Le 3:17 potrebbe essere un orario intermedio al limitare tra la notte e l’alba, un orario in cui i sogni s’interrompono e si fa fatica a riprender sonno. Proprio quando nella stanza gli oggetti assumono forme inaspettate, a tratti inquietanti e buffe, Le 3:17 è il rintocco che scandisce l’immissione, nella nostra chiave percettiva, di un mondo onirico sfuggente e dalle sembianze indefinite. La personale dell’artista Lucia Leuci (Bisceglie, 1977), curata da Caterina Riva e visitabile presso la Galleria Eugenia Delfini, introduce elementi che compongono, come scrive Riva nel testo critico, una sorta di “paesaggio mentale”.
La mostra di Lucia Leuci da Eugenia Delfini a Roma
I disegni esposti dal titolo “La dea crea il padre” (2026), non immediatamente visibili nella sala centrale, riassumono il senso della ricerca dell’artista. Dalla parte superiore del corpo femminile, centrale nei due disegni di Leuci, fuoriesce, come rigettata, una sagoma informe, sebbene l’attenzione si riversi in modo omogeneo tra i due soggetti. Saltano all’attenzione alcuni parallelismi con la mitologia (Atena che nasce dalla testa di Zeus, seppur, in questo caso, come da titolo dell’opera, sia invece la dea a creare il padre) e, come sottolinea Riva, in parte con i lavori scultorei di Louise Bourgeois, al contempo celebrativi e distruttivi della categorizzazione entro cui il femminile è costretto, elemento profondamente sviscerato nella raccolta dei suoi scritti “Distruzione del padre/Ricostruzione del padre. Scritti e interviste” (Quodlibet, 2008).
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6 / 6Le opere in mostra alla Galleria Eugenia Delfini
La notte, insomma, è un territorio libero, liminale, scevro da regole ed imposizioni sociali costrittive e ostacolanti, è il momento in cui figure immaginarie varcano la soglia della verosimiglianza, in cui lo “Sciame” (2026) s’introduce nello spazio, un insieme di sei sculture in cera, con i volti leggermente truccati, sembrano degli scettri che ricordano dei rami sottili, il cui utilizzo, a mo’ di amuleti, vorrebbe esorcizzare le paure e le angosce sorte nella notte. Le sculture mantengono una certa fragilità, fisica e simbolica, e lasciano una sensazione di precarietà, disegnando una geografia dell’inconscio in cui ogni figura dello “Sciame”, dai tratti perturbanti e ambigui, trova il proprio posto.
A chi non è mai capitato di svegliarsi nel cuore della notte e restare sveglio, in attesa di riprender sonno o di riuscire ad alzarsi e fare qualcosa di utile. Occupare quello spazio, invece, come afferma Leuci, significa accettare dei confini ridisegnati, posizionarsi come “ascoltatori” del silenzio notturno, segmento di tempo in cui siamo parzialmente partecipi di ciò che sta accadendo, a dispetto del mondo circostante che dorme indifferente e inconsapevole dei microscopici eventi dispiegati nel buio.

Bronzo, acrilico, blush, ombretto, 52x87x18 cm
Lo spazio secondo Lucia Leuci
Ed ecco che entra in gioco il “duende”, un’energia non visibile che, se evocata, risale dagli abissi per condurre l’individuo verso il suo destino. Fuori dal giorno, dalle ore di luce, lontano dal rumore al quale siamo sottoposti quotidianamente, il bisbiglio del “duende” è più percettibile, reperibile nelle frequenze impercettibili ad un ascolto superficiale. La notte predispone, disfa, cuce e scuce le trame di decisioni apparentemente irragionevoli, instabili e inquiete.
È vero che nel cuore della notte, anche le minime certezze possono cedere, così come, figurativamente parlando, possono cedere le mura di una casa, simbolo di sicurezza e convinzione.
Le sculture dello “Sciame” danno l’impressione di essere estremamente fragili (e in parte lo sono), pronte a disintegrarsi ad un minimo sguardo in eccesso, eppure trasmettono una forza e un impeto fuori dal comune, un’irruenza inesorabile di fronte alla quale siamo sprovvisti di adeguati strumenti interiori. Teste di angioletti innestate su corpi sottili, pensati per essere impugnati come scettri (simbolo di potere) o ramoscelli (una crescita organica, lenta) dalle cui estremità germogliano fiori fragili, quasi impossibili da sfiorare senza temerne la rottura. Mente, controllo e vulnerabilità, attraversano come tre stadi imprescindibili la coscienza e l’immaginazione. Verrebbe quasi voglia d’impugnare le sculture per verificare che tipo di potere taumaturgico abbiano, quali prodigi siano capaci di esercitare sulla mente, affini a reliquie devozionali.
La scultura di Lucia Leuci
Risuona il rintocco delle “Le 3:17”, un orario di confine, l’istante in cui le categorie che ordinano l’esperienza quotidiana perdono consistenza e lasciano emergere ciò che normalmente rimane ai margini della coscienza. Leuci costruisce un ambiente attraversato da questa tensione, dove la metamorfosi sostituisce la stabilità e dove il corpo, la memoria e l’immaginazione s’intrecciano in forme che resistono a qualsiasi tentativo di classificazione. Una volta attraversata la notte, lasciato lo sciame ritrarsi, la consegna resta allo spettatore: prendere o meno il timone della propria mente e delle paure sottratte e rivelate all’inconscio.
Ne deriva una mostra raccolta ma densa, capace di trasformare lo spazio espositivo in un luogo di attraversamento, più vicino alla dimensione del sogno che a quella della rappresentazione.
Beatrice Andreani
Roma // Fino al 4 luglio 2026
Lucia Leuci: “Le 3:17”
GALLERIA EUGENIA DELFINI, Via Giulia, 96
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