76 progetti in 18 Paesi africani


Il 3 luglio 2026 il Piano Mattei è uscito dalla sola dichiarazione politica ed è entrato nel terreno delle Camere. L’invio della relazione annuale obbliga Palazzo Chigi a fissare per iscritto Paesi, cantieri e canali finanziari. I numeri raccontano quante iniziative siano partite; disegnano anche il modo in cui l’Italia intende usare finanza climatica, garanzie pubbliche e accordi multilaterali per legare la politica africana a filiere energetiche, digitali e formative.

Sommario dei contenuti

Relazione alle Camere, perimetro fissato

La relazione è stata trasmessa al Parlamento secondo l’articolo 5, comma 3, della legge n. 2 del 2024. La scelta di usare una relazione annuale supera il peso formale: porta nella sede parlamentare il grado di avanzamento del Piano e mette su carta la catena di responsabilità amministrativa.

Il fascicolo 2026 è aggiornato al 30 giugno e nasce dalla sesta riunione della Cabina di regia, tenuta il 26 giugno a Palazzo Chigi. La sequenza delle date ha un peso politico netto: il Governo chiude il rilevamento a fine semestre, poi lo trasmette alle Camere dopo l’adozione interna.

Dai nove Paesi pilota ai diciotto partner

Il salto geografico misura la distanza tra la partenza del gennaio 2024 e la fotografia del 2026. Il Piano è nato con nove Paesi pilota, è arrivato a quattordici nel gennaio 2025 ed è stato allargato nel marzo 2026 con l’ingresso di Gabon, Repubblica Democratica del Congo, Ruanda e Zambia.


L’allargamento verso l’area mineraria e produttiva dell’Africa spinge Roma su capitoli diversi da quelli del Nord Africa mediterraneo. Energia, materie prime, trasporti e competenze tecniche entrano nella stessa agenda. Il numero dei partner registra l’estensione diplomatica e l’aumento dei dossier nazionali da coordinare, finanziare e controllare.

Dai 76 progetti alla macchina finanziaria

La formula oltre 70 usata da Giorgia Meloni nel messaggio politico trova nel fascicolo un numero secco: 76 progetti in corso. È la cifra da cui leggere la macchina finanziaria. La dotazione iniziale di 5,5 miliardi costituisce la base; il Fondo Italiano per il Clima aggiunge deliberazioni per iniziative africane.

SACE interviene nelle garanzie pubbliche e i crediti bilaterali italiani vengono indirizzati verso programmi concordati con i Paesi interessati. La scelta produce una leva diversa dal finanziamento ordinario: una parte dell’esposizione finanziaria resta coperta da strumenti italiani, mentre la realizzazione avviene in territorio africano con partner pubblici e privati.

Fondo clima e garanzie pubbliche

Il Comitato tecnico del Fondo Italiano per il Clima ha deliberato circa 1,2 miliardi di euro per 15 interventi in Africa. La quota riferita all’anno coperto dal fascicolo raggiunge 936,7 milioni tra il 1° luglio 2025 e il 30 giugno 2026.

A questa linea si sommano 4 miliardi di garanzie concesse da SACE. I 269 milioni di crediti bilaterali italiani sono destinati a programmi di sviluppo in un arco decennale, scelta che separa la cooperazione finanziaria dalla mera apertura di nuovo debito commerciale.


Roma, poi Addis Abeba

Il calendario politico del Piano passa da due Vertici Italia-Africa. Il primo si è svolto a Roma nel gennaio 2024. Il secondo è stato ospitato ad Addis Abeba il 13 febbraio 2026 ed è stato il primo nella storia della conferenza tenuto in territorio africano.

La presenza di 35 delegazioni guidate da capi di Stato e di Governo ha dato al Piano un esame pubblico davanti ai partner. Spostare il vertice in Africa ha tolto al formato la comodità della sola regia romana e ha costretto l’Italia a presentare la propria agenda davanti agli interlocutori chiamati poi a ospitare i cantieri.

Le sei direttrici del Piano

La relazione colloca le attività su sei direttrici: acqua, agricoltura, energia, infrastrutture fisiche e digitali, istruzione con formazione e cultura, salute. L’ordine segue una traccia industriale. Acqua e agricoltura portano il Piano nella sicurezza alimentare; energia e infrastrutture costruiscono capacità produttiva; istruzione e salute agiscono sulle condizioni sociali che rendono stabile un investimento.

Il dato politico sta nella combinazione fra settori molto diversi. Un impianto energetico senza tecnici locali diventa fragile. Una filiera agricola senza logistica perde margini. Una scuola tecnica senza domanda industriale resta separata dal mercato. Il Piano prova a far lavorare questi capitoli dentro lo stesso perimetro nazionale.

Digitale e intelligenza artificiale nel fascicolo 2026

Nel periodo coperto dalla relazione entra con maggiore forza la trasformazione digitale, insieme all’intelligenza artificiale. La scelta segue l’allargamento ai Paesi dove competenze tecniche, servizi pubblici digitali e filiere energetiche chiedono personale formato.


Il capitale umano opera da cerniera tra atenei, imprese e amministrazioni africane. Per l’Italia il capitolo digitale riguarda software, connettività e capacità di formare tecnici locali in grado di mantenere sistemi, usare piattaforme pubbliche e sostenere infrastrutture energetiche o agricole.

Global Gateway e istituzioni multilaterali

Il raccordo con il Global Gateway dell’Unione europea colloca il Piano nel canale degli investimenti infrastrutturali europei. L’architettura finanziaria passa poi dall’accordo con la Banca Mondiale, dall’intesa con la Banca Africana di Sviluppo nella Mattei Plan-Rome Process Financing Facility e dalle garanzie europee TERRA e RISE.

Nel perimetro multilaterale compaiono anche UNDP, IFC, IFAD, FAO e African Finance Corporation. La presenza di queste istituzioni ostacola la deriva verso un canale solo bilaterale: porta dentro standard finanziari, procedure di monitoraggio e capacità di cofinanziamento.

Sistema Italia nella cabina larga

Il Piano viene presentato come azione di Sistema Italia. Nel linguaggio degli atti la formula indica una macchina larga: ministeri e società finanziarie pubbliche portano capitale e garanzie; Regioni, enti locali, atenei, terzo settore e diaspora africana in Italia vengono chiamati a costruire progetti con ancoraggio territoriale.

La parte più fragile si trova proprio qui. Senza capacità di esecuzione nei singoli Paesi, anche una dotazione cospicua resta cifra di bilancio. La relazione 2026 mostra un perimetro esteso; la tenuta del Piano dipenderà dalla qualità dei contratti, dalla presenza di soggetti locali e dalla manutenzione delle opere dopo l’avvio.


La crescita del Piano richiama alcune pagine già pubblicate da Sbircia la Notizia Magazine. Nel caso della diffida degli eredi Mattei il nome del Piano è entrato nel terreno simbolico. Nel Forum Italia-Kenya si è visto il raccordo con imprese, infrastrutture e filiere produttive.

Il pezzo sull’asse Italia-Corea ha mostrato l’Africa come spazio di cooperazione industriale a cui Roma prova ad agganciare partner tecnologici asiatici. Nel capitolo Italia-Mozambico il Piano è già sceso nel terreno dell’energia rurale, del digitale pubblico e della filiera agricola di Manica.

La soglia politica per Palazzo Chigi

Per Palazzo Chigi il passaggio del 3 luglio fissa una soglia: ora il Piano viene misurato su cantieri e contratti, con atti finanziari alle spalle. Meloni rivendica una cooperazione paritaria; la prova per l’esecutivo sarà portare i 76 progetti dalle schede ministeriali a opere eseguite, personale formato e servizi visibili nei Paesi partner.

La relazione offre alla maggioranza un bilancio da rivendicare e alle opposizioni un testo da interrogare. La differenza sarà nei documenti successivi: convenzioni, contratti di gara, accordi finanziari, tempi di esecuzione e capacità locale di mantenere ciò che viene costruito.



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 Junior Cristarella

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