Perugia, 4 luglio 2026 – Il Rapporto Mediobanca-Unioncamere-Tagliacarne censisce 67 aziende manifatturiere. In rapporto alla struttura produttiva, l’Umbria precede Marche, Toscana e Lazio. Tredici imprese agroalimentari sfiorano 1,5 miliardi di ricavi, mentre il Centro rallenta e le competenze diventano decisive.
La dichiarazione
Giorgio Mencaroni, presidente della Camera di Commercio dell’Umbria
“Questo dato inedito sorprenderà molti, perché racconta un’Umbria industriale più solida e articolata di quanto spesso si immagini. Le medie imprese possono essere il punto di raccordo tra grandi aziende, piccole imprese, artigianato e servizi. Per trattenere più valore nella regione, le imprese maggiori devono trovare — e contribuire a costruire — fornitori e partner locali qualificati, capaci di misurarsi con tecnologie, standard, sostenibilità e mercati. La Camera di Commercio deve continuare a lavorare su questo terreno, sostenendo le piccole e medie imprese nella doppia transizione digitale ed ecologica, perché l’intera filiera cresca insieme e più ricchezza resti in Umbria”.
L’Umbria conta 67 medie imprese manifatturiere. La Toscana ne ha 223, le Marche 119, il Lazio 76. Eppure, quando il numero delle aziende viene rapportato alla dimensione dell’economia, del territorio e della base produttiva, è l’Umbria a salire sul podio nazionale: terza, dietro Veneto e Lombardia.
È il risultato più sorprendente del XXV Rapporto sulle medie imprese industriali italiane, realizzato dall’Area Studi Mediobanca, da Unioncamere e dal Centro Studi delle Camere di Commercio Guglielmo Tagliacarne. L’indice di attrattività non premia chi possiede più imprese in valore assoluto; misura dove la media dimensione occupa più spazio. Ed è proprio qui che la regione cambia scala.
L’eccezione nel Centro Italia
Nel Centro sono censite 485 medie imprese. Quasi una su sette ha sede in Umbria. Ma il confronto più istruttivo riguarda l’incidenza sulla manifattura: nella regione si contano 2,6 medie imprese ogni cento società manifatturiere di capitali, contro 2 nella media italiana, 1,74 nelle Marche, 1,56 in Toscana e 1,38 nell’intero Centro. Il Lazio si ferma a 0,67.
L’Umbria ospita l’1,9% delle medie imprese italiane, pur rappresentando circa l’1,5% delle società manifatturiere di capitali. È l’unica regione del Centro nella quale il peso della media impresa supera quello della base manifatturiera complessiva. Non significa che abbia più industria di Toscana e Marche. Significa che, dentro un’economia più piccola, la fascia intermedia è insolitamente larga.
Lo studio considera società manifatturiere con 50-499 dipendenti e ricavi fra 19 e 415 milioni di euro, dotate di controllo autonomo, in prevalenza familiare o cooperativo. Restano fuori le aziende appartenenti a grandi gruppi italiani, quelle a controllo estero e quelle partecipate in maggioranza da fondi di private equity.
Tredici aziende, quasi un miliardo e mezzo
Il dato che dà la misura più concreta del fenomeno arriva dall’agroalimentare. Nel sistema produttivo locale che riunisce Trasimeno-Corciano, Appennino e Tevere, Todi, Umbertide e Valle Umbra Sud operano 13 medie imprese con 1 miliardo e 481 milioni di euro di ricavi, 393 milioni di esportazioni e 1.411 dipendenti.
In media sono circa 114 milioni di fatturato e 109 addetti per azienda. Numeri che spostano una parte dell’agroalimentare umbro fuori dalla sola narrazione delle produzioni tipiche e delle piccole eccellenze: qui ci sono filiere che hanno già raggiunto struttura, mercati e organizzazione da industria.
Nel Sud-Ovest Orvietano, il sistema delle produzioni certificate e tutelate conta 84 milioni di ricavi, 9 milioni di esportazioni e 250 occupati. I perimetri territoriali possono sovrapporsi e i valori non vanno sommati meccanicamente, ma la scala raggiunta resta significativa.
Due distretti, due modi di competere
Nel distretto di Assisi-Umbertide, specializzato nell’abbigliamento e nel tessile, 211 milioni di fatturato convivono con 111 milioni di esportazioni e 582 dipendenti: oltre metà dei ricavi, il 52,6%, arriva dall’estero.
Nel distretto cartotecnico di Città di Castello il giro d’affari è quasi identico, 213 milioni, e gli occupati sono 607. Ma le vendite oltreconfine si fermano a 19 milioni, l’8,9% del fatturato. Da una parte un sistema fortemente esposto alla domanda internazionale; dall’altra un’industria più legata al mercato interno e alle filiere nazionali.
Insieme, i due distretti valgono 424 milioni di ricavi, 130 milioni di esportazioni e 1.189 posti di lavoro. Fra il 1996 e il 2024, intanto, le medie imprese italiane hanno aumentato l’occupazione del 47,2%, mentre nei grandi gruppi a controllo italiano gli addetti sono diminuiti del 6%.
Il podio non cancella il rallentamento
La forza strutturale dell’Umbria convive con un quadro congiunturale meno brillante. Nel 2025 le medie imprese del Centro hanno registrato una crescita del fatturato limitata allo 0,3% e una flessione delle esportazioni del 2,9%, la più pesante fra le macroaree italiane. Sono dati riferiti all’intero Centro, non alla sola regione, ma descrivono il mercato nel quale operano anche le aziende umbre.
Per il 2026, a livello nazionale, le aspettative tornano positive: +2,5% per il fatturato e +2,7% per le esportazioni. La fragilità si sposta però sul lavoro. Quasi il 90% delle medie imprese segnala difficoltà nel reperire personale; il 67,2% fatica a trovare competenze tecniche e specialistiche, il 50,6% profili operativi. Il 77% ricorre a lavoratori stranieri.
Sul versante tecnologico, il Rapporto misura anche il rendimento della formazione. Fra le imprese che investono in tecnologie avanzate, l’aumento previsto della produttività al 2029 arriva al 16,8% quando l’innovazione è accompagnata dall’aggiornamento del personale; senza formazione si ferma al 5,1%.
Per molte aziende il problema non è soltanto trovare nuovi mercati. È trovare tecnici, operai specializzati e persone capaci di gestire impianti, dati e clienti esteri. In Umbria, dove la media industria ha già raggiunto un peso superiore alle dimensioni della regione, la distanza fra ordini disponibili e competenze reperibili rischia di diventare il vincolo più concreto alla crescita.
Fonte: XXV Rapporto Le medie imprese industriali italiane 2015-2024 e Report Le medie imprese italiane tra continuità e trasformazione, Area Studi Mediobanca, Unioncamere e Centro Studi delle Camere di Commercio Guglielmo Tagliacarne.
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Gilberto Scalabrini
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