La soglia dei 4,5 milioni emersa a Cantiere Salute va trattata come fotografia minima del problema, perché la serie statistica disponibile per il 2024 consegna una misura più alta. Il tema riguarda il tratto che separa prescrizione, prenotazione, prima data proposta e pagamento privato.
Nota redazionale: il pezzo distingue la soglia discussa al MiCo dalla misurazione nazionale 2024 e collega i numeri alle agende CUP, alle classi di priorità e alla spesa diretta delle famiglie.
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Dal MiCo alla serie 2024, il salto fino a 5,8 milioni
La giornata milanese ha riunito istituzioni, clinici, impresa sanitaria e associazioni intorno al rapporto fra territorio, tecnologia e accesso. Il numero circolato al MiCo, oltre 4,5 milioni di rinunce, coincide con il livello 2023 poi superato dalla serie 2024. Il passaggio dal 7,6% al 9,9% porta la platea a 5,8 milioni.
Le due misure vanno separate. Cantiere Salute fotografa l’allarme emerso nella giornata. La serie nazionale consegna il conto più recente. Adnkronos e Repubblica hanno registrato la stessa base del confronto al MiCo; qui il numero viene collegato alla PNLA, alle classi di priorità e alla spesa privata pagata per intero dalle famiglie.
Chi rinuncia e dove la frattura è più larga
Il BES delimita l’oggetto con nettezza: visite mediche e accertamenti diagnostici, con esclusione delle cure odontoiatriche. La rinuncia nel 2024 colpisce l’11,4% delle donne e l’8,3% degli uomini. Il picco anagrafico si concentra fra 45 e 54 anni, dove la quota arriva al 13,4%.
La geografia manda un segnale meno scontato. Il Centro registra il 10,7%, il Mezzogiorno il 10,3% e il Nord il 9,2%. Le soglie regionali più alte restano in Sardegna al 17,2%, in Abruzzo al 12,6%, in Umbria al 12,2% e nel Lazio al 12,0%. Nel Centro-nord prevale l’attesa, mentre al Sud attesa e costo si equivalgono al 6,3%.
Il blocco nasce tra ricetta, CUP e prima data disponibile
La frattura più dannosa si forma prima della diagnosi: ricetta, CUP, priorità assegnata, prima disponibilità proposta. Il cittadino vive l’attesa prima ancora di entrare nel percorso terapeutico. L’articolo pubblicato da Sbircia il 6 maggio sulle liste d’attesa e il primo accesso aveva già isolato lo scarto fra bisogno clinico e ingresso specialistico.
La classe B fissa 10 giorni. Quella finestra vincola il sistema a una prestazione coerente con la priorità clinica. Se il contatto con il CUP arriva oltre quella soglia oppure se l’appuntamento accettato slitta dopo la prima data disponibile, la rinuncia diventa l’esito più probabile per chi non ha denaro o tempo.
PNLA, 65 milioni di prenotazioni nella stessa base nazionale
La Piattaforma nazionale liste d’attesa, istituita dal Dl 73/2024, ha raccolto 65 milioni di prenotazioni tra gennaio 2025 e aprile 2026 dentro strutture pubbliche e privato accreditato. Il Cruscotto 2.0 rende visibili anno, Regione, singola prestazione e classe di priorità.
Nel primo quadrimestre 2026 il rispetto dei tempi per le prime visite sale dal 76,1% al 78,7%. Per la diagnostica passa dall’83,0% all’84,7%. La PNLA registra miglioramenti in 16 Regioni su 21 per le visite e in 15 su 21 per gli esami. La cronaca di Quotidiano Sanità colloca però quasi due milioni di prestazioni ancora oltre soglia nei primi quattro mesi dell’anno.
Classi U, B, D e P: ogni ritardo pesa diversamente
Ogni classe pesa in modo diverso. U indica urgenza entro 72 ore. B vale 10 giorni. D vale 30 giorni per le visite e 60 per gli accertamenti. P arriva a 120 giorni. Il ritardo su una prestazione urgente anticipa un danno potenziale diverso dal ritardo su una prestazione programmata.
La piattaforma ha fatto emergere una criticità prescrittiva: in alcune Regioni la classe P copre quote altissime delle prime visite. Nel 2025 la Basilicata arriva all’85,5%, la Campania all’80,1%, mentre Toscana e Piemonte restano sotto il 9%. Una quota programmata sopra l’80% alleggerisce formalmente le agende perché concede 120 giorni e lascia intatto il bisogno del paziente che attende la prima decisione specialistica.
Il privato pagato per intero entra nelle agende scoperte
L’altra faccia dell’attesa è il pagamento intero. La serie statistica nazionale registra il ricorso al privato senza rimborso per visite ed esami specialistici in salita dal 19,9% del 2023 al 23,9% del 2024. La spesa diretta diventa un anticipo di tempo: chi paga compra una data, chi non dispone di quella somma resta nell’agenda o rinuncia.
Il report GIMBE sulla spesa privata 2023 colloca il pagamento diretto delle famiglie a 40,6 miliardi, pari al 23% della spesa sanitaria totale. L’Ufficio parlamentare di bilancio, nel documento 3/2026, porta per il 2024 la quota delle famiglie al 23,6%, circa nove punti sopra la media europea. Il 23% citato al MiCo da Rosaria Iardino si inserisce nello stesso profilo economico.
Anziani e cronicità rendono la domanda continua
La domanda sanitaria cresce anche perché l’Italia invecchia. Cantiere Salute ha richiamato gli over 65 oltre il 24% della popolazione e oltre 24 milioni di persone con patologia cronica. L’Istituto Superiore di Sanità conferma la pressione clinica: almeno una patologia cronica riguarda il 18% degli adulti 18-69enni e il 57% degli over 65.
Questa massa di bisogni non viene assorbita con una sola seduta specialistica. Chi ha diabete, scompenso, BPCO o malattie neurodegenerative ha bisogno di esami ripetuti, controlli successivi, terapia aggiornata e comunicazione tra medico di famiglia e specialisti. Se il sistema tratta ogni contatto come un nuovo episodio isolato, l’agenda si riempie di ritorni non governati e lascia meno spazio ai primi accessi.
Fascicolo elettronico e telemedicina restano sotto la soglia d’uso
La tecnologia evocata al MiCo serve solo se accorcia il tratto fra prescrizione e appuntamento. Il Fascicolo sanitario elettronico consultato dal 27% degli italiani e i servizi di telemedicina usati dall’8% dei pazienti cronici, valori richiamati da Simona Loizzo, raccontano ancora una distanza fra disponibilità del canale digitale e uso quotidiano.
Un’agenda digitale senza personale produce poca capacità aggiuntiva. Un ambulatorio serale aperto senza specialisti non sposta gli esami più richiesti. Un fascicolo consultabile senza prenotazione agganciata alla prescrizione resta un archivio clinico. La tecnologia incide quando chi prescrive vede i posti in agenda, governa le priorità e orienta il paziente verso una data reale.
Lombardia, i 142 presìdi territoriali chiedono personale e agende condivise
La Lombardia è stata indicata al MiCo come caso misurabile della medicina territoriale: oltre 2 milioni di residenti hanno più di 65 anni, gli ultraottantenni superano quota 700mila e le Case di Comunità con almeno un servizio attivo sono 142. La quantità dei presìdi avviati misura la partenza della rete; la capacità clinica dipende da personale, orari e collegamento con gli specialisti.
La medicina territoriale pesa sulle liste soltanto quando intercetta i cronici, programma controlli coerenti con la prescrizione e assorbe domanda ambulatoriale prima dell’ospedale. Se la Casa di Comunità ha un servizio attivo ma non governa l’agenda con specialisti, infermieri e diagnostica di base, il cittadino torna al CUP generale.
Dove si decide il diritto alla diagnosi
La rinuncia alle cure nasce quando la prescrizione perde continuità amministrativa. Il cittadino riceve una ricetta, scopre una data oltre soglia, cerca alternative private, valuta il costo e in molti casi lascia cadere la prestazione. Ogni anello ha un responsabile diverso: medico prescrittore, CUP, azienda sanitaria, Regione, soggetto privato accreditato. Il paziente li vede come un’unica porta chiusa.
Il numero che deve guidare la sanità pubblica è il tempo fra bisogno clinico e prima risposta specialistica. Finché il monitoraggio misura soltanto la prestazione erogata, una parte della rinuncia resta invisibile. L’accesso reale inizia quando il CUP offre una data dentro la classe di priorità oppure quando l’azienda sanitaria attiva il canale alternativo previsto dalle regole.
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Junior Cristarella
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