il food accelera, meccanica e moda rallentano


L’export italiano continuerà a crescere anche nei prossimi anni, ma non tutti i comparti viaggeranno alla stessa velocità. Se agroalimentare, industria estrattiva, gomma e plastica si preparano a guidare la ripresa delle vendite sui mercati internazionali, altri pilastri del Made in Italy, dalla meccanica al tessile, attraverseranno una fase decisamente più complessa. È il quadro che emerge dal Rapporto Export 2026 di Sace, presentato il 2 luglio, che disegna uno scenario caratterizzato da luci e ombre ma individua anche una delle principali leve competitive per le imprese italiane: la capacità di inserirsi in più filiere produttive anziché dipendere da un solo mercato.

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La previsione di Sace è quella di una crescita dell’export nazionale pari al 2% nel 2026, destinata ad accelerare al 2,5% nel 2027 e al 2,8% nel 2028. Un ritmo inferiore rispetto al +3,3% registrato nel 2025, ma comunque positivo in un contesto internazionale ancora segnato dalle tensioni geopolitiche e dall’incertezza dei commerci globali. Lo scenario elaborato dagli economisti dell’istituto parte dall’ipotesi che si riducano gli effetti dei conflitti in Medio Oriente e che lo Stretto di Hormuz torni a operare senza particolari criticità, favorendo una normalizzazione dei flussi commerciali e dei costi energetici.

Dietro il dato complessivo si nasconde però un’Italia manifatturiera che procede a velocità differenti. Alcuni settori continueranno infatti a espandersi ben oltre la media nazionale, mentre altri dovranno affrontare una domanda internazionale più debole e investimenti ancora prudenti.


A trainare la crescita sarà soprattutto l’agroalimentare. Secondo il Rapporto, il comparto aumenterà le esportazioni del 3,1% nel 2026, per poi mantenere un ritmo sostenuto anche negli anni successivi con un +2,6% nel 2027 e un +2,5% nel 2028. Ancora migliore la performance prevista per i prodotti agricoli, destinati a crescere del 3,4% già quest’anno, confermando la solidità della domanda internazionale per le produzioni italiane di qualità.

Anche i beni di consumo dovrebbero mantenersi sopra la media nazionale nel 2026, con una crescita prevista del 2,5%. A sostenere il comparto saranno soprattutto le lavorazioni dell’oro, comprese nella categoria “Altri consumi”, che dovrebbero registrare un incremento delle esportazioni del 5,2%. Il ritmo, tuttavia, tenderà ad attenuarsi nei due anni successivi, quando il settore dovrebbe fermarsi rispettivamente all’1,8% e al 2,2%.

Più difficile la situazione per il tessile e l’abbigliamento, uno dei simboli del Made in Italy. Per il 2026 Sace prevede una crescita quasi nulla, limitata allo 0,3%, prima di un graduale recupero al 2% nel 2027 e al 2,2% nel 2028. Una dinamica simile riguarda anche il comparto del legno, che quest’anno dovrebbe addirittura registrare una lieve contrazione dello 0,2%, salvo tornare in territorio positivo nei due anni successivi con incrementi dell’1,6% e del 2,3%.

Il rallentamento più evidente riguarda però i beni di investimento, tradizionale punto di forza dell’industria italiana. Nel 2026 il settore dovrebbe fermarsi a una crescita dell’1,3%, ben al di sotto della media nazionale. La frenata interessa la meccanica strumentale, che vedrà aumentare l’export dell’1,4%, i mezzi di trasporto, previsti a +0,6%, e gli apparecchi elettrici, attesi all’1,6%. La cautela delle imprese negli investimenti in nuovi impianti continua infatti a pesare sugli ordinativi internazionali.

Secondo gli economisti di Sace, un contesto geopolitico più stabile potrebbe però favorire un’accelerazione già dal 2028. In quello scenario la meccanica strumentale potrebbe tornare a crescere del 3,3%, i mezzi di trasporto del 2,7% e gli apparecchi elettrici del 2,8%.


Segnali incoraggianti arrivano invece dai beni intermedi, cioè dalle materie prime e dai semilavorati che alimentano la produzione industriale. L’export del comparto è atteso in aumento del 2,2% nel 2026, del 2,5% nel 2027 e del 3,1% nel 2028. A distinguersi saranno soprattutto gomma e plastica, con una crescita del 3,1% quest’anno, destinata a salire al 3,5% nel 2027 prima di attestarsi al 2,7% nel 2028.

Particolarmente brillante il risultato previsto per l’industria estrattiva, comprendente petrolio, gas e prodotti raffinati, che nel 2026 dovrebbe mettere a segno un balzo del 6,1%, anche se la crescita tenderà successivamente a normalizzarsi. Rimane invece più fragile il comparto della chimica di base, per il quale Sace stima un aumento limitato all’1,2% quest’anno, con prospettive di recupero al 2,6% nel 2027 e al 3,4% nel 2028.

Uno degli aspetti più interessanti del Rapporto riguarda il ruolo delle filiere produttive, considerate il vero motore della competitività italiana. Nelle dodici filiere strategiche individuate da Sace, le esportazioni rappresentano il 32% del fatturato complessivo, una quota più che doppia rispetto alla media dell’intero sistema economico italiano, che si ferma al 15%.

La vera novità è però l’affermazione del modello multifiliera. Sempre più imprese stanno infatti cercando di diversificare i propri clienti e i mercati di sbocco, riducendo la dipendenza da un solo settore produttivo. Secondo Alessandro Terzulli, Chief Economist di Sace, oggi quattro aziende italiane su cinque operano ancora all’interno di una sola filiera, rinunciando così a importanti opportunità di sviluppo.

L’automotive rappresenta uno degli esempi più significativi di questa trasformazione. Molti fornitori della filiera automobilistica stanno iniziando a mettere a disposizione le proprie competenze tecnologiche anche per comparti differenti, dalla difesa all’aerospazio, dal ferroviario alle energie rinnovabili fino alla meccanica avanzata. Una strategia che richiede investimenti ma che può aumentare la resilienza delle imprese e renderle meno esposte alle crisi cicliche dei singoli mercati.


Secondo Terzulli, stanno cambiando anche le relazioni tra aziende all’interno delle filiere produttive. Se in passato prevaleva quasi esclusivamente la ricerca della riduzione dei costi, oggi diventano centrali obiettivi come innovazione, integrazione tecnologica e competitività internazionale.

Il quadro delineato dal Rapporto si inserisce in un anno che aveva preso avvio con risultati superiori alle attese. Nei primi quattro mesi del 2026, ricorda Sace sulla base dei dati Istat, le esportazioni italiane sono cresciute del 3,2%. La previsione di chiusura dell’anno resta però più prudente e si attesta al +2%, segnale di un progressivo rallentamento della domanda mondiale.

A sostenere le prospettive del Made in Italy potrebbero contribuire anche i nuovi accordi commerciali negoziati dall’Unione europea con Mercosur, India, Australia e Marocco. Oltre alla riduzione dei dazi, gli accordi puntano soprattutto ad abbattere le cosiddette barriere non tariffarie, sempre più determinanti per gli scambi internazionali. Si va dalle procedure doganali ai controlli ambientali, dagli standard tecnici fino ai vincoli sanitari, come quelli che ancora limitano l’ingresso del prosciutto crudo italiano in alcuni mercati.

Per Sace proprio queste restrizioni rappresentano oggi uno dei principali costi indiretti del commercio globale. Rafforzare le filiere, diversificare i mercati di destinazione e ampliare le collaborazioni tra comparti produttivi diventano quindi le condizioni essenziali per consentire alle imprese italiane di continuare a crescere in uno scenario internazionale che resta competitivo, ma sempre più selettivo.



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 Cristina Giua

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