A prima vista sembra un paradosso. Mentre i colossi della Silicon Valley corrono in Borsa a raccogliere i miliardi che servono allo sviluppo dell’Intelligenza artificiale e a far ricchi i loro padroni (usiamola pure questa parola novecentesca che descrive bene un tipo alla Elon Musk che diventerà l’uomo più ricco del mondo dopo l’incredibile quotazione a metà giugno della sua SpaceX, 2mila miliardi di dollari di capitalizzazione nonostante una valanga di perdite come ha ben scritto sul Corriere della Sera un puntualissimo Federico Fubini); ecco, nonostante questa epopea del capitalismo tecnologico, i giovani americani – la cosiddetta Generazione Z che in questi mesi estivi festeggiano la fine dei corsi universitari (con lancio di cappelli in aria come si vede nei film) – quegli stessi che utilizzano massicciamente l’AI, hanno cominciato a contestare (e a fischiare nelle manifestazioni accademiche) personaggi come Eric Schmidt, direttore generale di Google, che non ha potuto finire il suo discorsetto stile Steve Jobs (“Be foolish”, ricordate?) agli studenti dell’università dell’Arizona l 15 maggio scorso.
“C’è un risentimento crescente verso i padroni dell’AI” si legge nel report finale del sondaggio che la Gallup ha condotto in primavera su un panel di ragazzi americani di età compresa tra i 14 e i 29 anni un terzo dei quali si dice fortemente preoccupato per il loro accesso al mercato del lavoro, a posti un tempo garantiti da un diploma universitario, proprio a causa della “concorrenza sleale” (scrivono proprio così i sondaggisti della Gallup) dell’AI.
Del resto, non sono proprio i signori della Silico Valley a parlare di “apocalisse del lavoro”, di distruzione (non si capisce quanto creativa) di posti e di impieghi un tempo ben remunerati? È forse proprio per questo che nella iper-competitiva società americana, oltre alla retorica turbo-capitalistica, comincia ora a farsi strada un altro paradosso: quello del reddito universale da distribuire a tutti con l’obiettivo di evitare crisi sociali più gravi.
Ma si possono immaginare Elon Musk, Sam Altman, Mark Zuckeberg, Jeff Bezos, Peter Thiel e tutti gli altri muoversi sulle orme dei vecchi utopisti alla Tommaso Moro (autore di “Utopia”, che risale al 1516) o alla Thomas Paine, uno dei padri della democrazia americana, filosofo e saggista, autore nel 1795 (dopo essere scampato alla ghigliottina per essersi opposto, lui deputato della Convenzione, alla decapitazione di Luigi XVI) di un pamphlet sull’equa divisione delle terre tra tutti i cittadini con l’obiettivo di ridurre la distanza tra ricchi e poveri nell’ambito di una società agraria?
Forse non è un paradosso se il 6 aprile scorso il padre di ChatGPT (la piattaforma di intelligenza artificiale più popolare e utilizzata), Sam Altman, protagonista di un ribaltone all’interno della sua società OpenAI all’inizio finanziata da Elon Musk con cui ora è in lite giudiziaria, ha pubblicato un manifesto di 13 pagine in cui, alla maniera degli utopisti storici alla Thomas Paine, traccia i contorni di un possibile sistema sociale che potrebbe reggere all’impatto devastante dell’AI: settimana di 32 ore senza perdita di salario, tassazione dei robot, imposta sul plusvalore generato dall’aumento di produttività realizzato con le macchine e creazione di un “fondo finanziario” che dovrebbe distribuire i dividendi della ricchezza prodotta con l’AI ai cittadini (e qui Altman fa l’esempio più ambizioso della sua idea di “reddito universale”: mille dollari al mese distribuiti a mille persone per tre anni). E dopo?
In ogni caso sono gli stessi padroni dell’AI a sollecitare il legislatore. “Se no la gente ci inseguirà con i forconi nelle nostre aziende” ha dichiarato a marzo scorso Alex Karp, socio di Thiel e amministratore delegato di Palantir Technologies, arrivando perfino a ricordare il motto dei giacobini al tempo della Grande Rivoluzione: “Pendons les riches”, impicchiamo i miliardari.
“Il Dna del reddito universale è un miscuglio di ideologie marxiste e liberali” avverte un filosofo che ci ha dedicato una vita, Philippe Van Parijs, professore emerito all’università di Lovanio, in Belgio, e autore di un “classico” sull’argomento, “Reddito di base” edito in Italia dal Mulino.
In effetti ci sono sostenitori del “reddito universale” diciamo di destra come Bertrand Russel (1872-1970), soprattutto pacifista e icona della socialdemocrazia europea, e come l’economista ultraliberale Milton Friedman (1912-2006), padre nobile dei “Chicago Boys” che ispirarono i progetti economici di Pinochet in Cile; e ci sono sostenitori di sinistra come il nostro Toni Negri (1933-2023) e come – avverte sempre Van Parijs – Papa Francesco (1936-2025).
Le due scuole di pensiero si distinguono radicalmente: gli utopisti di sinistra sognano di mettere fine all’alienazione del lavoro; quelli di destra sognano di farla finita con il disastro del welfare.
Per la sinistra, insomma, il reddito universale è un “modo per rimettere in discussione la logica capitalistica e cercare un altro modo di organizzare la società” come ha scritto nel suo manifesto del 2008 il collettivo Utopia creato a Parigi dall’ex parlamentare europeo socialista (ma anche ministro nei governi Ayrault e Valls) Benoît Hamon ora ritiratosi dalla politica.
Ma nel capitalismo dell’AI e delle piattaforme è ancora possibile? Non ne è convinto un economista milanese, Andrea Fumagalli, docente all’università di Pavia, che si è formato alla Bocconi (allievo di Mario Monti) e all’Hec parigino e che, sul punto, ha polemizzato con energia con l’altro bocconiano iperliberista Francesco Giavazzi. Nel capitalismo delle piattaforme, spiega Fumagalli, noi generiamo produttività solo con le nostre iscrizioni, i nostri scambi, la nostra navigazione sulla rete e quindi è giusto che questa produttività sia restituita sotto forma di “reddito universale di esistenza”.
Del resto, nella storia è stato sempre il progresso tecnologico a rimettere in agenda la questione del reddito universale. Nella Francia degli anni Trenta, per esempio, l’economista radical-socialista (ma anche banchiere), Jacques Duboin (“La migliore testa del Parlamento” diceva di lui il presidente della Terza Repubblica Raymond Poincaré), proponeva un “reddito sociale” per contrastare quella che definiva “la grande relève des hommes par la machine”, la grande sostituzione dei lavoratori con le macchine (siamo all’inizio del fordismo e della catena di montaggio): insomma quel che potrebbe avvenire molto presto con l’AI.
Trent’anni dopo, nei favolosi anni ’60, un economista americano, Robert Theobald, docente a Cambridge, rilanciava l’idea di un reddito universale nel suo manifesto “The challenge of abundance” in cui metteva in guardia dalla “tripla rivoluzione” dell’economia di cui una era la “rivoluzione cibernetica”. Come non vedere un parallelo con la rivoluzione di Internet e dell’AI? Ma c’è, a questo punto, una non piccola differenza con le idee dei padroni dell’AI che vanno, come si dirà, in altra direzione.
Nel documento di 13 pagine preparato da Sam Altman, il boss di OpenAI e intitolato (significativamente) “Industrial Policy for the Intelligent Age” (ne abbiamo parlato prima) l’interrogativo-chiave è come assicurare il finanziamento dei servizi pubblici, la scuola, i servizi sociali, la sicurezza, insomma il welfare, in un contesto in cui la produttività generata dall’AI va tutta e direttamente verso il capitale. In altre parole: chi sostiene le politiche industriali nel mondo iper-capitalista di OpenAI?
Non la pensa tanto diversamente Mark Zuckerberg, il patron di Meta, quando sostiene (in un discorso agli studenti di Harvard nel 2017) che un eventuale “reddito universale” deve servire a sostenere l’innovazione tecnologica (e vai!) mentre, più brutalmente, Elon Musk, l’uomo che vuole andare su Marte con la sua SpaceX, ammette che il reddito universale servirà, eccome, visto che l’innovazione tecnologica renderà “economicamente inutile” (dice proprio così!) una percentuale importante della popolazione. Detto in altro modo, alla maniera del filosofo Philippe Van Parijs, già citato, per Musk Altman Thiel e tutta la compagnia della Silicon Valley il reddito universale non è uno strumento di giustizia e di emancipazione come pure immaginava Milton Friedman, iperliberista e premio Nobel per l’economia nel 1976, ma solo un sistema difensivo e compensatorio di tutte le “esternalità negative create dall’AI”.
E allora il problema vero, concludiamo ancora con le parole di Parijs, la questione-chiave non è la ricerca e l’allocazione delle risorse per un eventuale “reddito universale” ma chi decide e controlla questo processo e per quale progetto di società. E qui entra in ballo la democrazia e la sua tenuta in questi tempi primitivi per dirla con Michele Serra. Sarà dura.
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Giuseppe Corsentino
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