancanza da correggere, ma come un messaggio da interpretare. Uno studente che non apprende, o che non riesce più a stare nel percorso, sta dicendo qualcosa. Forse non possiede gli strumenti di base o non ha costruito un metodo. Forse vive un tempo emotivo incompatibile con le richieste scolastiche. Può aver perso fiducia negli adulti, non aver mai sperimentato il successo e essersi convinto che la scuola sia un luogo in cui altri riescono e lui no.
L’educazione comincia proprio quando l’adulto sceglie di non fermarsi alla superficie. Il voto dice qualcosa, ma non dice tutto. L’insufficienza fotografa un esito, ma non racconta sempre il processo che lo ha generato in quanto occorre uno sguardo capace di tenere insieme rigore e comprensione, chiarezza e ascolto, responsabilità e riconoscimento.
La relazione educativa in tempo di crisi
Viviamo un tempo in cui molti studenti arrivano a scuola più fragili, più esposti all’ansia, più discontinui nell’attenzione, più soli nel gestire la fatica. La crisi non è soltanto economica o sociale, ma anche di senso, di futuro, di fiducia. Molti ragazzi faticano a vedere nello studio una promessa credibile e in alcuni casi, la scuola appare loro come una sequenza di verifiche, scadenze, prestazioni e giudizi, più che come un luogo in cui essere accompagnati a diventare persone più consapevoli.
Dentro questo scenario, la relazione educativa assume un valore decisivo. Essa non è un elemento accessorio, né una semplice qualità caratteriale del docente, ma una dimensione strutturale dell’apprendimento. Si impara meglio quando ci si sente visti, quando si percepisce che l’adulto non coincide con il giudizio che formula e si comprende che l’errore non cancella la possibilità di ricominciare.
Il riconoscimento non è indulgenza. Non significa dire a uno studente che va tutto bene quando non va è così, ma dirgli che la sua persona vale più del suo risultato, che l’insuccesso non è un’identità e che una difficoltà può essere nominata, senza diventare una condanna. Uno studente può aver fallito una prova, può non aver raggiunto un obiettivo o non aver studiato abbastanza, ma non deve mai sentirsi definito interamente da quel fallimento.
Oltre la misurazione
La scuola ha bisogno di valutare. Senza valutazione non c’è consapevolezza del percorso, non c’è restituzione, non c’è orientamento. Tuttavia, la valutazione diventa povera quando si riduce a misurazione, in quanto misurare significa attribuire un valore a una prestazione, mentre valutare, in senso pienamente educativo, significa comprendere un percorso, interpretare una crescita, indicare una direzione, rendere visibile ciò che manca senza oscurare ciò che già esiste.
Quando la valutazione si limita al voto, il rischio è che lo studente riceva soltanto un segnale di distanza. Sei lontano dallo standard, sei sotto la soglia, non sei sufficiente. Tutto questo può essere vero, ma non basta. La scuola deve anche dire come colmare quella distanza, con quali strumenti, in quali tempi, attraverso quali passaggi intermedi, deve aiutare lo studente a trasformare l’insufficienza da etichetta a compito possibile.
È qui che la bocciatura mostra il suo limite, in quanto se arriva senza un lavoro precedente di accompagnamento, senza un patto educativo chiaro o un percorso di recupero realmente praticabile, rischia di apparire come la conclusione formale di una lunga solitudine. Non educa, perché non apre un processo, non orienta, non indica una strada, non responsabilizza, perché spesso produce vergogna, rabbia o rassegnazione.
Una scuola che non rinuncia
Ripensare la bocciatura non significa deresponsabilizzare gli studenti, poiché ogni ragazzo deve imparare che l’impegno ha un peso, che le scelte producono conseguenze, e che lo studio richiede costanza, esercizio, fatica. Una scuola che elimina ogni richiesta in nome della fragilità finisce per tradire proprio gli studenti più fragili, perché li priva dell’esperienza formativa del limite.
Ma la responsabilità dello studente non esonera gli adulti dalla propria. Il compito della scuola è costruire le condizioni perché quella responsabilità possa nascere, non si può chiedere autonomia a chi non ha mai imparato un metodo, non si può chiedere motivazione a chi non ha mai sperimentato appartenenza, non si può chiedere perseveranza a chi interpreta ogni errore come conferma della propria inadeguatezza.
La vera domanda educativa dovrebbe arrivare molto prima dello scrutinio finale, in cosa facciamo quando uno studente comincia a perdersi, come intercettiamo i primi segnali, quale spazio di ascolto offriamo quali strategie attiviamo, come aiutiamo il consiglio di classe a condividere una lettura comune, evitando che ogni disciplina proceda isolatamente.
Se la bocciatura viene deliberata, non può essere considerata la fine del discorso, ma dovrebbe diventare l’inizio di un nuovo patto educativo. Ripetere l’anno non può significare rifare le stesse cose nello stesso modo, aspettandosi un risultato diverso, ma deve significare rientrare in un percorso ripensato, più consapevole, più accompagnato, più attento alle cause dell’insuccesso precedente.
La scuola non può promettere a tutti gli stessi risultati; può però garantire a ciascuno di non essere abbandonato alla propria difficoltà, di vedere il proprio insuccesso preso sul serio e non liquidato con una formula, di incontrare una valutazione esigente, ma mai disumana.
La bocciatura non è una risposta perché la scuola non è fatta per chiudere storie, ma per riaprirle. Anche quando deve prendere decisioni difficili, il suo compito resta quello di accompagnare, orientare, riconoscere, non per evitare ogni caduta, ma perché nessuna caduta diventi l’ultima parola su una persona.
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Bruno Lorenzo Castrovinci
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