Sostenibilità sociale e solidarietà non sono semplici “buone azioni”: nelle imprese possono diventare leve concrete di valore, reputazione e orgoglio interno. È questa la visione che guida il lavoro di Alessandra Riva, founder e Ceo di āvalore, e anima di “Talent of Being Human”, il format che porta sul palco le sfide più urgenti dell’umano nell’epoca dell’AI.
Perché oggi sostenibilità sociale e solidarietà sono temi centrali per le aziende?
Da più di un anno incontro sempre più spesso aziende con problemi di retention, attrattività e motivazione. Offrono stipendi adeguati, benefit, percorsi formativi, eppure basta sempre meno. Credo che molte abbiano smarrito quella dimensione poetica, quasi romantica, che fa dire con orgoglio “io lavoro qui”. Per le nuove generazioni il lavoro non è solo ruolo o stipendio: è senso, impatto, coerenza tra ciò che l’azienda dichiara e ciò che fa. Lo vedo nelle persone che entrano in āvalore: cercano appartenenza e possibilità di contribuire a qualcosa di valore oltre il business.
Qual è la differenza tra sostenibilità sociale e solidarietà?
La sostenibilità sociale, per come la intendiamo in āvalore, è il modo in cui l’azienda si prende cura delle persone. È welfare, ma anche qualità del lavoro: un buon ambiente, smartworking pensato con intelligenza, benefit utili, percorsi di crescita. Sono scelte con ricadute ampie, perché influenzano il modo in cui le persone stanno, oltre l’ufficio. La solidarietà è il passo successivo: quando quell’attenzione all’umano esce dall’azienda e incontra il territorio. In questo passaggio si inserisce Talent of Being Human, il nostro progetto di sostenibilità sociale: porta al centro temi cruciali per persone, aziende e società e destina le risorse generate, sostenuti i costi, a non profit coerenti con la nostra visione. Quest’anno abbiamo scelto di supportare Generation.
In cosa consiste il vostro sostegno a Generation?
Generation è una fondazione no profit che lavora per favorire l’accesso dei giovani al lavoro, riducendo la distanza tra competenze richieste dalle imprese e opportunità reali di inserimento. Mi colpisce perché non guarda solo al curriculum, ma alla motivazione e alla possibilità di rimettersi in gioco.
Come āvalore abbiamo scelto di contribuire con ciò che sappiamo fare: ore di coaching pro bono a disposizione dei giovani che escono dai loro percorsi. Li aiutiamo a prepararsi all’incontro con le aziende, a raccontarsi, a riconoscere le proprie risorse e a presentarsi con più consapevolezza. Le prime a proporsi sono state le persone del mio team: hanno sentito che questo progetto parlava del senso profondo del nostro lavoro, e questo crea appartenenza.
Che impatto ha tutto questo dentro l’azienda?
Ha un impatto forte sul senso di appartenenza. Il team sente di lavorare in un’azienda che prova a rendere concreti i propri valori, mettendo competenze e tempo professionale al servizio di un progetto sociale coerente con ciò che facciamo ogni giorno. Questo genera orgoglio, motivazione e una qualità diversa del coinvolgimento interno. Quando le persone vedono che l’impresa crea valore anche fuori dal proprio perimetro, si riconoscono di più nel progetto comune. E da questa coerenza nascono anche reputazione, fiducia e relazioni di valore.
Oltre al valore etico, quanto conta il quadro normativo e regolatorio in questa direzione?
Conta molto, perché il quadro europeo porta la sostenibilità dentro una logica di responsabilità misurabile. Con CSRD ed ESRS, le aziende coinvolte devono rendicontare in modo più strutturato impatti, rischi e opportunità ambientali, sociali e di governance. Il punto è come si vive questo passaggio: può restare adempimento, oppure diventare una lente per leggere il modello di business. Cosa generiamo? Dove investiamo? Che valore lasciamo nel tempo? Così il bilancio diventa strumento strategico, non solo regolatorio.
Le aziende stanno capendo il legame tra sostenibilità, solidarietà e valore economico?
Alcune sì: sono quelle che riescono a trasformare questi investimenti in cultura, reputazione e fiducia. In altre vedo ancora un approccio più difensivo: si investe perché lo chiedono mercato, normativa o stakeholder, ma manca una regia strategica. Così la sostenibilità resta un capitolo separato dal business, invece di entrare nel modo in cui l’azienda genera valore. La circolarità nasce quando ciò che l’impresa sostiene all’esterno viene compreso e vissuto anche all’interno. Ci sono aziende che fanno molto, magari con fondazioni o progetti sociali importanti, ma lo raccontano poco alle proprie persone. Eppure la reputazione comincia anche da lì: far sapere ai collaboratori che cosa l’azienda sceglie di sostenere e perché. Il punto è fare bene, misurare l’impatto e creare consapevolezza interna. Quando le persone vedono coerenza tra valori dichiarati e azioni concrete, cresce la fiducia. E la fiducia diventa engagement, reputazione e valore economico.
Come si inserisce tutto questo nel progetto Talent of Being Human?
Talent of Being Human nasce per dare forma concreta a questa visione: trasformare la sostenibilità sociale da concetto a esperienza. Lo abbiamo presentato al pubblico nel 2024 al Teatro Lirico di Milano e la prima edizione si è tenuta nel 2025. È una due giorni in un contesto teatrale, pensata per rendere il pubblico parte attiva. Non proponiamo una sequenza di speech: vogliamo che le persone possano portarsi a casa ciò che ascoltano e tradurlo in pratica, nella vita e nel lavoro. L’esperienza è il cuore del format. Ogni anno scegliamo temi sociali e organizzativi urgenti, capaci di interrogare il modo in cui le imprese si prendono cura dell’umano. L’anno scorso abbiamo lavorato su due grandi fraintesi: emozioni e talento. Nelle aziende vedo persone che faticano a riconoscere ciò che provano. E talento è una parola inflazionata: si usa molto, ma pochi si chiedono davvero che cosa significhi, come si riconosca e come si trasformi in valore.
Qual è il focus della prossima edizione, in programma a settembre?
Quest’anno abbiamo scelto “l’umanità del tempo”. Se guardiamo intorno, sentiamo tutti dire che il tempo manca, si assottiglia, sembra sfuggire. Siamo perennemente in corsa. Il burnout, che una volta incontravo soprattutto nei contesti sanitari, oggi attraversa studi professionali, grandi imprese, realtà di servizi. Nei contesti aziendali si vive a un ritmo sempre più incalzante, che genera ansia, stress, pressione. Il progetto nasce dal desiderio di fermarsi a guardare il tempo. Che senso ha? Da dove arriva, nella sua dimensione culturale, simbolica, psicologica? Il tempo, così come lo misuriamo e organizziamo, è una costruzione profondamente umana: orienta scelte, relazioni, modo di stare al mondo. La due giorni trae libera ispirazione da “Momo” di Michael Ende, una fiaba sul tempo rubato e restituito. E nel secondo giorno introduciamo il tema dell’intelligenza artificiale.
In che modo l’intelligenza artificiale entra nel racconto di Talent of Being Human?
L’evento si chiama “Il talento di essere umani” perché vogliamo lavorare su ciò che l’AI non potrà mai davvero comprendere fino in fondo: l’unicità di ciascuno, la profondità delle emozioni, la capacità di dare senso al tempo e al lavoro. Racconteremo storie di aziende che stanno integrando l’AI non per licenziare, ma per liberare tempo umano: tolgono alle persone una parte delle attività più ripetitive e le spostano in spazi di creatività, di relazione, di strategia. È lì che si costruiscono le idee per il futuro. Dall’altra parte, parleremo anche delle realtà che useranno l’AI solo come leva di taglio costi, sacrificando le persone. È il vero bivio del domani: decidere se la tecnologia sarà un alleato per allargare gli spazi dell’umano o una scorciatoia per ridurlo.
Che ruolo immagina per le imprese in un contesto in cui lo Stato fa fatica a sostenere tutti i bisogni sociali?
Credo che le imprese possano diventare alleate decisive nella costruzione di nuove reti di cura. Non parlo solo di donazioni, ma di progetti di sostenibilità capaci di generare impatto, valore e reputazione. Racconteremo esperienze di associazioni e aziende che stanno già andando in questa direzione, mostrando cosa accade quando competenze, risorse e relazioni incontrano bisogni reali. Lo Stato resta centrale, ma da solo fatica a rispondere alla complessità sociale che emerge. Le imprese hanno organizzazione, visione e reti: possono contribuire in modo concreto e costruire un vantaggio competitivo nuovo, fondato sull’umano.
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Riccardo Venturi
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