la conformità non basta se il backup fallisce


La conformità normativa, da sola, non garantisce la continuità operativa. È questo il punto centrale dell’analisi di Simona Riela, Senior Channel and Territory Manager di Object First in Italia, che riflette su uno dei temi più delicati per il settore finanziario: il divario tra rispetto formale delle regole e capacità concreta di ripristinare dati e servizi quando un attacco o un guasto mettono sotto pressione l’infrastruttura. Con DORA ormai entrato nel pieno della sua applicazione, il tema non riguarda più soltanto la documentazione, ma la prova dei fatti in termini di recovery,

La direttiva DORA chiede prove di capacità di recovery, non dichiarazioni

La resilienza digitale è diventata un requisito verificabile. Secondo l’analisi di Simona Riela, il problema è che molte organizzazioni si trovano ancora lontane da questo traguardo: il 96% delle società di servizi finanziari ammette di non essere pienamente conforme al Digital Operational Resilience Act (DORA), mentre la maggior parte delle aziende non riuscirebbe a sostenere più di tre giorni di inattività.

Il regolamento europeo impone agli enti finanziari di dimostrare la capacità di reagire a cyber attacchi, guasti informatici e interruzioni dei fornitori tecnologici, ma soprattutto introduce un principio destinato a cambiare il modo di affrontare la resilienza: i piani di recovery devono funzionare davvero. Non basta predisporli, né descriverli nei documenti destinati agli audit.

DORA richiede infatti test periodici, simulazioni realistiche e la verifica degli obiettivi di ripristino, come Recovery Point Objective (RPO) e Recovery Time Objective (RTO). Il nodo, però, emerge quando si passa dalla teoria alla pratica. Cosa accade se un attaccante riesce a compromettere le credenziali di un amministratore? In uno scenario di questo tipo, molti processi formalmente corretti potrebbero non reggere a una crisi reale, mettendo a rischio la continuità operativa proprio nel momento in cui dovrebbe essere garantita.


Il backup diventa il punto più critico della resilienza

Tra gli aspetti evidenziati nell’analisi, il backup occupa una posizione centrale. Durante un attacco ransomware rappresenta spesso uno dei primi obiettivi degli aggressori, perché impedire il recupero dei dati aumenta la probabilità che venga pagato un riscatto. E anche quando il pagamento avviene, nessuno può garantire il ripristino delle informazioni.

Le conseguenze non si limitano all’ambito informatico. Un backup inutilizzabile può fermare la produzione, interrompere i servizi ai clienti, bloccare la supply chain e generare danni economici e reputazionali in tempi molto rapidi. Per questo la possibilità di recuperare i dati distingue un incidente gestibile da una crisi aziendale estesa.

Molte organizzazioni dispongono già di sistemi di backup, ma la loro presenza non equivale automaticamente a una protezione efficace. Secondo Riela, le tecnologie legacy possono trasmettere una falsa percezione di sicurezza, superando gli audit senza offrire le garanzie necessarie quando un’infrastruttura viene realmente compromessa.

Il concetto di immutabilità

In questo contesto assume un ruolo decisivo il concetto di immutabilità. Se questa funzione presenta eccezioni o dipende da privilegi amministrativi, si creano punti deboli che un attaccante può sfruttare. L’obiettivo dovrebbe essere un’architettura in cui i dati di backup, una volta scritti, non possano essere modificati o cancellati da nessuno, nemmeno dagli utenti con i privilegi più elevati.

L’analisi di Object First richiama inoltre l’attenzione su un altro fattore spesso sottovalutato: la complessità operativa. L’aumento di controlli, strumenti e procedure richiesto dalla conformità può trasformarsi in un elemento di rischio, soprattutto per le aziende che non dispongono di team altamente specializzati. Più componenti significa infatti più configurazioni, più verifiche e più possibilità che un errore comprometta l’intero processo di recovery.


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La resilienza, quindi, non si misura con l’esito positivo di un audit, ma con la capacità di riportare i sistemi in funzione quando tutto il resto ha già smesso di funzionare. È questo, secondo l’analisi di Simona Riela, il passaggio decisivo imposto da DORA: spostare l’attenzione dalla conformità documentale all’efficacia operativa, riducendo la distanza tra ciò che un’organizzazione dichiara di saper fare e ciò che riesce realmente a dimostrare durante una crisi.


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 Marco Brunasso

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