Esiste un racconto di Jorge Luis Borges in cui una biblioteca contiene tutti i libri possibili: ogni combinazione di lettere che una lingua possa generare, ogni libro scritto e ogni libro che non sarà mai scritto. È un’immagine di infinita potenza e di infinita inutilità insieme: tutto il sapere del mondo, e nessuno in grado di trovare la pagina che cerca.
Telmo Pievani, filosofo della scienza, evoluzionista, ha scelto proprio quella biblioteca per aprire la settima edizione del Festival della Filosofia di Veroli. Non per caso. La Biblioteca di Babele è forse la metafora più precisa che la letteratura abbia prodotto per descrivere ciò che l’intelligenza artificiale è diventata: un sistema capace di generare, combinare, restituire ma non di cercare nel senso in cui cerca un essere umano, con un’urgenza, una storia personale, una domanda che brucia.
La domanda che la macchina non si pone
Pievani ha guidato il pubblico radunato in Piazza Santa Maria Salome attraverso un confine mobile: quello tra evoluzione biologica, immaginazione e tecnologia. Il punto di arrivo del suo ragionamento non era una rassicurazione né un allarme. Era più sottile: l’intelligenza artificiale rappresenta un’opportunità straordinaria per ampliare la conoscenza umana, ma non può sostituire ciò che rende unica l’esperienza di essere umani. La capacità di immaginare. Di creare. Di raccontare storie. E soprattutto: di continuare a porsi domande.
È una distinzione che sembra ovvia enunciata così ma che nella riflessione di Pievani acquista una profondità diversa. I sistemi di intelligenza artificiale generativa non si pongono domande: rispondono. Sono straordinariamente abili nel farlo, ma l’atto stesso del domandare — con tutto il carico di incertezza, di rischio, di esposizione personale che comporta — rimane un atto irriducibilmente umano. La macchina non sa cosa le manca. Sa solo cosa le viene chiesto.
Da qui l’invito a guardare alle trasformazioni in corso senza timori paralizzanti né entusiasmi facili. Con quella categoria che la filosofia chiama consapevolezza e che nella pratica significa: capire cosa si guadagna e cosa si perde, senza fingere che le due cose siano separabili.
Veroli e la scelta di fare le domande difficili
Il Festival della Filosofia di Veroli è alla sua settima edizione. Non è un dettaglio anagrafico: è la misura di una scommessa che si è rivelata vincente. Un comune della Ciociaria che sceglie anno dopo anno di misurarsi con le grandi questioni del pensiero contemporaneo, portando in piazza ospiti di primo piano e costruendo un pubblico che torna.
Il sindaco Germano Caperna ha messo a fuoco il senso dell’operazione con una formula: «La forza di una comunità sta proprio nella capacità di trovare opportunità anche nelle criticità, affrontando il futuro con curiosità, consapevolezza e spirito di confronto». È la descrizione precisa di cosa significa fare filosofia pubblica in un momento in cui l’intelligenza artificiale è diventata il tema del decennio senza che la maggior parte delle persone abbia ancora gli strumenti per pensarla.
L’assessora alla Cultura Francesca Cerquozzi ha sottolineato la capacità del festival di rinnovarsi senza perdere la propria identità. Il direttore artistico Fabrizio Vona ha presentato la scelta di affrontare il tema attraverso prospettive differenti, nella convinzione, ha spiegato, che le grandi domande del nostro tempo richiedano il dialogo tra saperi, esperienze e linguaggi diversi. Non un convegno di specialisti. Un luogo di incontro tra discipline.
L’Aperitivo Filosofico
La novità più interessante di questa edizione è forse quella che sembra più leggera. L‘Aperitivo Filosofico ha debuttato ieri sera con don Dino Mazzoli, che ha proposto una riflessione ispirata alla Magnifica Humanitas di Papa Leone XIV: un’occasione per interrogarsi sul valore dell’umanità nel momento in cui le macchine cominciano a imitarla con inquietante precisione.
L’accoglienza e la preparazione dell’aperitivo sono state curate dagli studenti dell’Istituto Alberghiero dell’I.I.S. Sulpicio: un dettaglio che non è un dettaglio, perché mette in scena la filosofia come pratica incarnata in un luogo, in un gesto, in una comunità che accoglie. L’aperitivo torna questa sera, domani e l’8 luglio, coinvolgendo le attività del centro storico. È il modo in cui il festival sceglie di non restare sul palco: di scendere nella città, di abitarla, di creare occasioni di dialogo che non richiedono di sedersi in platea.
C’è una pedagogia implicita in questa scelta. La filosofia non è una disciplina per specialisti riuniti in aule universitarie. È un modo di stare nel mondo: di rallentare, di fare domande, di non accontentarsi della prima risposta disponibile. Portarla in un centro storico, intorno a un aperitivo, è un atto politico è una sfida e dire io penso e non ho paura di pensare, facciamolo insieme.
Marzano e la fragilità come categoria filosofica
Il programma continua questa sera in Piazza Santa Maria Salome con Michela Marzano. Filosofa, scrittrice, già deputata, Marzano è una delle voci più originali del panorama intellettuale italiano proprio perché non separa mai il ragionamento astratto dall’esperienza concreta. Il suo ultimo romanzo, Qualcosa che brilla, diventa questa sera il punto di partenza per intrecciare la riflessione sull’intelligenza artificiale con i temi della fragilità, delle relazioni, della costruzione dell’identità.
È un angolo di attacco diverso da quello di Pievani, più complementare. Se Pievani ha ragionato sull’intelligenza (su cosa significa conoscere, immaginare, cercare) Marzano ragionerà sull’esperienza: su cosa significa essere fragili, avere relazioni, costruire un’identità in un’epoca in cui le macchine simulano empatia con crescente efficacia. La domanda sottostante è la stessa: cosa rimane irriducibilmente umano? Ma la risposta arriva da una direzione diversa, e questa è esattamente la struttura che un festival di filosofia dovrebbe avere.
Il filo che lega
C’è qualcosa di paradossale e dunque di filosoficamente interessante, nel fatto che il tema scelto da Veroli per la settima edizione sia l’intelligenza artificiale. Il paradosso è questo: per pensare l’intelligenza artificiale seriamente, non basta la tecnologia. Non bastano i dati, non bastano gli algoritmi, non basta la velocità di elaborazione. Serve esattamente quello che i sistemi artificiali non hanno: la capacità di sostare nell’incertezza, di accettare che una domanda non abbia risposta immediata, di trovare in quella mancanza non un difetto ma una condizione produttiva.
La filosofia, in altre parole, non è lo strumento con cui si studia l’intelligenza artificiale da fuori. È la pratica che l’intelligenza artificiale non può replicare dall’interno. Ed è per questo che un festival come quello di Veroli non è un lusso culturale di una piccola città ciociara. È una risposta — parziale, locale, umana — a una delle domande più grandi che il presente ci pone.
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