Pitti Uomo e i fashion show di Milano e Parigi per la presentazione delle collezioni uomo p/e 2027 si sono appena conclusi. In passerella hanno sfilato, centinaia di (perlopiù giovanissimi) modelli composti e silenziosi. A loro è stato affidato il compito di sostenere una tale abbondanza di nuovi outfit che fa della sovraproduzione un problema tanto numerico quanto progettuale. Vale per la moda, vale per il design, in modo diverso ma vale anche per le arti visive. Ma non è questo il punto della mia riflessione, che prende invece avvio dalla coincidenza temporale tra le camminate mute di questi modelli e la fase a gironi dei Mondiali Fifa 2026. C’entrano i Mondiali di calcio con la moda? Con la moda c’entra tutto: la moda si nutre di forme dell’esterno, se non lo facesse andrebbe incontro a una sorta di cannibalismo autodistruttivo.
I giovanissimi campioni dei Mondiali 2026
Non sono bellissimi gli attuali protagonisti di quello sport che usiamo identificare con l’appellativo di football? Non il football americano, ma il soccer, quello che in Italia chiamiamo calcio. I Mondiali Fifa 2026 ci stanno presentando centinaia di atleti provenienti da ogni parte del mondo, spesso indicati anche da numeri come 2005, 2006 persino 2009. Il Messico ha schierato Gilberto Mora, 17 anni, uno dei più giovani titolari nella storia della competizione, Sochůrek (Repubblica Ceca), Mbaye (Senegal), Lamine Yamal (Spagna) ne hanno 18, mentre Rayan (Brasile) ha 19 anni. “Ragazzini” che in campo corrono, volano, saltano con destrezza prodigiosa, “ragazzini” che dopo aver fatto gol corrono verso la telecamera più vicina per dar luogo a una studiatissima mimica. Lo fanno per rimarcare la forza della propria immagine e lo fanno così bene da lasciare senza parole i milioni di poltronari che in ogni parte del mondo li stanno a guardare incantati.
I numeri dei Mondiali Fifa 2026 e delle Fashion Week
Veniamo ora ai numeri. Per Fifa 2026 gli stadi hanno registrato un tasso medio di riempimento del 99,7%, il più alto mai visto in un Mondiale. Il torneo è frequentato da 48 team di nazioni diverse che disputano 104 partite, il che rende probabile un totale finale superiore ai 4 milioni di spettatori. Numeri altissimi, ma ancora niente se rapportati ai 5-6 miliardi di visualizzazioni complessive (televisione e streaming, contando tutte le partite e le visualizzazioni cumulative) previsti nel corso dell’intero torneo. Quanti contatti hanno totalizzato tra il tra il 16 e il 28 giungo Pitti Uomo e le Fashion Week di Milano e Parigi? Non ci sono cifre ufficiali, ma il paragone è insostenibile. Lo sforzo progettuale degli show costruiti dai super brand della moda è stato anche questa volta straordinario. Valga per tutti la cascata d’acqua utilizzata come cornice per lo show di Pharell Williams. Ma che dire della “Viking Row“ (vogata vichinga), inventata dai tifosi della Norvegia? Si tratta di una spettacolare coreografia in cui migliaia di sostenitori si siedono vicini e si muovono all’unisono mimando il gesto di remare su una nave vichinga, il tutto accompagnato da canti e rullo di tamburi. Un rito propiziatorio che mette i brividi, diventato un’autentica icona del torneo. I supporter norvegesi, al seguito della propria nazionale, la mettono in scena sugli spalti degli stadi, ma lo hanno fatto pure in Time Square a New York o in altre nelle piazze delle città ospitanti.
Il rapporto tra moda e sport
Che gli eventi sportivi siano appuntamenti diventati ineludibili per i brand moda (quelli del cosiddetto “lusso” in primis) è un fatto acquisito. LVMH si è presentato come main sponsor delle Olimpiadi 2024. A Parigi è esploso l’interesse per Kin Ye-ji, 31 anni, argento per il tiro con la pistola da 10 metri: sconosciuta sino a quel momento, l’atleta sudcoreana è risultata essere la diva numero uno di questi giochi. Alle successive Olimpiadi Milano-Cortina 2026 le star con un seguito di follower a sei zeri si sono rivelate Federica Brignone e Johannes Høsflot Klæbo. Ma gli allineamenti tra moda e sport vanno ben oltre la periodicità olimpica: l’attuale boom dell’abbigliamento da sci o da montagna (snowboard, pattinaggio di velocità, sci acrobatico, freeride touring, ciaspole, arrampicata) è lì a dimostrarlo. In questo senso il tennis è un altro luogo privilegiato: Sinner in campo veste da capo a piedi Nike, ma spesso affianca il tutto con sacche Gucci. LVMH dal 2025 si è imposto come global partner della Formula 1, ma è pure il title partner dell’America’s Cup a cui partecipa Prada con Luna Rossa. Dal 2023 Prada realizza il formalwear per le “Steel Roses”, la Nazionale femminile di calcio cinese.
I brand dei Mondiali 2026
Al Mondiale 2026 i dominatori assoluti restano comunque i brand più orientati al fashiontech: Adidas, Nike e Puma. Il trend moda senza cedimenti, a cui guardano è il blokecore, che ha trasformato l’abbigliamento calcistico in capi da indossare tutti i giorni, al maschile come al femminile. Quanto a maglie, pantaloncini scarpini e calzettoni non si era mai visto niente di così elegante e studiato nelle divise indossate da questi semi-dei che sul terreno di gioco si muovono potenti, ma insieme leggiadri, durante infinite accelerazioni (Mbappé), dribbling seguiti da tiri a rientrare imprendibili (Dembélé) o colpi di testa che finiscono laddove nessun portiere può volare (Doué). E a proposito di teste i nuovi eroi del calcio sono poi curatissimi: le loro capigliature non temono colorazioni, solchi o arricciature di ogni genere.
La divisa della Francia ai Mondiali 2026
Proviamo ora a esaminare la divisa di uno dei team favoriti del Mondiale 2026: la Francia. È composta da pezzi che si possono definire prima di tutto funzionali? Nike presenta il suo prodotto sottolineando che è stato creato utilizzando una tecnologia di raffreddamento, sviluppata con progettazione computazionale, utile per sopportare le temperature più estreme del torneo. Tuttavia, non è certo stato pensato per la funzionalità lo studiatissimo accordo cromatico della divisa “bianca” dei francesi (ce n’è una pure una blu). È addirittura arrivato a rompere la rigidità insita nel concetto di “divisa”: i giocatori non indossano più come un tempo scarpini tutti uguali, il colore può variare tanto nella suola, quanto nella “mascherina” o nel “quartiere”, la parte laterale posteriore della tomaia che avvolge il tallone. Si alternano il giallo limone, il mandarino e il fragola, con un tocco di fosforescente utile ad abbagliare il teleschermo. Fermiamoci ora ad osservare la maglia: fondo bianco, scollo circolare con disegno a punta a scendere, numero sulla parte anteriore e posteriore bronzo-metallico, al bordo della manica corta tre sottili strisce con i colori della bandiera. Sulla maglia come sui calzoncini appare sempre il galletto (simbolo nazionale), anche questo bronzo-metallico, sormontato da due stelle che rappresentano i due titoli di Campione del Mondo conquistati dalla Francia nel 1998 e nel 2018, tre sotto a ricordare le partecipazioni più fortunate: nell’insieme una grafica particolarmente celebrativa. Se questo stile minimal lussuoso è la proposta (vale per la Francia, ma anche per il Canada, la Norvegia, gli Usa…) che esce dagli uffici stile di Nike, i designer di Puma hanno optato per fantasie geometriche ton-sur-ton decisamente complesse (Ghana, Costa d’Avorio, Marocco, Senegal…), mentre Adidas ha puntato su segni che si rifanno alle identità storiche delle nazioni rappresentate (Germania, Spagna, Messico, Svizzera, Sud Africa, Svezia…). Chiudo con una nota bizzarra: se i calzettoni alti e coloratissimi (anche rosa, amaranto e verde mela) non sono una novità assoluta: non si erano mai viste tante sforbiciate sul polpaccio. La pratica, forse nata per alleviare la pressione del tessuto sul muscolo, è dilagata, ricorda da vicino quella dei jeans tagliati sulla coscia che nello street style resiste inopinatamente ormai da anni.
Aldo Premoli
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