Il caso non nasce dal successo televisivo italiano. La messa in onda Rai lo ha reso visibile a un pubblico più largo, dopo una traiettoria già segnata da Berlino, dai premi e dall’aula giudiziaria di Teheran. I registi Maryam Moghaddam e Behtash Sanaeeha, coppia artistica e coniugale, hanno firmato un film in persiano prodotto da Iran, Francia, Svezia e Germania. La scheda RaiPlay indica Lili Farhadpour, Esmaeel Mehrabi, Mohammad Heidari e Mansoore Ilkhani fra gli interpreti.
Avviso ai lettori: il testo entra anche nel finale del film e negli atti giudiziari resi pubblici fuori dall’Iran.
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Dal salotto di Teheran alla sentenza
La notizia da fissare subito: Moghaddam e Sanaeeha hanno avuto pene detentive sospese per My Favourite Cake, titolo distribuito in Italia come Il mio giardino persiano. HRANA colloca il verdetto d’appello al 27 maggio 2025 e attribuisce alla Sezione 36 della Corte d’appello di Teheran la conferma integrale delle pene e delle multe. Nella parte che riguarda i due registi, la pena è di 14 mesi ciascuno per propaganda tramite diffusione di falsità destinata a disturbare l’opinione pubblica. La sospensione dura cinque anni.
Lo stesso fascicolo attribuisce a Moghaddam, Sanaeeha e al produttore Gholamreza Mousavi un anno di carcere sospeso per produzione di contenuto osceno, oltre alla confisca dell’attrezzatura collegata al film. La parte sulle proiezioni senza licenza aggiunge sanzioni pecuniarie. La pagina di ICFR registra l’impianto del verdetto e conferma il rilievo internazionale assunto dal caso nella comunità cinematografica.
Il film: una sera a porte chiuse
Mahin ha 70 anni, vive sola a Teheran e accetta la propria solitudine fino a quando un pranzo con le amiche riapre il desiderio di una compagnia adulta. Rai Ufficio Stampa colloca la prima TV italiana venerdì 3 luglio 2026 alle 21.15 su Rai 3 e parla dell’incontro con Faramarz, tassista anziano invitato a cena nella casa della protagonista.
Il tratto che innerva il film sta nella normalità delle azioni quotidiane: una donna adulta che non indossa il velo fra le mura domestiche, una bottiglia di vino, un ballo, l’invito a un uomo non parente. In Iran la scena privata entra sotto legge pubblica; il film porta quel cortocircuito nella forma mite di una commedia notturna.
Berlino senza i registi
La 74ª Berlinale ha presentato il film in concorso il 16 febbraio 2024. La sala tedesca ha visto gli attori con le fotografie dei registi assenti: i passaporti erano stati sequestrati a Teheran prima della partenza. Le Monde documenta il blocco all’aeroporto e le pressioni per ritirare il film dai festival; i registi rifiutarono.
Il riconoscimento arrivò lo stesso: Premio FIPRESCI e Premio della giuria ecumenica. La Berlinale ha inserito Keyke mahboobe man fra i titoli premiati del 2024. FIPRESCI ne registra paese di produzione e regia. La distanza fra applauso europeo e divieto iraniano è il nervo giudiziario del caso.
Il lavoro iniziato durante Donna, Vita, Libertà
La lavorazione si intreccia con il 2022 iraniano. The Guardian colloca l’inizio delle riprese nel settembre 2022 e registra lo stop di due giorni dopo la morte di Mahsa Amini. I registi decisero di proseguire con troupe e attori avvisati delle possibili ritorsioni, perché il film parlava già di vita quotidiana femminile fuori dal controllo statale.
Il materiale sequestrato nel raid alla casa del montatore Ata Mehrad non bloccò il montaggio, perché una copia non lavorata era già a Parigi. Quel tassello produttivo, spesso liquidato come aneddoto, mostra il grado di pianificazione richiesto a un cinema che nasce sotto minaccia di sequestro.
Le accuse dentro il fascicolo
L’atto penale combina propaganda contro la Repubblica islamica attraverso falsità dirette a turbare l’opinione pubblica, partecipazione alla produzione ritenuta oscena e proiezione senza licenza. Euronews conferma la pena sospesa di 14 mesi e lega le accuse alla presenza di una donna senza copricapo in scena.
Il passaggio d’appello mantiene il verdetto senza convertirlo in detenzione immediata. La sospensione quinquennale, però, non cancella il vincolo: per cinque anni la sentenza accompagna ogni mossa pubblica dei registi e tiene il loro lavoro sotto una minaccia formalizzata.
La censura entra nella grammatica del film
Il caso giudiziario non riguarda un pamphlet clandestino. Il testo cinematografico lavora su atti minimi: dormire, vestirsi, scegliere chi far entrare in casa, bere a tavola, ascoltare musica. La censura colpisce proprio qui, dove l’opera restituisce a una donna anziana una stanza non sorvegliata e un desiderio pronunciato senza scuse.
Il cinema autorizzato iraniano ha spesso finito per trasferire il velo anche negli interni domestici, come se la cinepresa portasse la strada dentro l’appartamento. Moghaddam e Sanaeeha rompono quella convenzione. Mahin appare come abiterebbe davvero la propria casa e proprio quell’aderenza al quotidiano viene trattata come minaccia.
Il passaggio televisivo italiano
La messa in onda su Rai 3 ha portato il film dal circuito dei festival e delle sale d’essai al pubblico televisivo. La pagina RaiPlay lo presenta come film del 2024, produzione Iran-Francia-Svezia-Germania, in concorso alla Berlinale 2024, con regia di Moghaddam e Sanaeeha e interpreti Lili Farhadpour; Esmaeel Mehrabi; Mohammad Heidari e Mansoore Ilkhani.
In Italia Academy Two ha distribuito il film nelle sale il 23 gennaio 2025. La presenza televisiva del luglio 2026 ha aperto un secondo pubblico: chi incontra ora il film lo vede già sapendo che la storia di Mahin è entrata nel caso giudiziario contro i suoi autori. La cronaca di ComingSoon del 3 luglio registra la stessa traiettoria: opera romantica, censura iraniana, registi condannati.
Il legame con il caso Panahi
La pressione sui due registi si colloca nella stessa stagione giudiziaria che ha colpito Jafar Panahi. Sbircia ha seguito la conferma della condanna a un anno inflitta al regista premiato a Cannes, con divieto di espatrio biennale e limiti all’adesione a gruppi politici e sociali. Il riferimento interno è qui: Panahi, confermata a Teheran la condanna a un anno.
Il confronto con Panahi segnala una medesima tecnica di compressione: carcere, divieto di espatrio, interdizione sociale e lavoro artistico trattato come propaganda. Nel caso di Il mio giardino persiano, il film lavora su una scala minuta. La repressione colpisce un invito a cena.
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Junior Cristarella
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