Luigi Marattin: “Meloni non estenda la flat tax: un dipendente pagherebbe più del doppio di un autonomo”


“È in atto un massacro fiscale, mi auguro che il Governo mantenga la promessa e riduca le tasse al ceto medio”. A dirlo all’HuffPost è Luigi Marattin, deputato, segretario nazionale del partito Liberaldemocratico. In vista della prossima legge di bilancio ha pronto un emendamento che punta a semplificare la possibilità di usufruire della flat tax per i lavoratori dipendenti o pensionati se vogliono aprire una piccola attività. Oggi questo è possibile solo se i redditi da lavoro dipendente o pensione non superano i 30.000 euro. Dopo tale scaglione, vengono colpiti pesantemente dal fisco. Il deputato inoltre si scaglia contro la “prassi” di chiedere ogni anno, a ottobre, soldi a banche, assicurazioni o società energetiche rimettendo in discussione accordi pluriennali già siglati.

Dopo il vertice di maggioranza di ieri sera il governa torna a parlare di misure per il ceto medio. L’intervento sarebbe la riduzione dell’Irpef per i redditi fino a 55mila o 60mila euro, a seconda delle risorse disponibili. Come considera la misura?

Si tratta di una misura che avevamo chiesto noi del Partito Liberaldemocratico durante la discussione della manovra dello scorso anno, e che è una battaglia anche di settori della maggioranza come Forza Italia. Ci dissero che l’avrebbero realizzata quest’anno. Ora spero che mantengano la promessa, per un motivo molto semplice: in Italia chi guadagna 50.000 euro lordi l’anno (che significa circa 2.500 euro netti al mese) affronta un’aliquota Irpef del 45-46 per cento, comprese le addizionali locali. Negli USA un’aliquota del genere non esiste. Negli altri paesi europei, comincia ad applicarsi su chi guadagna il triplo o il quadruplo rispetto a 2.500 euro.

L’Italia insomma rappresenta un caso unico, più che raro.

Qui è in corso un vero e proprio massacro fiscale del ceto medio. Con 2.500 euro al mese non solo non sei affatto ricco, ma in molte città italiane ormai ce la fai appena con le spese. E si tratta di persone che nella stragrande maggioranza dei casi non hanno diritto alle agevolazioni ISEE sul lato della spesa. Noi li chiamiamo “i muli da soma” di questo Paese: mandano avanti l’Italia e ricevono in cambio burocrazia e tasse. L’anomalia dell’Irpef italiana sta qui, non certo sui redditi bassi il cui problema non sono le imposte, ma la retribuzione lorda troppo bassa. Un problema quindi che non si risolve con il fisco ma con riforme strutturali, in primis la riforma della contrattazione collettiva e l’aumento della produttività.

Sul fronte degli autonomi è invece in discussione l’ampliamento della flat tax sui compensi da 85.000 a 100.000 euro per le partite Iva. Vede un problema di equità?

Se si estendesse così tanto, arriveremo ad avere – a parità di reddito – un autonomo che paga meno della metà delle tasse di un dipendente. Capisco (e condivido) che l’autonomo debba essere aiutato perché privo delle tutele dei dipendenti, ma mi chiedo se così non sia un po’ esagerato. Noi abbiamo una proposta alternativa che formalizzerò in un emendamento alla Legge di Bilancio. Ad oggi, se un lavoratore dipendente o un pensionato vuole aprirsi una partita Iva, per fare consulenze, o magari per testare una idea innovativa, non ha accesso al regime forfettario a meno che non abbia un reddito inferiore a 30 mila euro annuì. E vengono, di conseguenza, letteralmente massacrati di tasse. Ma perché invece non raddoppiamo questo limite di 30 mila euro, o magari lo annulliamo del tutto? Così permettiamo ad un dipendente o pensionato del ceto medio, che già paga uno sproposito di imposte sul suo reddito ma che desidera aprire una partita Iva, di avere una tassazione semplificata al 15% o addirittura al 5% se è una nuova attività, come accade per chi è un lavoratore autonomo.

In generale, porre una soglia, sia essa a 85.000 o a 100.000 euro, può essere considerato un disincentivo alla crescita? Se un lavoratore autonomo supera la soglia diventerebbe un tartassato con le ordinarie aliquote Irpef.

Un’altra proposta che abbiamo – che feci approvare da tutta la Commissione Finanze quando la presiedevo nella scorsa legislatura – è prevedere un’uscita morbida dal forfettario per chiunque superi quella soglia in virtù della crescita del suo fatturato. Ad oggi chi supera la soglia di un solo euro, su quello stesso euro paga migliaia e migliaia di euro di tasse. È evidente che così si fornisce un incentivo a rimanere piccolo, che è l’esatto opposto di quello di cui hanno bisogno le attività imprenditoriali italiane.

La riforma fiscale del governo Meloni è stata sostanzialmente portata a termine. Alla fine del percorso chi ci guadagna e chi ci rimette? Il sistema può dirsi più equo?

Io votai la legge delega, con tutto il gruppo dell’allora Terzo Polo. Ma mettemmo in guardia che nella sua attuazione (con le decine di decreti legislativi) non avrebbe dovuto essere solo un intervento di sistemazione dell’esistente, come è meritoriamente accaduto sulla parte delle sanzioni o della compilazione dei testi unici. Ma avrebbe dovuto rifondare daccapo un sistema fiscale che, pensi, fu approvato dal Governo il mese prima dello sbarco del primo uomo sulla Luna, nel giugno del 1969. E da allora sostanzialmente mai modificato in maniera strutturale. Immaginare di affrontare il mondo di oggi con un sistema fiscale pensato negli Anni ’60 è davvero un controsenso.

Cosa fare allora?

Noi del Partito Liberaldemocratico abbiamo una proposta chiara per la prossima legislatura: tagliando ogni anno la spesa pubblica di un innocuo 1% l’anno per 5 anni, avremo finalmente le risorse per rifare daccapo il sistema fiscale: un’Irpef molto più semplice e leggera per ceto medio e società di persone, abolire l’Irap, azzerare l’Ires sugli utili non distribuiti e abolire la distinzione tra redditi diversi e redditi da capitale in modo da diminuire la tassazione del risparmio.

Alla ricerca di risorse per la manovra, si torna a chiedere il contributo di banche, assicurazione e probabilmente anche di aziende della filiera energetica. Come tutelare i cittadini da possibili ricadute?

Premesso che sono contrario alla prassi che si sta consolidando ormai da qualche anno: ogni mese di ottobre andiamo da banche, assicurazioni e società energetiche e facciamo accordi pluriennali per requisir loro un po’ di utili, promettendo che poi siamo a posto così. Ma puntualmente ogni ottobre si torna su quell’accordo e si incrementa ulteriormente la tassazione, come se fossimo in presenza della gallina dalle uova d’oro. Mi preoccupa molto un paese in cui lo Stato può in qualsiasi momento decidere che un certo settore sta facendo troppi utili, e quindi intervenire come un novello Robin Hood. Detto ciò, e ribadendo la contrarietà a questa mossa se davvero ci fosse, l’unico modo per minimizzare la probabilità di una traslazione automatica sul prezzo per il consumatore è spingere al massimo sulla concorrenza in quei settori, per evitare accordi collusivi. Ma anche mercato e concorrenza, oltre al taglio della spesa pubblica, sono concetti non troppo amati dalla politica tradizionale di destra e di sinistra.

Ai cittadini interessa avere benzina e energia che costano meno. Il governo avrebbe margini di azione autonomi oppure servirebbe l’iniziativa europea? 

Mai come nel caso dell’energia e della benzina, i problemi di oggi (in termini di costo troppo alto per gli utenti ) derivano da scelte sbagliate di molti anni o addirittura decenni fa. Se negli anni ’80 non avessimo rinunciato al nucleare, oggi non pagheremmo il 30-40 per cento in più l’energia rispetto ad altri paesi europei. Né saremmo così dipendenti da ciò che accade nel mondo. E se lo scorso decennio, in preda alla sbornia green, non avessimo chiuso decine e decine di raffinerie in tutta Europa (perché pensavamo che magicamente tutti andassimo in giro con l’auto elettrica), oggi lo shock di Hormuz non si sarebbe tradotto in modo così massiccio sui prezzi alla pompa. Ora invertire entrambi questi errori richiede tempo, ma spero si faccia (soprattutto sul nucleare). Nel breve periodo c’è un’altra cosa che si può fare in campo energetico: migliorare le modalità con cui ARERA regola e fissa le tariffe a copertura dei costi reali degli operatori del settore, che quasi sempre sono pubblici.

I tir hanno bloccato buona parte del Paese, soprattutto il Sud. Ora le attività si stanno rimettendo in moto dopo le misure varate dal governo e lo sblocco di risorse già previste da mesi, ma ancora non arrivate nelle tasche degli autotrasportatori. Si poteva agire d’anticipo per evitare la paralisi?

Forse si poteva pensare prima al fatto che parte di questa platea (tra l’altro per ragioni molto varie) non trae beneficio dal credito di imposta perché incapiente, e quindi preferisce il contributo diretto. È un problema che ciclicamente appare, anche se non sempre per le giuste ragioni. Sono chiare due cose soprattutto. La prima è che i rincari sull’autotrasporto sono molto inflazionistici perché comportano la trasmissione dello shock ai prezzi al bancone, quindi è cosa buona provare a mitigarli, anche se non è mai saggio dare l’impressione che le casse pubbliche esistano per assorbire ogni shock possibile immaginabile e per ogni categoria economica. E la seconda è che i blocchi stradali andrebbero gestiti con maggiore prudenza da chi protesta, perché creano forti disagi ai cittadini che lavorano e ai consumatori finali, e che non hanno colpe per quanto sta accadendo.
 


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