Wall Street e le elezioni di mid-term: l’«accoppiata felice» resisterà anche a guerra, inflazione e a Trump?


di
Walter Riolfi

Chi avesse comprato l’S&P 500 a fine settembre, prima delle elezioni di metà mandato, senza poi vendere per le successive 200 sedute ha guadagnato in media oltre il 18%. Con l’eccezione del 1930. E quest’anno…

Perché Donald Trump aspetta le elezioni di medio termine per far «saltare in aria l’Iran» o per cercare un accordo, come con più apparente mitezza ha dichiarato all’assemblea dell’Onu? Se fosse vera l’ultima versione, e la ragione fosse quella di non far volare ancor più il prezzo del petrolio, al presidente americano converrebbe cercare subito un’intesa. Ma accettare le condizioni dei leader iraniani significherebbe perdere la faccia e anche le elezioni. Intanto il petrolio continua a restare sui 100 dollari e l’inflazione può solo salire e, in ogni caso, Trump perderebbe le elezioni. E così dovrebbe essere, visto che persino il sondaggio condotto da Fox News, l’emittente cara al partito repubblicano, lo dà ora impopolare con un tasso di disapprovazione pari al 61%. E il rischio che, oltre alla Camera, gli sfugga anche il Senato, è sempre più probabile.

Una tradizione di lungo corso

La buona notizia è che le elezioni di midterm portano bene a Wall Street. Scrive Giuseppe Sersale di Anthilia, citando uno studio di Sentimentrader, che chi comprasse l’indice S&P il 27 settembre (a poco più di un mese dalle elezioni) e lo tenesse per 200 sedute, guadagnerebbe un abbondante 18%, ben più che negli altri anni: e questo è sempre avvenuto, tranne nel 1930. E potrebbe essere ancor più vero nella presente situazione, poiché, con un Congresso democratico, Trump non avrebbe più mano libera nelle sue imprese belliche e commerciali e (forse) si prospetterebbe un pizzico di maggior rigore nei conti dello stato. Infatti il vero guaio è che rendimenti al 5,29% per il Treasury decennale e al 5,65% per quello a 30 anni, non sono a lungo sostenibili.





















































I rischi principali

Il rischio maggiore, scrivono gli economisti di Pictet, è che gli elevati oneri finanziari legati al debito pubblico rendano inefficace la politica della Fed per contenere l’inflazione. In quel caso gli investitori potrebbero «richiedere una protezione ancor maggiore dall’inflazione e dal rischio politico». Ed è proprio quello che sta avvenendo: i rendimenti reali (misurati dai Tips) sono ora più alti della crescita tendenziale del pil. Ciò che è avvenuto dopo il 27 febbraio, l’attacco all’Iran da Israele e Stati Uniti, assomiglia a un circolo vizioso di cui non s’intravvede la fine. Il conflitto ha fatto esplodere i prezzi dell’energia, resi precari gli approvvigionamenti e, a cascata, ha fatto crescere i costi di trasporto, dei premi assicurativi: dunque, s’è creata un’inflazione che si autoalimenta.

Le mosse della Fed e le mosse degli investitori

La Fed, anziché tagliare i tassi, li ha alzati e il mercato è andato oltre le previsioni della banca centrale, ipotizzando altri quattro rialzi entro il 2027. Con un deficit federale prossimo al 7% e un debito pubblico al 126% del pil, gli investitori hanno preteso un maggior premio per il rischio e la concorrenza dei bond, emessi e promessi a migliaia di miliardi dai grandi dell’intelligenza artificiale, sta creando una montagna di debito come raramente era avvenuto. Pictet l’ha calcolata al 16% del pil, 4 punti sopra la media storica, quasi come s’era visto prima della Grande crisi finanziaria del 2008. Ma quel debito è destinato a salire a vette inusitate nei prossimi anni. Così il rendimento del Treasury decennale è passato dal 3,95% di sette mesi fa al 5,29%: 134 punti in più, con una formidabile accelerazione nell’ultimo mese, trascinando di quasi altrettanti punti anche il rendimento del Bund e del Btp.

La fiducia degli investitori

Gli analisti di Goldman Sachs minimizzano i rischi: i rendimenti, dicono, erano stati ben più alti in passato e prima o poi scenderanno; anzi più prima che poi, visto che stimano il Treasury al 4,77% a dicembre e al 4,46% fra un anno. E, a 12 mesi, prevedono pure un Fed Fund più basso di adesso, il Brent a 70 dollari, l’inflazione Usa all’1,9% (dal 3,7% atteso per settembre), l’S&P a 8.700 (+13%) e lo Stoxx a 696 (+10%). Un idillio insomma. E nemmeno si può dire che Goldman rappresenti un caso di isolato ottimismo. Altri investitori sono ancor più fiduciosi. Templeton non prospetta alcun danno economico, per BlackRock non c’è alcun problema e, a sentire Tcw, va tutto bene, anzi benissimo. Invesco ritiene ingiustificati i timori che agitano i mercati: fintanto che gli utili societari continueranno a crescere a questi ritmi, dice, l’aumento dei rendimenti e, dunque, anche del costo del capitale non è un problema.

Gli occhi puntati sugli utili delle grandi aziende (soprattutto dell’Ai)

Forse ha ragione: fintanto che sarà così. Ma gli utili del comparto Ai non potranno crescere all’infinito. E poi non è nemmeno vero che le borse si stiano angosciando: l’S&P continua a muoversi in prossimità del record di agosto, sorretto sempre dai titoli legati all’Ai, pressoché tutti ai massimi storici. Tuttavia lo Stoxx è sotto il record di un buon 4% e del 5% l’indice Msci World (che esclude l’America). Il presunto malessere americano sembra far danni altrove. In pochi percepiscono disagio negli Stati Uniti. Pimco sostiene che il rialzo dei rendimenti graverà sull’economia, Ray Dalio afferma che «siamo già al punto in cui un debito così pesante affaticherà l’intera economia» del paese. Syzygy am, una indipendente, media società d’investimenti, dice che l’Ai è già in bolla speculativa.

Gli indicatori macro

Ma il pensiero dominante è che un così forte rialzo dei rendimenti sia in qualche modo giustificato da una crescita economica, che anche nel 3° trimestre dovrebbe misurarsi in un 2,5%, secondo il consenso, e persino nel 3,7% per il modello della Fed di Atlanta. Il forte balzo degli indici Pmi negli Usa (e anche in Europa) pare confermare l’ottimismo degli investitori e degli imprenditori. Ma il tutto stride, se si guardano gli indici di fiducia dei consumatori. Pur sorvolando su quello, molto politicizzato, dell’Università del Michigan, stupisce come questa fiducia sia crollata ai minimi dal febbraio 2014 anche nella più attendibile rilevazione del Conference Board.

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25 ottobre 2026


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