ExpoAid 2026, una visione dell’inclusione che interpella l’intero Paese. Dalla scuola al Terzo Settore, il valore di una presenza istituzionale capace di costruire relazioni e futuro


Ci sono manifestazioni che si concludono con lo spegnersi delle luci dei padiglioni espositivi. Altre, invece, continuano a vivere nella riflessione di chi vi ha partecipato, perché riescono a generare idee, relazioni, consapevolezze e prospettive destinate ad accompagnare il lavoro quotidiano delle istituzioni, della scuola, delle associazioni e dell’intera società civile. ExpoAid 2026 appartiene certamente a questa seconda categoria.

Lasciando Rimini non porto con me soltanto fotografie, appunti, documenti o ricordi di due giornate intensissime. Porto soprattutto una convinzione ancora più forte: l’inclusione non può più essere considerata una politica settoriale, né una competenza esclusiva di un singolo Ministero o di specifici servizi. Essa rappresenta oggi uno dei principali indicatori della qualità democratica di un Paese, della sua capacità di riconoscere la dignità di ogni persona e di costruire condizioni concrete affinché ciascuno possa sviluppare pienamente il proprio progetto di vita.


Ho avuto il privilegio di vivere ExpoAid da una prospettiva particolare. Come collaboratore scientifico di Orizzonte Scuola e come moderatore del panel nazionale dedicato a “Il percorso scolastico nel progetto di vita”, ho potuto osservare non soltanto i grandi momenti istituzionali, ma anche ciò che spesso sfugge ai riflettori: i dialoghi spontanei nei corridoi, gli incontri tra famiglie e rappresentanti delle istituzioni, le conversazioni tra dirigenti scolastici e associazioni, gli scambi tra università, Terzo Settore e operatori sociali, l’entusiasmo dei volontari e il sorriso dei ragazzi protagonisti della manifestazione.

È proprio osservando questi momenti che si comprende il significato più autentico di ExpoAid.

Non un semplice evento. Non un congresso. Non una successione di panel. Ma un luogo nel quale il Paese prova a riflettere su sé stesso. Grazie Ministro Locatelli.

La centralità della persona come criterio dell’azione pubblica

Tra gli elementi che più mi hanno colpito durante queste giornate vi è stata la costante attenzione alla persona concreta.


Troppo spesso il dibattito pubblico sull’inclusione rischia di rimanere confinato dentro il linguaggio delle norme, dei finanziamenti, delle competenze amministrative o degli aspetti organizzativi.

Naturalmente tutto questo è fondamentale. Senza risorse, senza leggi, senza organizzazione, nessuna politica pubblica può produrre risultati. Ma ExpoAid ha dimostrato che esiste un livello ancora più profondo. Quello della relazione. Quello dell’ascolto. Quello della presenza.

Ho avuto modo di osservare come il Ministro Alessandra Locatelli abbia vissuto l’intera manifestazione partecipando non soltanto ai momenti ufficiali, ma anche ai numerosi incontri con associazioni, famiglie, studenti, operatori e volontari.

Non desidero attribuire significati che vadano oltre ciò che ho visto personalmente. Posso però raccontare ciò che ho osservato. E ciò che ho osservato è una costante disponibilità al dialogo, all’ascolto e al confronto.

Una modalità di presenza istituzionale che, a mio giudizio, rappresenta un elemento importante nella costruzione di politiche realmente partecipate.


L’inclusione come responsabilità collettiva

Uno degli aspetti più interessanti emersi durante ExpoAid riguarda il superamento della tradizionale visione settoriale della disabilità, come ha sottolineato il Ministro on. Alessandra Locatelli.

Ogni intervento, ogni laboratorio, ogni testimonianza sembrava convergere verso un’unica convinzione: il progetto di vita non può essere costruito da una sola istituzione.

Occorre il contributo della scuola. Dell’università. Del sistema sanitario. Degli enti locali. Del Terzo Settore. Delle famiglie. Del mondo del lavoro. Dello sport. Dell’arte. Della cultura.

Questa impostazione rappresenta probabilmente uno dei cambiamenti culturali più significativi degli ultimi anni.


La disabilità non viene più letta esclusivamente come una condizione da assistere.

Diventa invece una dimensione della persona da accompagnare attraverso una rete di relazioni e opportunità.

È una prospettiva che interpella direttamente anche il sistema scolastico italiano.

La scuola non può più sentirsi sola

Come docente ho seguito con particolare attenzione tutti gli interventi dedicati all’istruzione.


Il panel che ho avuto l’onore di moderare ha confermato quanto la scuola rappresenti il primo luogo nel quale prende forma il progetto di vita della persona.

Ma sarebbe un errore pensare che tutto il peso dell’inclusione possa gravare esclusivamente sulle istituzioni scolastiche.

La scuola ha bisogno di alleanze. Ha bisogno del territorio. Ha bisogno delle associazioni. Ha bisogno delle università. Ha bisogno delle famiglie. Ha bisogno delle istituzioni.

ExpoAid ha dimostrato come queste alleanze siano possibili. Anzi, siano già una realtà in moltissime esperienze italiane.

È proprio questa rete che dovrebbe diventare il modello ordinario del nostro sistema educativo. Non collaborazioni occasionali. Ma corresponsabilità permanente.


Una scuola che impari a uscire dalle proprie mura

Tra le immagini che porterò più a lungo nella memoria vi è certamente quella di ExpoAid sotto le stelle.

Una piazza piena. Musica. Danza. Spettacolo. Volontari. Famiglie. Associazioni. Istituzioni.

Persone con e senza disabilità che condividevano lo stesso spazio con naturalezza.

Osservando quella serata ho maturato una riflessione che desidero consegnare al mondo della scuola.


Forse è arrivato il momento di immaginare una scuola che sappia uscire più spesso dalle proprie mura.

Non soltanto attraverso visite guidate o uscite didattiche.

Ma costruendo nuovi modi di abitare il territorio.

Festival della lettura. Laboratori artistici. Concerti. Teatro. Sport. Incontri con il volontariato. Educazione civica vissuta nelle piazze.

Una scuola che continui ad essere scuola anche fuori dagli edifici scolastici. Perché è nella comunità che i valori imparati in aula trovano la loro verifica più autentica.


Il valore insostituibile delle associazioni

Camminando tra gli stand ho ritrovato molte realtà che conosco e che seguo da anni.

Associazioni che operano quotidianamente con competenza, passione e straordinaria generosità.

Penso a Vivere con… di Giuseppe Gentile di Mazara del Vallo.

A Villa Letizia di Alcamo.


All’Associazione Francesca Morvillo che si serve di uomini e donne come Enza Pizzolato per assicurare un pasto caldo ai clochard.

Alle tante organizzazioni provenienti da ogni parte d’Italia. Il loro lavoro ricorda a tutti noi una verità spesso dimenticata.

L’inclusione non si costruisce soltanto attraverso i grandi provvedimenti legislativi.

Nasce nelle relazioni quotidiane. Nel volontariato.

Nell’impegno di educatori, operatori sociali, professionisti e famiglie che ogni giorno trasformano i diritti in opportunità concrete.


Il Terzo Settore rappresenta una delle più grandi ricchezze civili del nostro Paese.

Ed ExpoAid ha avuto il merito di riconoscerne pienamente il valore.

Una lezione che riguarda l’intera società

Sarebbe riduttivo considerare ExpoAid un evento dedicato esclusivamente alla disabilità.

In realtà questa manifestazione parla dell’Italia.


Parla del modello di società che vogliamo costruire.

Parla del modo nel quale intendiamo il rapporto tra istituzioni e cittadini.

Parla della qualità della nostra democrazia.

Quando una società è capace di mettere al centro le persone più fragili, migliora inevitabilmente anche la qualità della vita di tutti gli altri cittadini.

L’inclusione non produce benefici soltanto per chi vive una condizione di disabilità.


Produce una società più giusta. Più accogliente. Più umana. Più democratica.

Ed è probabilmente questo il messaggio più importante che ExpoAid consegna al Paese.

Un’eredità che continua oltre Rimini

Riparto da Rimini con un sentimento di gratitudine.

Per l’opportunità di avere moderato un panel di così alto profilo scientifico.


Per avere incontrato studiosi, dirigenti scolastici, associazioni e professionisti straordinari.

Per avere ascoltato testimonianze che continueranno ad accompagnare il mio lavoro di docente e di giornalista.

Ma soprattutto riparto con una responsabilità.

Continuare a raccontare questi temi.

Continuare a costruire occasioni di confronto.


Continuare a dare voce a chi ogni giorno lavora per rendere il nostro Paese più inclusivo.

Se ExpoAid riuscirà a mantenere negli anni questa capacità di mettere in relazione mondi diversi, di favorire il dialogo e di costruire reti permanenti tra istituzioni, scuola, università, Terzo Settore e società civile, allora avrà assolto una funzione che va ben oltre quella di una semplice manifestazione.

Avrà contribuito a costruire una cultura dell’inclusione destinata a durare nel tempo.

Ed è forse proprio questa la più importante eredità che queste giornate lasciano a tutti noi: ricordarci che l’inclusione non è un obiettivo da raggiungere una volta per tutte, ma un cammino quotidiano che richiede competenza, ascolto, corresponsabilità e la capacità di riconoscere, in ogni persona, un valore irripetibile per l’intera comunità nazionale.



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 Antonio Fundarò

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