Nuova centralità alla danza contemporanea, al dialogo tra sonorità ricercate e musica dal carattere pop, all’arte contemporanea. Il neo Direttore Daniele Cipriani ci racconta come ha costruito questa 69esima edizione del prestigioso festival culturale – particolarmente significativa anche per essere la quindicesima realizzata in collaborazione con la Fondazione Carla Fendi -rivelandoci come nell’eclettico cartellone nulla sia casuale, ma tutto studiato per favorire l’incontro tra discipline e pubblici diversi, all’insegna della crescita e della condivisione; strada intrapresa anche per restituire, attraverso spettacoli unici al mondo, alla manifestazione e alla città la dovuta centralità nella scena artistica internazionale, pur preservando l’affiatato legame con il territorio che da sempre la caratterizza. Ma lasciamo a lui la parola…
Intervista a Daniele Cipriani Direttore del Festival dei Due Mondi di Spoleto
Lei arriva a Spoleto dopo una carriera costruita anche intorno alla danza, che ha contribuito a rendere più popolare e accessibile senza rinunciare alla qualità. In questi primi giorni da direttore di un festival multidisciplinare ha avuto la conferma che quello sguardo può diventare un metodo anche per teatro, musica e arti performative, oppure si è reso conto che alcune dinamiche richiedono un cambio di prospettiva?
Arrivo a Spoleto con alle spalle una vita passata a ideare e produrre danza, ma non solo: negli anni ho costruito eventi capaci di dialogare con tutte le discipline presenti nel cartellone del Festival, comprese le arti visive. Questa esperienza mi conferma un metodo che non credo cambierà: l’Arte, con la A maiuscola, deve essere accessibile a tutti, ma l’accessibilità non è mai un abbassamento della qualità. È semmai il “popolare” che deve alzare l’asticella, misurarsi con l’eccellenza. Lo dimostra il modo in cui abbiamo costruito il cartellone musicale di questa 69ª edizione: accanto a Yannick Nézet-Séguin, che il 3 luglio guida la London Symphony Orchestra con Beatrice Rana al pianoforte e a Gianandrea Noseda, che il 12 luglio chiude il Festival con la Filarmonica del Teatro Regio di Torino, trovano posto in Piazza Duomo anche MIKA Symphonique il 30 giugno e Arisa il 9 luglio, entrambi con orchestre sinfoniche e in esclusiva per Spoleto. Non li ho messi vicini per addizione, ma perché credo davvero che chi ascolta Mika accompagnato da un’orchestra scopra quanta scrittura colta si nasconda dietro un artista pop, e chi viene per Nézet-Séguin trovi un pubblico più giovane, meno intimidito dalla sala da concerto. Non è un compromesso: è un incontro che eleva entrambe le platee, ed è lo stesso principio che ho applicato, negli anni, alla danza.

La danza in questa edizione ha avuto una nuova centralità, non solo nel cartellone ma anche nell’immagine complessiva del Festival. È una scelta identitaria destinata a caratterizzare il suo quinquennio oppure il suo obiettivo è arrivare progressivamente a un equilibrio diverso tra i linguaggi?
La danza è stata centrale a Spoleto nei tempi d’oro di Gian Carlo Menotti; in linea con il tema di questa edizione, Radici, io ho scelto di restituirle il giusto valore, non un predominio, ma una parità accanto a musica e prosa e arte. Il ritorno della Maratona Internazionale di Danza, ideata da Vittoria Ottolenghi e Alberto Testa, riunisce quest’anno sullo stesso palco stelle come Tiler Peck, Roman Mejia, Maia Makhateli e Alessandro Frola, con la prima mondiale che più mi sta a cuore: la versione flamenca de La sagra della primavera di Stravinskij con protagonista Sergio Bernal insieme a sedici bailaores sulle coreografie di Albert Hernández e Irene Tena. Accanto alla Maratona, la sezione danza porta a Spoleto la prima europea di This is Rambert, il trittico con cui la compagnia più longeva del Regno Unito celebra il proprio centenario, e Dancing with Bob, l’omaggio della Trisha Brown Dance Company e del Merce Cunningham Trust al centenario di Robert Rauschenberg, dove danza e arti visive tornano a essere, letteralmente, lo stesso gesto. È una scelta che intendo consolidare per l’intero quinquennio.

Un conto è immaginare un Festival sulla carta, un altro è vederlo vivere. Dopo una settimana abbondante di programmazione, c’è una scelta artistica che considera già pienamente riuscita e una che, invece, affrontando la realtà del pubblico, della città e degli spazi, pensa andrà ripensata nelle prossime edizioni?
Mi prendo il tempo giusto per un bilancio compiuto che arriverà nei prossimi giorni. Per ora, posso dire che ciò che avevo immaginato su carta ha trovato la realizzazione in risultati tangibili. Mettersi in discussione fa parte della mia modalità di lavoro ed è una grande occasione di crescita per tutti. Quello che posso dire, ed è la cosa che più mi ha incoraggiato in questi primi giorni, è la risposta a Vanessa di Samuel Barber, l’opera con cui abbiamo aperto il 26 giugno: torna a Spoleto sessantacinque anni dopo il suo debutto europeo proprio su questo palco, con la direzione di Sora Elisabeth Lee e la regia di Leo Muscato; vedere una sala intera commuoversi per un capolavoro dimenticato mi ha confermato che il pubblico è pronto a seguirci anche sui titoli meno scontati. Lo stesso vale per il debutto assoluto di Platonov firmato da Peter Stein: quasi cinque ore di Čechov che il pubblico ha accolto con un’attenzione che non davo per scontata.

Il Festival dei Due Mondi ha sempre oscillato tra due vocazioni: essere una piattaforma internazionale di produzione artistica e, allo stesso tempo, un evento profondamente radicato nella città. In questi primi giorni ha percepito che questo equilibrio sta funzionando? Dove sente che Spoleto le sta restituendo di più e dove, invece, vede ancora una distanza da colmare?
Il rapporto con il territorio e i suoi cittadini resta il fondamento che dà al Festival il suo senso più autentico: senza Spoleto e senza gli spoletini questo non sarebbe il Festival dei Due Mondi, ma un contenitore internazionale come tanti altri. Incontrare nei vicoli l’emozione e i ringraziamenti dei cittadini mi conferma che la strada intrapresa è quella giusta. Detto questo, il mio obiettivo dichiarato è riportare Spoleto al centro del mondo, non come metafora ma come fatto: più di 1000 artisti da 28 Paesi, in scena per 275 ore complessive di spettacolo dal vivo, con nomi come Yannick Nézet-Séguin, Gianandrea Noseda, i Berliner Ensemble, l’attore nigeriano Arinzé Kene protagonista della prima europea di Kohlhaas diretta da Omar Elerian, il Lincoln Center Jazz di New York in residenza per tutta la durata del Festival, 22 giovani talenti dell’Academy. Ho l’ambizione che Spoleto possa tornare, come ai tempi di Menotti, a essere il luogo dove le eccellenze mondiali scelgono di debuttare prima che altrove. La distanza da colmare è portare questa centralità oltre le tre settimane di Festival, perché Spoleto torni un riferimento tutto l’anno, non solo un appuntamento d’estate: è un lavoro intenso che riguarda tutto il quinquennio, non solo la prima edizione.
Entrando per la prima volta nella macchina organizzativa come direttore, quali sono gli aspetti che ha deciso di preservare e quali quelli su cui ritiene necessario intervenire con maggiore decisione nel corso del suo mandato?
Il Festival è un ingranaggio complesso e, come ogni ingranaggio, perfettibile. Ho scelto di preservarne l’anima e le persone che ne custodiscono la memoria — a partire dall’eredità di Gian Carlo Menotti, che resta la bussola — e di intervenire, invece, sulla capacità produttiva e sull’apertura verso nuove generazioni di artisti e di pubblico. Per questo mi sono affiancato una squadra artistica di altissimo profilo, a partire da Beatrice Rana come consulente per la musica classica e da Leo Muscato come consulente per l’opera e la prosa, e per questo ho creato la Festival dei Due Mondi Academy: ventidue giovani musicisti in residenza per tutta la durata della kermesse, guidati da maestri come Andrea Obiso e Giovanni Sollima, con lezioni aperte al pubblico. È un investimento che darà i suoi frutti nel tempo, ma segna già da questa prima edizione — nove produzioni originali interamente concepite qui, non semplicemente ospitate — la direzione in cui voglio far crescere la macchina del Festival, partendo dalla capacità del territorio di accogliere, sostenere e far germogliare questo lavoro.

Siamo soltanto all’inizio del suo quinquennio. Se fra cinque anni dovessimo guardare indietro a questa prima edizione, quale vorrebbe che fosse ricordata come la decisione più importante presa nel 2026? In altre parole: quale trasformazione strutturale del Festival spera di aver avviato già con questa prima edizione?
Quest’anno, per la 69° edizione del Festival, ho costruito 17 giorni di programma, con 100 performance, di cui 7 prime mondiali e 9 produzioni originali per il Festival, con più di 1000 artisti provenienti da 28 Paesi, per un totale di 16.508 minuti complessivi di manifestazione. Facendo due conti: sono 275 ore, circa 11 giorni e mezzo di arte non-stop, scelti, creati e rappresentati per Spoleto. Sono spettacoli in esclusiva, debutti mondiali ed europei, creazioni commissionate appositamente per il Festival, performance site-specific. Sono felice di aver trovato, come fil rouge di tutto questo, un tema – mai dato nelle 68 edizioni precedenti – che in realtà non è un tema, ma un valore e una visione: Radici. Che per me significa recuperare la preziosa eredità menottiana rilanciandola in uno spirito attuale e contemporaneo, capace di fare da ponte tra il passato e il futuro.
Concludiamo parlando di arti visive. Come giudica l’interconnessione che si è sviluppata tra arte contemporanea e arti performative in questa edizione 2026?
Non posso che giudicarla positivamente, ed è un’interconnessione che appartiene alla storia stessa di questo Festival. Quello che mi interessa, e che caratterizza la mia visione, è rimettere le arti figurative al centro del dialogo con le arti performative, non come corollario ma come linguaggio alla pari: in Dancing with Bob, l’omaggio della Trisha Brown e Cunningham Trust a Robert Rauschenberg nell’incontro tra arte e danza è evidente e unico. Viviamo in un mondo definito dalla connessione: sarebbe paradossale, per un Festival che nasce come ponte tra due mondi, non favorire l’incontro tra forme espressive e linguaggi artistici differenti. È un terreno su cui intendo continuare a lavorare per tutto il quinquennio.
D’altra parte, i maggiori protagonisti dell’arte del secondo Novecento sono passati da Spoleto, vi hanno creato opere, disegnato manifesti — penso a Fontana, a Burri. Quest’anno quella storia continua con la presenza di Giuseppe Penone, tra i massimi esponenti viventi dell’Arte Povera; il cui lavoro sul rapporto tra uomo e natura dialoga naturalmente con il tema di Radici: a Penone, che ha firmato il manifesto di questa edizione, è dedicata una mostra diffusa a Spoleto, con la scultura di 11 metri in bronzo e vegetazione Le foglie delle radici in piazza Pianciani, il percorso espositivo Anafora a Palazzo Collicola e con il ciclo Ephemeris presentato dalla Fondazione Carla Fendi all’ex Battistero della Manna d’oro. Il progetto dell’artista visivo ungherese David Szauder, pioniere dell’uso dell’intelligenza artificiale, ha invece trasformato la memoria immateriale della città e del Festival in un’immagine in movimento proiettata sull’architettura di Spoleto — un’interfaccia viva tra passato e persistenza. Ed è all’arte del futuro che sto ora pensando, ragionando sul nuovo tema dell’edizione 2027 che sarà Visioni.
Massimiliano Tonelli
Spoleto // fino al 12 luglio 2026
Festival dei Due Mondi. 69° Edizione
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